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​È tornato dall’esilio Ovidio

Anomalie climatiche e convulsioni telluriche, purtroppo sempre più frequenti negli ultimi tempi, ci hanno inflitto una triste consuetudine con una serie di calamità naturali: terremoti, uragani, inondazioni, incendi. In qualche caso, per fortuna, eventi catastrofici non hanno avuto ulteriori, aggravanti ripercussioni sull’ambiente. Da quando nel dicembre 2004 le violente scosse registrate nell’Oceano Indiano scatenarono un apocalittico tsunami, ogni volta che l’epicentro di un sisma viene individuato nelle profondità marine, scatta un allarme per possibili ondate di maremoto. Non sempre, tuttavia, accade il peggio: pur squassate da terremoti di differente intensità, le acque del Mediterraneo lo scorso 21 agosto e quelle del Pacifico l’8 settembre non si sono riversate sulle coste di Ischia e del Messico con la furia che investì tredici anni fa l’India e l’Indonesia. 

Ion Theodorescu-Sion  «Ovidio in esilio» (1915)

Passando ora dalla geologia a un monitoraggio del mondo della scuola italiana, appare evidente che ripetute scosse di terremoto (sia pure solo metaforiche) stanno incrinando quello che fino all’alba del terzo Millennio era rimasto il solido sistema degli studi umanistici, organicamente strutturato lungo l’asse licei classici - dipartimenti universitari di lettere e filosofia, con relative sezioni di antichistica. Le cause concomitanti che incidono sulla crisi dell’insegnamento classico tradizionale sono ben note: il galoppante sviluppo delle società globalizzate verso sbocchi lavorativi di crescente impronta scientifica, tecnologica, economico-finanziaria; il succedersi di riforme delle superiori orientate a restringere il campo del sapere puramente teorico e intellettuale per fare spazio a discipline di maggiore utilità pratica (dalle lingue straniere all’informatica); l’affermarsi di nuove modalità didattiche, fra cui l’alternanza studio-lavoro, difficilmente conciliabili con l’antico primato delle materie letterarie, storiche, filosofiche e artistiche; il sensibile calo d’iscrizioni, soprattutto maschili, al liceo classico; il ridimensionamento del latino nei programmi del liceo scientifico.
La reazione antisismica dei difensori di Omero e Platone, di Cicerone e Virgilio, di Dante e Manzoni, ha prodotto brillanti arringhe editoriali. Segnali di allarme e appelli alla resistenza sono stati in particolare lanciati — e hanno già trovato eco sulle pagine culturali dell’Osservatore Romano — dalle voci autorevoli di cattedratici come Ivano Dionigi ( Il presente non basta), Nuccio Ordine (Classici per la vita ), Maurizio Bettini (A che servono i Greci e i Romani? ). Più divulgativi, e anche più fortunati in termini commerciali, i contributi di Nicola Gardini ( Viva il latino) e Andrea Marcolongo ( La lingua geniale), cui ora si aggiungono, presentati da Alessandro Zaccuri, i dieci saggi raccolti in Ritorno ai classici (Milano, Vita e Pensiero, 2017, pagine 108, euro 10). Una controffensiva, insomma, di alto profilo. Ma viene da chiedersi se non sia culturalmente fin troppo sofisticata rispetto all’offensiva.
In realtà, sebbene lesionati da ricorrenti sciami sismici, l’insegnamento e l’apprendimento del greco e del latino, della Divina Commedia e dei Promessi sposi, non sono minacciati dall’impatto devastante di uno tsunami. La strategia per la sottomissione del territorio umanistico al potere tecnico-scientifico-economico è più subdola, più strisciante. Paragonabile, semmai, all’erosione delle coste per effetto dell’innalzamento dei livelli oceanici conseguente al riscaldamento globale e allo scioglimento dei ghiacci nell’Artico e in Antartide. Il silenzio mediatico che risponde alle provocazioni dei classicisti, ai loro tentativi di innescare un dibattito pubblico sul tema dei rapporti fra tecnoscienza e nuovo umanesimo — su cui molto s’impegna anche la Chiesa —, è un espediente tattico. Copre con un velo di reticenza le manovre condotte nell’ombra da politici, burocrati, commissioni ministeriali, per spostare gli equilibri scolastici a vantaggio di un sistema “neo-positivistico”. Senza curarsi di replicare ad armi pari, su carta stampata o su internet, alle argomentazioni di coloro che, nei libri sopra citati e in articoli di giornali, non solo sostengono la compatibilità dei due ordini di studi ma propugnano anche la loro necessaria, fruttuosa interazione.
Occorre dunque insistere nel sensibilizzare l’opinione pubblica utilizzando il linguaggio della competenza, della dialettica senza polemica, della comunicazione ad ampio raggio. Ma non basta. Questo contenitore ideologico dev’essere sempre più riempito con i contenuti concreti offerti dai testi, eventualmente in traduzioni nuove o rinfrescate, e da una loro chiave di lettura più storico-critica e antropologica che non tecnico-filologica. Si tratta di mostrare tangibilmente, in primis agli studenti, l’utilità — per lo spirito, la coscienza e la ragione —, la godibilità, la felicità di leggere un classico. Che non è un proclama generico, ma il sottotitolo di un saggio tutto incentrato su un singolo alfiere della latinità: Con Ovidio (Milano, Garzanti, 2017, pagine 192, euro 15) s’intitola l’amoroso tributo che Nicola Gardini ha dedicato al poeta sulmonese ampliando il medaglione già cesellato in Viva il latino (2016).
Scelta azzeccata, quella di Gardini, per più motivi. Anzitutto per la sua affinità elettiva con l’opera multiforme e con la sfaccettata psicologia di Ovidio, presupposto per «un vero corpo a corpo — estetico, esegetico, intellettuale, sentimentale, esistenziale» (ipse dixit), suggellato da un pellegrinaggio laico sul Mar Nero, nell’odierna città romena di Costanza, identificabile con il borgo selvaggio di Tomi, abitato dai Geti, dove Ovidio trascorse in esilio i suoi ultimi nove anni per decreto di Augusto, scontando la duplice colpa di un carmen (verosimilmente l’Ars amatoria, contrastante con il rigore etico sancito dal princeps) e di un error (il probabile coinvolgimento in uno scandalo di corte). Di tale congenialità tra l’antico vates e il suo traduttore-esegeta dà prova la valentia con la quale Gardini traspone esametri e distici elegiaci in doppi settenari ed endecasillabi, contaminando misure metriche di paludata tradizione poetica con un lessico “aggiornato”, spigolando di qua e di là brani esemplari, contestualizzandoli e chiosandoli in maniera accattivante.
Con Ovidio gioca, oltretutto, una carta vincente sul tavolo delle commemorazioni ufficiali. Ricorrendo proprio quest’anno il bimillenario della morte del Sulmonese, si è celebrato nella sua patria abruzzese, dal 3 al 6 aprile, un convegno internazionale ( Ovidio 2017. Prospettive per il terzo millennio) con la partecipazione di accreditati latinisti, incluso lo stesso Gardini. In effetti, questo versatile studioso giunge ora a innestare la sua passione ovidiana in un processo di rivalutazione culminato con un’edizione scientifica in sei volumi delle Metamorfosi (Fondazione Valla-Mondadori, 2005-2015). A rilanciare Ovidio aveva provveduto Italo Calvino nelle sue postume Lezioni americane (1988). Calvino, però, si concentrava sul valore di una «leggerezza» attribuita anche a Lucrezio e intesa come «modo di vedere il mondo che si fonda sulla filosofia e sulla scienza». Gardini si spinge oltre. Cerca il comune denominatore ispirativo, la sorgente segreta da cui sgorga il fluido e fluviale versificare di Ovidio in ogni sua diramazione. E la trova nell’elemento dell’incertezza, dell’instabilità, della mutevolezza, insito per definizione nelle Metamorfosi, ma operante anche nel canto giovanile degli Amores, nei virtuosismi delle Heroides e, al polo opposto, nella spaesata solitudine dell’esule che affida la sua nostalgia ai Tristia e alle Epistulae ex Ponto .
A una sintesi abbracciante in prospettiva l’intero corpus ovidiano tende anche un altro colto latinista, Angelo Lacchini, imboccando però la via dell’analisi specialistica. Già docente di lettere nei licei, curatore — tra varie altre pubblicazioni — di una sontuosa crestomazia della «poesia d’amore latina» (Omnia vincit amor, Uni-Crema, 2015), dove a Ovidio fanno corona Catullo, Tibullo, Properzio e Stazio, Lacchini ha di recente puntato il suo sguardo lenticolare su una delle più interessanti Heroides, la “lettera” di Briseide ad Achille, in settantasette distici elegiaci: Briseis Achilli (Borgomanero, Giuliano Ladolfi Editore, 2017, pagine 132, euro 12). Non è — come si potrebbe pensare — un’opera di pura erudizione. L’ariosa introduzione, la scorrevole traduzione, le cinquecentoottantasette note a piè di testo in cui si articola un commento critico capillare, denso di citazioni e rimandi intertestuali, dimostrano come sia possibile, anche in filologia classica, risalire induttivamente dal frammento alla totalità che in esso si rispecchia: das Ganze im Fragment, secondo la bella formula di von Balthasar. Schiava e concubina di Achille durante la guerra di Troia, strappata all’eroe acheo da un protervo Agamennone, Briseide incarna una femminilità ignota alla precedente elegia erotica: complessa, paradossale, ma non priva di nobiltà. «Innamorata dell’uomo che l’ha resa vedova (...); pretesa come scambio dal re e a questo consegnata senza l’attesa e sperata ribellione» da parte del suo «signore, marito, fratello», a lui Briseide chiede, «come amante», di ristabilire il legame profondo che «da vincitore» a lei «nemica aveva donato».
Al di là della retorica, qui si delinea un modello femminile che prefigura il riscatto della donna, la conquista di libertà e dignità assicuratale — di lì a non molti anni — da una grande rivoluzione morale e sociale: l’annuncio del Vangelo.

di Marco Beck

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22 agosto 2019

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