Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

È vera uguaglianza?
È vera libertà?

· Molti spunti di riflessione nel libro di Lucetta Scaraffia «La fine della madre» ·

La cultura politica del Novecento è stata dominata da due parole, contemporanemente liberatorie e accecanti: libertà e uguaglianza. Sono state liberatorie perché grazie ad esse tante importanti conquiste sociali sono state ottenute. Accecanti come sono accecanti tutte le parole usate senza discernimento critico e senza fare i conti con la natura delle cose.
Un recente e agile libro di Lucetta Scaraffia ( La fine della madre, Vicenza, Neri Pozza, 2017, pagine 160, euro 12,50) mette alla prova le due parole su un tema particolarmente delicato e per questo strategicamente decisivo: donna e uomo sono uguali? Se il campo di indagine sono i salari, il pari trattamento di fronte alla legge, la pari opportunità nelle carriere, la dignità e il valore come persona, la risposta è scontata per le nostre sensibilità cristiane e liberal-democratiche. Nessuna differenza. E se ci spostiamo sulla sessualità e sugli specifici contributi che donna e uomo portano alla nascita dei figli? Fino a poco tempo fa la risposta sarebbe stata altrettanto scontata: le differenze apparivano così evidenti che raramente si sentiva il bisogno di dirle. 

Ce lo ricorda Scaraffia: «Nascere e far nascere è sempre stato appannaggio delle donne, del loro corpo, capace di generare sempre nuovi inizi» (p. 106); «nessun padre è mai morto per mettere al mondo un figlio, mentre legioni di madri, nella storia, lo hanno dovuto fare» (p. 123). Un uomo non ha mai rischiato la morte inseminando una donna né ha mai dato origine col suo sangue, coi suoi ormoni, con le sue viscere vitali a una persona nuova. Intendendo con “persona” un unicum fatto di corpo e anima: qualunque sia il significato della parola “anima” e purché la congiunzione (corpo e anima) si intenda come nesso tra realtà diverse e inseparabili.
E adesso? Ecco la novità epocale: le tecnologie mediche consentono per la prima volta nella storia dell’umanità di delegare ad altri corpi (fra non molto anche corpi artificiali) la maternità. È la tecnologia che per brevità chiamiamo dell’utero in affitto e della madre surrogata. Con essa la figura materna viene «spezzata in tre possibili ruoli: donatrice degli ovuli, portatrice della gravidanza e madre committente» (p. 10).
Cambia o potrebbe cambiare lo status etico e cognitivo dell’umanità così come la conosciamo da sempre e si è variamente realizzata nelle diverse culture, nessuna esclusa. Ecco le due grandi novità epocali: la donna può sganciare la procreazione dal ciclo biologico del proprio corpo e rimandare a un momento futuro indefinito la nascita del proprio figlio (ovociti congelati); nasce un inedito «diritto al figlio» rivendicato e praticabile sia da coppie eterosessuali sterili sia da coppie omosessuali. Diritto al figlio da non confondere con la sacrosanta e sempre praticata adozione.
Sono novità radicali rispetto a tutte (proprio tutte) le culture umane conosciute. Per la prima volta la donna che mette al mondo un bimbo può non essere la madre biologica di quel bimbo. La procreazione diventa parzialmente o totalmente sganciabile dal corpo della madre. Viene il capogiro ma è così.
La donna si sarebbe in questo modo liberata dai vincoli del proprio corpo diventando così uguale all’uomo. «Il desiderio di avere un figlio, da conseguenza naturale del desiderio sessuale, diventa un desiderio astratto, totalmente autonomo, che può prescindere per intero dalle leggi del corpo, un desiderio disincarnato. Dalla rivoluzione sessuale, che voleva liberare il desiderio erotico e aprire la porta a un paradiso dei corpi, nasce — paradossalmente — un desiderio di figlio che ne prescinde totalmente, un desiderio che nasce dalla pura volontà. Dal desiderio del fare l’amore senza procreazione degli anni Settanta si passa al desiderio di procreare senza fare l’amore per giungere oggi al desiderio di procreare senza essere di sesso differente» (p. 70).
In ogni pagina del libro il lettore sente aleggiare una domanda assordante e che impegnerà la riflessione filosofica e politica nel prossimo futuro: è vera libertà? è vera uguaglianza? Nei classici filosofici del passato si trovano su libertà e uguaglianza due immagini dense di pensiero. Le numerose analisi del libro di Scaraffia riempiono di contenuto quelle immagini.
Quella sulla libertà è contenuta nella Critica della Ragion pura di Kant. È l’immagine di una colomba che pensava che il suo volo sarebbe stato più veloce e meno faticoso se si fosse liberata dell’attrito dell’aria. Ma le leggi della natura ci spiegano che senza l’attrito e la pressione dell’aria la colomba non potrebbe volare e se malauguratamente l’attrito venisse meno durante il volo la colomba si schianterebbe immediatamente per terra. La colomba vola alla condizione che ci sia l’attrito dell’aria. L’attrito non è un limite o un impedimento del volare ma la condizione necessaria perché un qualsiasi uccello possa volare. Lo stesso vale per le libertà: una libertà senza l’attrito dei vincoli esterni (biologici, in questo caso) non rischia di trasformarsi in negazione della libertà?
Sull’uguaglianza le filosofie di Platone e Aristotele hanno elaborato una nozione, assente o debolmente presente nel pensiero moderno: quella delle differenze complementari. Come esempio paradigmatico viene citata la differenza tra uomo e donna. Per spiegarla Aristotele in una pagina dell’Etica nicomachea, oscurata da infelici traduzioni, ricorre all’esempio delle parti concava e convessa di una superficie curva: sono differenti nella definizione ma inseparabili nella realtà. Inseparabili non perché uguali ma perché differenti. Esattamente come nel caso dell’uomo e della donna. L’attrazione sessuale Platone nel Simposio la faceva sorgere da questa differenza complementare.
Il mondo contemporaneo sembra andare in altra direzione: la donna conquista libertà e uguaglianza all’uomo alla condizione che rinunci alla specificità del proprio corpo e lo usi secondo modelli maschili. La maternità, il tratto specifico dell’anima-corpo femminile, diventa un accidente storico tecnologicamente superabile. La liberazione della donna si trasforma così in mascolinizzazione culturale delle società umane.
Mettere la maternità al primo posto avrebbe consentito invece — spiega Scaraffia — «una diversa gerarchia di priorità, che avrebbero potuto seriamente mettere in crisi la società concepita al maschile. Se questo non è successo, è perché l’ingresso delle donne negli spazi a loro preclusi è avvenuto con una modalità rigida e condivisa da tutti: quella di assimilarsi alla cultura maschile, e soprattutto di dimenticare la dimensione della maternità» (p. 107).
La direzione della storia sarebbe potuta andare diversamente. Siamo ancora in tempo per invertire la direzione? Le riflessioni di Lucetta Scaraffia ci dicono dove cercare il filo d’Arianna per uscire dal labirinto.

di Franco Lo Piparo

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 marzo 2019

NOTIZIE CORRELATE