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E se san Francesco tornasse oggi…

«Hai mai pensato che fu il Cristo a umanizzare, per così dire, l’immensità? Quando Dio si fece uomo conferì importanza a lei, a me e a tutti gli altri. Non ci ha soltanto redenti. Ci ha pure salvati dal terribile peso dell’immensità». Queste sono le parole con le quali Mister Blue accoglie l’io narrante di un romanzo breve uscito nel 1928 negli Stati Uniti.

Nico P., «10.000 Rungs of solitude» (2015)

Il narratore ha raggiunto Blue sulla terrazza in cima a un grattacielo, dove il giovane abita, ed è un uomo normale, interessato alla carriera e al buon inserimento sociale, ma nello stesso tempo è profondamente affascinato da questo giovane dagli occhi splendenti, che vive di poco ma è sempre felice, ama la bellezza del mondo, le bande musicali, la gente semplice e generosa. Cerca quindi indizi per ricostruire la storia di Mister Blue — cosa veramente difficile, date le condizioni improbabili in cui vive il protagonista — e soprattutto per trascrivere le sue parole, sempre imprevedibile e sconvolgenti.

Si tratta infatti di un personaggio che vuole essere — e in massima parte riesce a essere — un nuovo san Francesco nella modernità di una città contemporanea. L’autore del libro, Myles Connolly (1897-1964), scrittore e reporter per il «Boston Post» di formazione cattolica, poi impegnato come sceneggiatore nella Hollywood degli anni trenta, si immagina cosa sarebbe potuto succedere se un giovane con l’originale visione del mondo che ha contrassegnato Francesco d’Assisi si fosse trovato a vivere in una grande città contemporanea.

Una libertà vertiginosa e una felicità piena di gratitudine per i doni di Dio convivono nell’originale Mister Blue con un acuto senso della necessità della sofferenza a cui lo conduce la sua straordinaria sensibilità. Così, all’amico che non vuole capire il suo eccezionale destino, e tenta sempre di ricondurlo a una mediocre normalità, Blue dona un bigliettino con la frase del curato d’Ars «la croce è il dono che Dio offre ai suoi amici».

Per tener fede alla povertà, Mister Blue va a vivere tra i poveri, per narrare loro una storia che altrimenti non avrebbero mai accettato di ascoltare: la storia di Cristo. «Alcuni di quei poveretti sono già santi in potenza. Vedessi come si sentono incoraggiati quando parlo loro della provvidenza di Dio» confida all’amico.

E sperava che con il tempo altri avrebbero seguito il suo esempio, diceva che avrebbe formato l’esercito delle Spie di Dio. Diceva che dovevano essere esempi viventi per la gente che odia i predicatori, un meraviglioso esercito di mendicanti ignoti e anonimi.

In un inverno duro e freddo l’io narrante rintraccia il protagonista in ospedale, dove era finito investito da un’auto mentre cercava di riportare a casa un collega operaio che aveva bevuto troppo. «Che fortuna per me trovarmi qui» gli dice Blue, che il narratore trova circondato da malati: «Sono belle anime quasi tutti. È soltanto in un posto come questo che si può imparare a capire tutta la somma di dolore del mondo…».

La notte successiva Mister Blue muore, lasciando immerso in una disperata nostalgia il suo alter ego, che è anche il narratore, un uomo normale, che vuole accumulare dei beni, godere della vita.

Piccolo gioiello della narrativa americana tradotto per la prima volta in italiano, questo libro di Myles Connolly (I fioretti di Mister Blue, Roma, Castelvecchi, Roma 2017, pagine 96, euro 12,50) è la leggenda di un uomo puro, che vuole ricondurre l’umanità alla ricerca della gioia. Una storia drammaticamente di attualità anche oggi.

di Lucetta Scaraffia

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13 dicembre 2017

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