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E subito un gallo cantò

· Sullo sfondo del racconto evangelico ·

«Ma certo! Non posso sbagliarmi. So chi sei. Ora che il riflesso delle fiamme ti lambisce e illumina la faccia, la figura, io ti riconosco. Tu stavi con Gesù quando lo incontrai. Ti vidi accanto a lui, davanti a tutti gli altri. E adesso cerchi di dissimularti perché temi d’essere anche tu colpito dalla pena capitale».

«Di che cosa vai farneticando, donna? Con quel Gesù, predestinato a morte certa, non ho nulla da spartire. Quanto a te, le nostre rispettive strade non si sono mai — te l’assicuro, devi credermi — incrociate».

Carmen Silvestroni, «Il rinnegamento di Pietro» (Parrocchia Regina Pacis, Forlì)

«Davvero?» gli sorrise la donna, maliziosa. «Eppure, sai, persino il nome tuo conosco. Simone tu ti chiami. Lui però, Gesù, il Maestro, t’ha ribattezzato Cefa, che corrisponde a...».

«Vuoi tacere?!». L’uomo, lì seduto, aveva inconsapevolmente alzato il tono della voce.

«Parla più piano» lo schernì la donna. «Non ti conviene far sentire a tutta questa gente infida intorno a noi, qui nel cortile, l’inconfondibile parlata della tua nativa Galilea».

Allora, intimandole un più sommesso «Zitta», Pietro si levò dal posto accanto al fuoco, si slanciò su quella perniciosa accusatrice, fece per stringerle convulsamente un braccio.

Ma una forza lo respinse, misteriosa: come un invincibile fluido difensivo che sembrava promanare dalla pelle, dalla carne della donna. «Ma tu chi sei davvero? Sei una serva o...?» le chiese stralunato. «Come puoi conoscere il mio nome? E sai anche, magari, cosa sta per accadere qui in città dopo l’arresto di Gesù?».

«Sono...». Parve esitare. Poi: «Sono la donna che, toccando da dietro il lembo del mantello di Gesù, la propria guarigione gli strappò. O, per meglio dire, ottenne che si lasciasse lui strappare — quasi come fosse estranea al suo volere — la grazia prodigiosa, risanante».

«Ma perché non t’ho riconosciuta, invece, io?».

«Perché il volto in parte un velo mi copriva». Tacque, assorta in qualche suo pensiero. Quindi riprese: «E un altro dono, d’inestimabile valore, dopo che mi ebbe benedetta, Gesù segretamente mi concesse: quello della profezia. Sicché di te, dei tuoi timori, dei tuoi dubbi su di lui quale autentico Messia, della voglia ansiosa di salvarti, della sorte che ti toccherà in futuro, nulla — o ben poco — mi è nascosto».

Come da una folgore raggiunto e ustionato, Pietro si ritrasse. Barcollò. S’allontanò da lei di qualche passo. Se non che d’improvviso, sogghignando, un ceffo gli sbarrò il cammino.

«Tu pure, galileo» lo apostrofò beffardo, «facevi parte del fedele gregge di Gesù». «No, ti sbagli» l’apostolo rispose balbettando. «Con qualcun altro, certamente, mi confondi».

Poco dopo, ecco una nuova, uguale insinuazione seguita da un diniego menzognero: il terzo. E subito s’udì (ma da quale arcana lontananza, da quale orizzonte proveniva?) il galli cantus.

E fu allora che nel vano del portone d’accesso al palazzo tenebroso del sommo sacerdote comparve, stretta fra due sgherri del sinedrio, la snella, nobile figura di Gesù, il suo pallido, magro viso sofferente rivolto verso Pietro, con un’espressione di tacita rampogna (simile a quel «Satana, va’ dietro di me!») e di silente amore (lo stesso di quando un giorno lo esaltò: «Beato te, Simone, figlio di Giona...!»).

Il tempo, appena, d’uno sguardo saettante fino in fondo al cuore, dentro la memoria d’un tratto ridestata del rinnegatore conturbato. Poi la notte della sua Passione lo inghiottì.

Pietro avvertì — mentre per il senso intollerabile di colpa lo sfiorava la perversa tentazione di andare anch’egli a impiccarsi — una mano posarsi con audacia inaudita, scandalosa, e con delicatezza femminile, su una spalla.

Si volse: era colei che nei secoli venturi sarebbe stata designata come “emorroissa”. «Scaccia via il pensiero» gli disse «di riuscire, con un gesto estremo, a liberarti dalla morsa dell’angoscia che ti paralizza corpo e mente. E non credere nemmeno di poter seguire il tuo Maestro sulla via che porta alla tortura, all’abbandono, all’urlo lacerante della morte. Non ti è dato di partecipare al suo destino. Non adesso, almeno. Forse, in futuro, il medesimo supplizio, il medesimo martirio...».

Lasciò in sospeso quella frase. Ben diverso tono aveva intanto, inaspettatamente, assunto. «Altro è ciò che puoi, che devi fare» aggiunse «in queste ore di tormento, d’impotenza: raccoglierti in preghiera, macerarti nel rimorso, chiedere perdono al Dio pietoso, misericordioso. Morire, in sintesi, a te stesso. Te stesso rinnegare dopo avere rinnegato l’Innocente. Perché se tu e gli altri tuoi compagni di fede e infedeltà e di vigliaccheria saprete presentare al Padre l’offerta d’una vostra mortificazione autentica e profonda, farne un sincero sacrificio a Lui gradito, la morte allora non pronuncerà sul Figlio crocifisso e ucciso l’ultima parola».

«Che cosa intendi dire?» Pietro sussultò. «Che da noi dipende, anche da codardi peccatori come noi, se lui, Gesù, risorgerà dai morti?».

La donna non si pronunciò. Emise solo un lieve, impercettibile sospiro. Ma una luce intensa, palpitante, nelle nere iridi s’accese prima che le palpebre calassero sugli occhi e lei, come spossata da uno sforzo immane, si rannicchiasse a terra e lì si addormentasse. L’avrebbe un sogno — presagiva — visitata.

A Pietro, disperato, non rimase altra soluzione che fuggire dal cortile e dal fuoco maledetti, spargendo in pianto lacrime non meno amare del fiele misto a vino che i soldati, là sul Golgota, bramosi d’inchiodare al legno e d’innalzare il Nazareno, il presunto sovrano dei Giudei, avrebbero tentato, invano, di versare a forza tra le labbra inaridite, screpolate, sigillate in una non udibile preghiera, del Signore.

di Marco Beck

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09 dicembre 2019

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