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​E se abolissimo il verbo tollerare?

· ​A colloquio con Flavio Insinna sullo stile di accoglienza delle persone con disabilità ·

Una scena del film  «La classe degli asini» (2016)

È la tonaca lisa che ha indossato per interpretare don Bosco l’immagine che Flavio Insinna sceglie per raccontare la sua vita, ancor prima del suo mestiere di attore. «Quella veste consumata — confida — mi ricorda i miei genitori che sono stati insieme per cinquant’anni e non perché erano altri tempi: sono sempre le persone a fare i tempi giusti». Ma la tonaca di don Bosco, «consumata per aiutare gli altri in nome di Cristo», rappresenta «esattamente quello che vorrei indossare io nella mia vita, provando a fare qualcosa di buono per chi ha bisogno di una mano». Insinna non si nasconde dietro giri di parole: può pure interpretare, da protagonista, don Bosco, vestire i panni di don Pietro Pappagallo, ucciso alle fosse ardeatine, di un confratello di padre Pio e del padre spirituale di Maria Goretti o anche la tunica di un discepolo di san Pietro. Però «a contare veramente è se i miei panni, il mio cuore, la mia anima si consumano per stare accanto a chi soffre, alle persone disabili, anziane, sole, povere, in carcere». E, racconta l’attore nell’intervista al nostro giornale, «non solo strappando un sorriso sul palcoscenico ma soprattutto nella vita, quella vera».

Insomma, cosa racconta la tonaca di don Bosco?

Con i poveri il giorno di Natale nella basilica di Santa Maria in Trastevere

Quella tonaca dice tutto. Mi ha sconvolto quando l’ho vista esposta a Valdocco: è talmente consumata da essere trasparente come una radiografia. Mi hanno spiegato che don Bosco aveva solo due vesti, e pure prestate. Così ho storto il naso quando la produzione mi ha consegnato un abito di scena nuovo e scintillante. Per renderlo più vicino all’esperienza di don Bosco ho pensato bene di rovinarlo. Ci ho dormito la notte per stropicciarlo e poi, di nascosto, l’ho persino sciupato con la carta vetrata. Per interpretare don Bosco avevo bisogno di una tonaca vissuta. Anche se resta l’evidenza che con una grande preparazione puoi interpretare un cow boy, ma non don Bosco. Quando devi rappresentare un santo in un film sai già che non riuscirai a rendere la sua grandezza. Puoi solo fare del tuo meglio e, forse, al Signore basterà. Sì, puoi solo pregare, offrendo il tuo lavoro quotidiano: «Signore, aiutami tu in tutta la mia incapacità, spero ti piaccia». Anche per questo porto sempre in tasca una corona del rosario, di legno povero. Nel Padre nostro diciamo «sia fatta la tua volontà»: e io mi piego, sbando, però mi sforzo di restare appigliato con testardaggine.

Mercoledì mattina lei incontrerà Papa Francesco all’udienza generale. Che cosa gli dirà?

Anzitutto gli chiederò di avere misericordia con me: è mia la voce che legge, nell’audiolibro, le sue parole nel volume Il nome di Dio è misericordia. A mano a mano che le leggevo mi sono accorto che, in fatto di misericordia, nessuno può dirsi con la coscienza a posto.

di Giampaolo Mattei

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26 agosto 2019

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