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E se Faruk non avesse
sbagliato il rigore?

· Calcio e guerra nel libro i Gigi Riva ·

La storia non contempla i se. Eppure qualcuno quel “se” lo usa ancora, ricordando addirittura una partita di calcio giocata un quarto di secolo fa e terminata con un rigore fatale. Ne sa qualcosa chi quel rigore sciagurato lo batté, sbagliandolo: Faruk Hadžibegić. All’epoca aveva 33 anni ed era il capitano della nazionale della Jugoslavia. 

Aleksandr Deineka, «Portiere» (1934)

E quella persa con l’Argentina a Firenze, ai quarti del campionato mondiale di Italia 90, fu l’ultima partita disputata dalla squadra jugoslava nella fase finale di una competizione internazionale prima del tragico sfaldamento della nazione. «Ah, se lei avesse segnato quel rigore! Forse cambiavano i destini del Paese» si sente dire ancora oggi Faruk, con sempre maggiore indulgenza però, quando incontra un ex jugoslavo o torna nella sua terra dalla Francia, dove era andato a giocare e divenuta il suo buen retiro.
Ormai ci è abituato Hadžibegić, gli capita «otto volte su dieci» racconta a Gigi Riva, che a lui ha dedicato il bel libro intitolato appunto L’ultimo rigore di Faruk (Palermo, Sellerio, 2016, pagine 184, euro 15) e che di fatto è il pretesto per raccontare la fine della Jugoslavia attraverso le vicende sportive, come anticipato nell’esplicativo sottotitolo Una storia di calcio e di guerra. Ma non si tratta di una forzatura, perché in questa storia drammatica, più che in altre, il rapporto tra sport e politica è strettissimo, tanto emblematico quanto perverso. «Il rigore — scrive il giornalista de «L’Espresso» che raccontò da inviato la guerra nei Balcani — è trasvolato dal calcio, si è fatto mito, passaggio cruciale, leggenda. Più passa il tempo più la benevolenza prevale sul rimprovero. L’eroe soccombente è comunque eroe». Anche se quel “se”, che accompagna il rimpianto o il rammarico di ciò che non è stato, diventa, come sottolinea Riva, una iperbole per «misurare la distanza siderale che corre tra un calcio di rigore e “i destini del Paese”. Un abisso di senso frutto dell’epica che esaspera il potere dello sport. Il calcio come funzione salvifica, antidoto all’odio e alla guerra».
Non sorprende, del resto, questo accostamento, se è vero che per il calcio e per la guerra si usa un vocabolario comune: «Il “bomber” “spara” una “fucilata”, se è molto violenta un “missile”. Una squadra “cinge d’assedio” l’area avversaria, va “all’assalto”. In trasferta “si espugna” il campo “nemico”». Ma Riva, in questo saggio che si legge come un romanzo, va oltre il parallelismo linguistico e nella precisa ricostruzione che accomuna la disgregazione di una nazione e quella della sua nazionale dimostra in modo inequivocabile il modo in cui i signori della guerra abbiano usato il calcio piegandolo alle proprie necessità. Del resto, confida Faruk, «ogni club in Jugoslavia era politica, soprattutto la nazionale era politica». Figurarsi nel momento dell’implosione.
Nulla di nuovo, se è vero che da sempre le dittature in particolare e la politica in generale hanno usato lo sport come mezzo di propaganda e di controllo. E in più di una circostanza la storia ha incrociato gli stadi, lasciando un segno più o meno marcato sulle vicende sportive. Si pensi, restando al calcio, alla nazionale argentina, il cui trionfo in casa al mondiale del 1978 servì a coprire la sanguinosa repressione del regime di Videla. O alla vittoria, otto anni dopo, della stessa Argentina sull’Inghilterra con quel gol segnato da Maradona di mano, quella “mano de Dios” invocata quale vendetta per la guerra persa per le isole Malvinas-Falkland.
E proprio in uno stadio di calcio inizia, sia pure in modo simbolico ma storicamente riconosciuto, il conflitto balcanico. È il 30 maggio 1990, vigilia dei mondiali italiani, e al Maksimir di Zagabria si affrontano la squadra di casa, la Dinamo, e la Stella Rossa di Belgrado. In realtà la partita non viene giocata, va in scena lo scontro fra le due tifoserie. Alla testa di quella di Belgrado c’è Želiko Raznjatovic, passato tragicamente alla storia come la “tigre Arkan”, che ha trasformato gli hooligan più agguerriti e feroci in una milizia pronta a compiere efferatezze di ogni genere. Cosa che avverrà più tardi, con mitra e bombe al posto di bastoni e petardi, quando dal prato del Maksimir lo scontro si sposterà sanguinosamente a Vukovar, dove molte di quelle facce, scrive Riva, si troveranno di nuovo una di fronte all’altra.
Ad Arkan — che si vanterà di aver scoccato quella sciagurata scintilla e di ben altre mostruosità — il calcio piace, ma apprezza ancora di più l’uso che può farne a suo vantaggio. Soprattutto quando si scopre potente. Come fosse un capo di Stato, appena scesi dalla scaletta dell’aereo i calciatori della Stella Rossa gli porgono la Coppa Intercontinentale appena vinta. E lui li accoglie dicendo: «Voi mi avete portato questa, io vi ho portato la terra di Slavonia». «Nei Balcani — azzarda allora, ma neppure tanto, Riva — lo sport come la guerra non è una metafora. La guerra è la prosecuzione dello sport con altri mezzi». Più tardi comprerà una squadra di serie b, l’Obilic, nome dell’eroe di Kosovo Polje, portandola in appena due anni allo scudetto. «Arbitri intimiditi, avversari minacciati fisicamente se avessero segnato, rapimenti di calciatori riottosi nel firmare un contratto»: questi i metodi usati per la vittoria, scrive il giornalista, ma nessuno pensa di indagare.

Ma torniamo a Firenze, a quel caldo pomeriggio del 30 giugno 1990. Dopo i supplementari finiti in parità, Faruk sbaglia l’ultimo rigore. Prima di lui hanno fallito, tra gli altri, anche il suo compagno Stojković, la stella della nazionale, e persino quel fuoriclasse di Maradona. Ma quegli errori vengono presto dimenticati. Il suo è quello decisivo: 3 a 2 il risultato finale. Eliminati. «Quell’errore — scrive Riva — è diventato, nei Balcani, l’emblema del diverso destino che avrebbe potuto avere il Paese se un’eventuale vittoria avesse fatto risorgere, dalla Slovenia alla Macedonia, un nazionalismo jugoslavo».

di Gaetano Vallini

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08 dicembre 2019

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