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È troppo tardi
per essere pessimisti

· A colloquio con l’economista francese Bertrand Badré ·

Parlare bene della finanza dopo la crisi dei subprime che circa dieci anni fa ha innescato una recessione mondiale è un atto coraggioso. Ma come in ogni campo, se si vogliono cambiare le cose, è inutile inveire contro gli strumenti ed essere clementi con chi li usa e con i principi attraverso i quali funzionano. Finora i soldi sono stati utilizzati prevalentemente per per creare altri soldi, ma potremmo chiederci senza pregiudizi: e se la finanza salvasse il mondo? 

Forse non è il primo, ma sicuramente uno dei pochi a farlo è Bertrand Badré, attualmente Ceo e fondatore di Blue like an Orange Sustainable Capital, e in passato direttore della World Bank dopo aver ricoperto lo stesso incarichi di prestigio due dei maggiori istituti di credito a livello mondiale, la Société Générale e il Crédit Agricole.
Nel libro che porta lo stesso titolo della domanda E se la finanza salvasse il mondo? (Milano, Solferino, 2019, pagine 352, euro 18) Badré sostiene che «governare il capitale è possibile» (come recita il sottotitolo del libro) e partendo dal vecchio adagio secondo il quale «il denaro è un cattivo padrone, ma può rivelarsi un buon servitore», elabora una ricetta audace per trasformare la finanza in un impulso benefico per la società.
In occasione della sua presenza in Vaticano dove ha preso parte alla conferenza internazionale sul tema «Religioni e obiettivi di sviluppo sostenibile: ascoltare il grido della terra e dei poveri», che si svolge fino al 9 marzo presso l’Aula Nuova del Sinodo, gli abbiamo chiesto in che modo proprio i vituperati economisti possono contribuire a risolvere molti dei maggiori problemi che affliggono l’umanità, indirizzandola verso uno sviluppo sostenibile
«Le cose vanno male quando sono gli strumenti a controllare la mano che li dovrebbe gestire. Bisogna riorganizzare le cose in modo che sia l’uomo a gestire l'economia. Quello che dobbiamo fare è riprendere il controllo del flusso dei capitali, dobbiamo controllare la finanza. I paesi e le organizzazioni internazionali hanno raggiunto degli accordi globali sul clima e su altri grandi temi che riguardano tutti.
Il problema è che abbiamo delineato degli splendidi percorsi senza discutere i principi finanziari che li devono sostenere. Se non lo facciamo sarà veramente difficile raggiungere gli obiettivi. Per esempio nel percorso di gestione dei cambiamenti climatici stiamo andando nella giusta direzione, ma troppo lentamente. La cosa è urgente. É troppo tardi per essere pessimisti, dobbiamo agire ora e la finanza può avere un grande ruolo da giocare».

La sua esperienza di funzionario pubblico, di banchiere e di direttore e regolatore della più importante banca per lo sviluppo multilaterale le consente di visualizzare il problema da diversi punti di vista. Cosa manca all'attuale sistema per favorire una maggiore distribuzione della ricchezza? 

Abbiamo un sistema finanziario, che possiamo descrivere come modello neoliberista, che è andato in crisi tra il 2006 e il 2009. Cosa abbiamo fatto da allora? Lo abbiamo cambiato? No, lo abbiamo riparato e consolidato e soprattutto non lo abbiamo adattato ai nuovi obiettivi, primo tra tutti quello dello sviluppo sostenibile. La finanza è in grado di definire nuove strategie per raggiungere nuovi obiettivi. Dobbiamo mobilitare i capitali in questa direzione, è un processo lungo, ma è la sfida dei nostri tempi.

Quali sono gli ostacoli che finora hanno impedito che questo avvenisse? 

Fondamentalmente il sistema che abbiamo poggia ancora sulla teoria di Milton Friedman, il celebre economista statunitense fondatore del pensiero monetarista a cui è stato assegnato il Premio Nobel per l'economia nel 1976. Secondo Friedman lo scopo del business è il business stesso, e lo scopo sociale dell’economia è creare profitto. Questo ha portato come conseguenza quella di avere una visione del profitto molto ristretta, legata esclusivamente al reddito, senza pensare al "profitto" come miglioramento generale della società o salvaguardia dell'ecosistema. Sicuramente si tratta di un limite. È arrivato il momento di rimodulare la definizione stessa di profitto.

E l’altra conseguenza? 

L’attitudine a porre l'attenzione solo sul breve periodo, soprattutto nei periodi di crisi. Del resto è normale che quando stai per morire, come è successo dieci anni fa, quello su cui ti concentri è non prendere troppi rischi. La grande sfida dei prossimi dieci anni è modificare questi due elementi, concezione del profitto e politiche di breve periodo. È molto difficile, ma è anche assolutamente necessario.

Lei scrive che «quelli che esercitano un qualsiasi ruolo dirigenziale hanno il dovere di dare l’esempio». Ma come si può, anche avendo in mano le leve del comando, non tenere conto di principi che sembrano immodificabili e vengono dati per scontati? 

È difficile perché vanno affrontate questioni tecniche molto delicate che riguardano la contabilità, il modo di formulare gli studi economici e anche le modalità di pagamento delle persone. I principi in economia sono come elastici che si possono tirare perché si allunghino, anche molto, o mantenere molto corti. In questo momento tutto il sistema è concentrato ad evitare i rischi e a ottenere guadagni nel breve periodo in base alla nostra definizione di profitto. Per cambiare le cose c’è bisogno di persone che vogliono modificare questo sistema perché hanno una visione, un progetto di lungo periodo e una concezione diversa del profitto. Il problema è che non ci sono incentivi per farlo. Alcune persone si muovono in questa direzione e anche delle compagnie hanno stabilito criteri diversi dal passato. È un’ottima cosa, ma non basta. Non si cambia il mondo economico con azioni isolate, bisogna seguire il loro esempio.

Nel libro sostiene «che anche noi — consumatori, investitori, cittadini, imprenditori, membri di associazioni, tutti noi — abbiamo il potere di spingerli a farlo». In che modo? 

Dopo l’uscita del mio libro tengo decine di conferenze su questi temi e mi devo confrontare sempre con gli stessi dubbi. Chi ascolta sostanzialmente ritiene che sia una cosa troppo grande perché il singolo possa incidere. Rispondo sempre nello stesso modo, i soldi che vengono gestiti dai grandi centri di potere non sono i loro, sono i nostri. Queste persone stanno investendo la nostra pensione, la nostra assicurazione sanitaria, i nostri risparmi. Tutti abbiamo delle responsabilità. Certamente i grandi manager ne hanno di maggiori, ma ognuno può fare la sua parte per esempio, soprattutto come consumatore. Spesso siamo irrazionali, perché vogliamo comprare buoni prodotti a prezzi molto bassi, senza chiederci come sia possibile che questo avvenga. Dovremmo invece verificare se i nostri soldi stanno andando nella stessa direzione dei nostri valori. Fortunatamente questi comportamenti, che rappresentano una novità per le vecchie generazioni, appaiono ovvi alle nuove. I miei figli pensano che quello che dico sia scontato, non ho bisogno di spiegarlo. La realtà parla con chiarezza: c’è un'emergenza nel mondo, abbiamo una crisi sociale e ambientale. Dobbiamo affrontare questi problemi e non possiamo perdere tempo. Ovvio. Ai giovani non piace né il cinismo, né l’ipocrisia.

di Marcello Filotei

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21 agosto 2019

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