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​E Zuleka aprì gli occhi

· Gli orrori del gulag secondo Jachina ·

«Il grano se lo sono preso, le bestie pure. Il giorno che vogliono la terra si prendono pure quella (...), i commissari rossi».

Parla Murtaza, un attempato e nodoso bifolco benestante di origine tatara, un kulak proprietario d’un piccolo pezzo di terra, che all’inizio del 1930, agli occhi del signore di tutte le Russie, Josif Stalin, pare l’esibizione di una insopportabile proprietà privata. Murtaza è il becero e violento marito di Zuleika, una giovane vittima dell’antico precetto della sudditanza femminile al maschio, madre di quattro figlie tutte premorte e per di più schiava d’una suocera vampira di nome e di fatto che la sovrasta in ogni mossa, la zittisce e la bastona nelle pause delle angherie coniugali. 

L’interno di un gulag

Dentro e fuori il matrimonio, dentro e fuori casa, dentro e fuori il piccolo paese dove si ambienta il sorprendente esordio narrativo di Guzel’Jachina, Zuleika apre gli occhi (Milano, Salani, 2017, pagine 496, 18,90 euro) il quadro è desolante. Durante l’ultimo assalto dei delegati del partito, Murtaza viene brutalmente ucciso, sua madre non meno spietatamente lasciata morire tra i resti della casa data alle fiamme, Zuleika avviata alla Siberia con altre centinaia di disgraziati.
La storia ufficiale ha già scandito i suoi passi: per realizzare il piano quinquennale di industrializzazione forzosa del paese sono inevitabili confische, fucilazioni, deportazioni; per trasferire tutto questo nel racconto di una vita, nelle pieghe della storia privata di un pugno di uomini e donne dal duro destino, ecco la dettagliata trama di un libro che ne ricorda altri anche più grandi nella tradizione dei gulag e degli universi concentrazionari.
Nel tribolatissimo tragitto verso la tajga siberiana, Zuleika apprende tre sconcertanti verità: che chi le ha ucciso Kurtaza è l’aggressivo compagno Ignatov, un sordido rivoluzionario divenuto commissario del popolo; che è lui al comando della perseguitata comunità dei deportati e non fa sconti a nessuno, neanche alle femmine che ha in simpatia; infine, che ancor prima di giungere alla méta, si scopre incinta del marito morto. È così che al culmine della disperazione, durante l’attraversamento di un fiume a bordo di una chiatta che affonda, Zuleika si lascia andare al suo destino. Ma il bambino le scalcia in grembo e il comandamento della vita fa il suo inconscio miracolo, tanto più che l’impensabile mano di Ignatov la trascina a riva. Verranno poi le doglie e sulla nuda terra, al colmo della sofferenza e delle privazioni, nascerà Jusuf, destinato a rappresentare, nonostante tutto, l’altro polo narrativo del romanzo.
Dal cerchio di un soverchiante sbaraglio di fatti che avvincono il lettore in un gorgo di emozioni, stupori e sconcerti, occorre però considerare la qualità letteraria di quest’opera prima della giovane scrittrice Jachina che vive tra Kazan e Mosca.
Anzitutto l’intensa sequenza della trama che coniuga un tragico momento di storia della Grande Russia con una altrettanto tremenda parentesi di persecuzioni personali, ideologiche e classiste. Tappe di un destino sociale e politico che si fa viaggio mentale e interiore agli occhi della protagonista e degli sventurati come lei. Il tutto al ritmo di una prosa dagli attenti dettagli realistici e psicologici: dalla rude tenerezza dei confinati attorno al magico prodigio di vita di Juzuf, agli astuti stratagemmi di pensiero e di azione per sopravvivere; dalla totale assenza di umanità dei guardiani (salvo il comandante Ignatov, che compie un inatteso cambiamento prendendosi cura di Zuleika e del figlioletto), alla scampata religiosità di molti, sebbene sotto le forme di un ingenuo animismo.
In un contesto descrittivo dove le emozioni sembrano non avere alcuna possibilità di manifestarsi, sono proprio loro a pervadere, spesso impercettibilmente, fatti e situazioni del romanzo: i turbamenti e le trepidazioni di Zuleika che dominano in silenzio il suo animo mentre vive con marito e suocera; i non meno tormentosi momenti del viaggio; le ore del parto e i giorni di pericolo di vita suo e del bimbo tra il freddo e la fame del campo, cui lei provvederà, non solo col suo digiuno, ma anche con il suo stesso sangue, offrendoglielo dalle dita. Gesto di un amore superlativo, nascostamente condiviso da tutti, tra potenza della vita e potere della morte, sopra cui Zuleika spicca per la sua femminile vocazione ai sentimenti.

di Claudio Toscani

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17 agosto 2019

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