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E un elfo spiegò
il genocidio

· A colloquio con la scrittrice Silvana De Mari ·

«Il suo hobby fondamentale è arrabbiarsi» si legge nel profilo biografico di Silvana De Mari, la scrittrice che ha dato vita, volto e un futuro luminoso nell’olimpo della letteratura per ragazzi al dolce e tenero Yorsh, il “salvato” di una stirpe sommersa, protagonista della saga L’ultimo elfo. 

Gianni De Conno,  «L’elfo Yorsh» (2004)

Poche righe e già sarebbe necessaria una correzione con la matita blu: «Io non sono uno scrittore, ma un medico che scrive» puntualizza De Mari, fiera di aggiungere: «possiedo anche un minuscolo frutteto e so potare». Un altro hobby — che per allergia agli encomi ufficiali evita di citare in pubblico — è collezionare premi letterari: troppi per poter essere elencati tutti, dal Premio Andersen nel 2004 al Bancarellino l’anno successivo, da Le Prix Immaginare, miglior libro fantasy in Francia nel 2005, al premio Ala (American Library Association) nel 2006. Solo per quanto riguarda L’ultimo elfo, perché con L’ultimo orco se ne aggiudica altrettanti (dal premio Ibby International Boud Books Young People 2005, a Le Prix Sorcière nel 2009 in Francia).

Un medico che non riesce a fare a meno di scrivere.

Amo ferocemente le storie. Ci sono alcuni libri che ho riletto una ventina di volte, alcuni film che ho talmente visto e rivisto che ne conosco sequenze a memoria: volevo essere anche io un raccontatore di storie. Ognuno di noi costruisce la società cui appartiene. La scrittura è uno dei sistemi possibili per aumentare il nostro peso sulla realtà. La seconda cosa che volevo era fare il medico. Ho cominciato nei reparti di chirurgia. La chirurgia è la parte più epica della medicina.

Yorsh viene salvato da due umani che trovano naturale compiere un gesto di misericordia. E salvando lui salveranno anche il loro mondo.

La sua storia è il mio libro più conosciuto; al momento è il libro più tradotto all’estero dopo quelli di Andrea Camilleri. Le nazioni dove ha avuto maggiore successo, oltre l’Italia (120.000 copie) sono la Germania (150.000 copie), gli Stati Uniti e la Francia (80.000 copie).

La saga di Yorsh è solo apparentemente un fantasy come tanti altri; in realtà è un modo semplice e creativo per far riflettere i giovani lettori sulle dinamiche psicologiche e sociali che innescano i genocidi.

C’è un tipo particolare di paziente — uso paziente e non lettore o persona nel senso letterale del termine: colui che patisce, che prova una sofferenza — per il quale non è mai stato scritto molto e nulla che possa essere letto a 14 anni ed è per questo tipo di persona che ho scritto anche un altro libro, L’ultimo orco. Il protagonista è Rankstrail, nato da uno stupro etnico. La prima idea di Rankstrail mi è venuta leggendo Le cavalier de la terre promise dello scrittore Joseph Joffo, che racconta del bimbo di una ragazza ebrea stuprata da un cosacco. Negli anni Novanta, mentre notizie tremende arrivavano dal Rwanda e dalla Bosnia, il personaggio ha continuato a crescere, restando però ancora confuso. Ma la domanda fondamentale era lì. Cosa si prova ad essere figlio di un orco? E come se ne esce? Ricordandosi di essere figlio della vita, cioè figlio di Dio. Non è una statistica azzardata: nella genealogia di ciascuno di noi, tra romani, ostrogoti, visigoti, unni e lanzichenecchi, c’è almeno un antenato nato dopo una violenza. Dietro a ognuno di noi quindi c’è questo istante di compassione in cui la vita non è stata spezzata.

La scrittura è solitudine e passione. E anche arroganza, ha scritto in un suo saggio. Un altro modo per descrivere l’urgenza di comunicare?

Un dolore condiviso è una ferita pulita: può guarire. Condividere il dolore del lutto ha lo stesso senso che pulire una piaga: rendiamo possibile la speranza che possa guarire. Dove il dolore non solo non viene condiviso, ma è addirittura negato, la ferita si incancrenisce e diventa una piaga come le ulcere da decubito. La forza narrativa dell’inconscio collettivo è inarrestabile come quella dell’acqua. Trova la strada, dove non c’è la scava, ritorna in superficie, attraverso il ciarpame.

Anche attraverso le operazioni commerciali più banali.

Lo scopo iniziale della saghe di Alien e Terminator era portare a casa un po’ di soldi. Sono nati come film di cassetta. Le due saghe hanno modificato il linguaggio e l’immaginario collettivo. Sono diventate il paradigma del potere genocidario, un potere cieco e sordo, incorruttibile, con cui non si tratta e non si contratta, con cui non possono esistere margini di dialogo. Il genocidio fa parte dell’inconscio collettivo degli ultimi cento anni di storia. La storia si ripete perché la psicologia è immutabile. Non c’è solo la politica a determinare il destino di un popolo: c’è anche la psiche dei suoi componenti. Conditio sine qua non dei totalitarismi del ventesimo secolo è stata un particolare tipo di pedagogia che disprezza la tenerezza e la debolezza come crimini.

Leggere può innescare un cambiamento positivo, far nascere empatia.

Qualsiasi maniera di raccontare storie modifica i neurotrasmettitori. Anche la narrazione cinematografica e quella nuova forma di arte che è la serie televisiva. Sono però situazioni meno creative, che interessano cioè meno parti del cervello, che non creano nuove competenze immaginative. In un racconto sono date solo poche informazioni, le altre le crea il lettore, quanto è alto un personaggio, il timbro della sua voce, il sorriso. Nella narrazione cinematografica tutti i particolari sono già stabiliti, le possibilità emozionali anche. Le neuroscienze ci sottolineano come la lettura sia tra tutti i sistemi per fruire una storia il più creativo, quello che necessita di maggiore partecipazione del lettore. La narrazione cinematografica e televisiva ha una scelta limitata, mai paragonabile alla sfrontata libertà di decine di migliaia di titoli, ed è ulteriormente limitata dai costi di produzione che inevitabilmente privilegiano tracce narrative “alla moda”. Il rischio di appiattimento è reale. Portare la lettura alla gente è un dovere etico. E i lettori non dobbiamo andarli a prendere dove ci sono già. In biblioteca e ai festival della letteratura si incontrano “già lettori”, persone che comunque leggerebbero anche senza questi incontri. Dobbiamo andare anche nei centri commerciali e nei supermercati perché la narrativa fantastica, i bestseller, i film che tutti hanno visto contengono l’immaginario collettivo di un popolo e di una società, sono loro la vera maniera con cui comunica il popolo.

di Silvia Guidi

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