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Ebola
torna a colpire

· Allarme nella Repubblica Democratica del Congo ·

Il virus Ebola, il cui nome deriva da quello di un fiume del Congo presso il quale si manifestarono alcuni tra i primi casi identificati nel 1976, viene classificato tra i filovirus per la sua forma filamentosa di lunghezza compresa tra gli 800 e i 1400 nanometri. Insieme al virus Marburg è responsabile di febbri emorragiche gravi e spesso fatali ed è endemico in alcune regioni dell’Africa.

Nel 2014 una grave e inizialmente sottovalutata epidemia uccise migliaia di persone nella maggioranza all’interno dei confini di alcuni paesi dell’Africa occidentale, in particolare Liberia, Sierra Leone e Guinea e portò alla decisione di indire anche il blocco dei voli da alcuni di questi paesi verso Stati Uniti ed Europa. La malattia inizia con sintomi piuttosto aspecifici e simil-influenzali come cefalea e mialgie diffuse. Entro pochi giorni possono subentrare nausea, vomito e diarrea e rapidamente il quadro clinico può peggiorare per la comparsa di emorragie anche letali per lo più gastrointestinali.

Laboratorio di analisi nella città congolese  di Mbandaka (Reuters)

Durante un’epidemia la malattia può essere talmente letale, fino all’ottanta per cento dei soggetti colpiti, da eliminare la popolazione suscettibile di infezione prima che il virus si possa diffondere ulteriormente. Dal momento che il virus trova il suo serbatoio naturale nei pipistrelli e nelle scimmie selvatiche il contagio può avvenire direttamente tramite il contatto con questi animali oppure tra uomo e uomo attraverso il contatto con sangue contaminato o secrezioni, non attraverso l’aria come l’influenza. La manipolazione dei campioni patologici o sospetti richiede misure di isolamento di livello 4, le più rigorose e le più difficili da mettere in pratica soprattutto nelle zone dove le epidemie hanno la maggior probabilità di manifestarsi.

Ebola is back, “Ebola è tornata”, è il titolo di un interessante articolo comparso sull’ultimo numero dell’«Economist» a proposito della nuova epidemia esplosa nella Repubblica Democratica del Congo. I timori sono molti e anche l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) vi ha dedicato un’apposita pagina del sito internet istituzionale. La dottoressa Marie-Claire Fwelo, congolese, membro dell’Oms ed esperta di epidemie fin da quando come giovane infermiera ne affrontò una molti anni fa, è stata intervistata dalla rivista. Dalle sue parole emergono timori e speranze. Tra i primi il fatto che questa volta la diffusione virale sia avvenuta non lontano dalla principale arteria fluviale del paese, il fiume Congo, che potrebbe fungere da veicolo per l’infezione e la vicinanza di alcune grandi città come Mbandaka, un milione di abitanti, dove sarebbe complicatissimo tentare di arginare l’epidemia. La capitale Kinshasa che con i suoi tredici milioni di abitanti è la terza città in ordine di grandezza del continente africano si trova a “solo” seicento chilometri più lontano lungo il corso del fiume. Il tentativo è quello di arginare l’epidemia prima che il virus possa coprire questa distanza.

Le speranze sono legate all’esperienza dell’epidemia del 2014 e alle otto precedenti epidemie sofferte dal Repubblica Democratica del Congo prima di questa. Alla comparsa del primo caso diagnosticato, l’8 maggio scorso a Bikoro, una remota regione a sud di Mbandaka, è immediatamente scattato l’avviso per l’Oms e la risposta è stata rapida: medici, infermieri e tecnici sono stati inviati sul posto sia da Ginevra sia da Medici senza frontiere e da altre organizzazioni sanitarie internazionali. Sono state inoltre consegnate, riferisce «The Economist», ottomila dosi di un vaccino testato con successo in Guinea nel 2015 e destinato al personale sanitario, ai guidatori di ambulanze, ai sacerdoti e alle persone che sono state in contatto con malati.

Le difficoltà con le quali confrontarsi restano grandi: la Repubblica Democratica del Congo è un paese enorme, terribilmente disorganizzato e nel quale cercare di registrare i casi di contagio è reso ancor più difficile da limiti culturali e da usanze (come quella di lavare i defunti) difficili da sradicare anche in caso di estremo pericolo. Si pensa che l’inizio dell’epidemia attuale sia da attribuire a due persone che, presenti al funerale di una delle prime vittime, hanno avuto successivamente contatti con centinaia di altre persone. Non sono rari i casi di pazienti isolati per osservazione in reparti speciali rapiti di notte dai parenti o casi di rifiuto di consegnare i corpi dei malati deceduti affinché possano essere cremati.

Una speranza concreta è legata al perfezionamento del vaccino: a questo proposito il dipartimento della Difesa americano contribuisce a trovare fondi per la ricerca e recentemente è stato istituito un gruppo denominato Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (www.cepi.net) allo scopo di contrastare le epidemie principalmente tramite la ricerca sui vaccini. In questi casi più che mai la globalizzazione dovrebbe mostrare il volto migliore.

di Ferdinando Cancelli

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17 settembre 2019

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