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E Sara rise

Sara è una delle matriarched’Israele che, assieme a Rebecca, Rachele e Lia, ha contribuito alla nascita del popolo e alla costruzione della sua identità e della sua memoria. La storia patriarcale raccontata nella Genesi non è soltanto — come alcuni l’hanno presentata — la sola storia dei patriarchi ma è anche la storia delle matriarche, destinatarie privilegiate della promessa divina. La prima notizia che abbiamo di Sara si trova nella genealogia di Terach, il padre di Abram, suo marito.

Marc Chagall, «Sara e gli angeli» (1960)

Lì veniamo a sapere della tragedia che affligge il suo cuore: «Sarai era sterile e non aveva figli» (Genesi, 11, 30). La sterilità in Israele, come in tutti i popoli antichi, era una umiliazione e un segno di maledizione per la donna, che si sentiva rifiutata dalla società, dai propri cari e perfino da Dio. Consapevole di non poter diventare madre, la donna sterile è condannata a convivere un giorno dopo l’altro con un incubo. Prigioniera del proprio corpo e della propria anima, essa continua a vivere avvolta in un alone di morte. Dopo la chiamata di Dio, Abram, che allora aveva settantacinque anni e una moglie sterile, abbandonò Carran e si mise in cammino verso una terra ignota con tutta la sua famiglia, dove arrivò dopo un lungo e faticoso cammino. Ma, essendo stata quella terra colpita da una carestia, Abramo decise di scendere in Egitto per sfuggire alla fame. Trovatosi in terra straniera, viene colto dalla paura e, temendo per la propria vita, chiede alla sua avvenente moglie di mentire agli egiziani facendosi passare come sua sorella: «Di’, dunque, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva grazie a te» (Genesi, 12, 13). Nessuna reazione da parte da Sarai, nessuna risposta. Il narratore lascia sottintendere che essa è la vittima di un marito egoista che si preoccupa soltanto di se stesso. Sarai invece si sacrifica per lui e acconsente all’inganno, senza badare a se stessa e al pericolo a cui si espone. Essa infatti non passò inavvertita tra gli egiziani, i quali la presero e la condussero dal faraone. Il problema è dunque risolto per Abram, che addirittura viene colmato di ogni sorta di regali, ma ovviamente non per Sarai, che si ritrova nell’harem del sovrano. A questo punto interviene il Signore che, dispiaciuto per quanto è accaduto ma soprattutto per la viltà di Abram nei confronti di sua moglie, fa sì che l’inganno venga scoperto e Sarai liberata. Dopo quest’avventura, il viaggio continua, ma Sarai cammina portando con sé il peso della sua sterilità, un peso che diventa sempre più insopportabile e avvilente. Anche Abram, a suo modo, ne soffre e vorrebbe che la situazione fosse diversa. Ed ecco che un giorno, pur senza nominare sua moglie, si lamenta davanti al Signore: «Ecco, a me non hai dato discendenza» (Genesi, 15, 1-2). Molte promesse gli sono state fatte in questi dieci anni, tra cui una discendenza tanto numerosa come la polvere della terra e come le stelle del cielo, ma sta di fatto che il primo figlio non arriva. Anche Sarai è stanca di aspettare, e si lamenta con Dio. È lui il colpevole, è lui

che ha chiuso a chiave il suo grembo e sembra aver perso la chiave che potrebbe riaprirlo, o, peggio ancora, forse per qualche motivo che essa non conosce, la chiave ce l’ha, ma non vuole usarla. Tuttavia, Sarai non si rassegna a essere una donna “incompleta” e prende l’iniziativa. È decisa a risolvere la questione e, siccome Dio, secondo lei, le ha voltato le spalle, si rivolge a suo marito in cerca di aiuto: «Il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli» (Genesi, 16, 2). La supplica di Sarai esprime il suo desiderio inappagato di maternità e Abramo, senza proferire parola, acconsente senza esitare per accontentare sua moglie, anche se questo significherà introdurre un’altra donna nel loro rapporto di coppia. Lo stesso desiderio s’impossesserà di Rachele, la moglie amata di Giacobbe. Come Sarai, Rachele supplicherà suo marito: «Dammi figli o muoio» (Genesi, 30, 1) e come Sarai, Rachele lo convincerà a unirsi a una schiava grazie alla quale diventerà madre. Secondo il diritto mesopotamico, una sposa sterile poteva dare a suo marito una schiava e riconoscere come propri i figli nati da quest’unione. Anche se non si può dimostrare — come di solito si ritiene — che questa fosse una pratica comune in Israele, il narratore la presenta come una soluzione alla sterilità femminile. In questo modo, la donna sterile poteva avere figli legittimi, anche se biologicamente non le appartenevano. Il fatto è che Agar, la schiava di Sarai, rimane incinta e la sua gravidanza, invece di essere motivo di gioia, diventa fonte di sofferenza per Sarai che non riesce a sopportare l’arroganza della schiava nei suoi confronti: «Quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei» (Genesi, 16, 4). Da quel momento in poi la rivalità tra le due donne fu in crescendo e la vita in famiglia diventò un inferno. Agar si vantava di portare un figlio di Abram nel suo grembo, e Sarai non smetteva di maltrattarla. Terrorizzata dalla sua padrona, Agar finalmente decide di fuggire al deserto. Lì si incontra col Signore che ascolta la sua afflizione e la convince a ritornare. Pur essendo una schiava, anch’essa ha una missione importante da compiere. Quando Abram aveva ottantasei anni, Agar partorisce Ismaele, il cui nome significa appunto “Dio ascolta” (Genesi, 16, 15). Passati tredici anni dopo la nascita del primogenito, il Signore stabilisce un’alleanza con Abram che da quel momento in poi si chiamerà Abramo, un nome che è promessa di fecondità: «Padre di una moltitudine di popoli». Anche Sarai cambierà nome. Invece di Sarai sarà chiamata Sara, che in ebraico significa principessa. Il cambiamento di nome indica non solo un cambiamento di destino ma anche di atteggiamento verso la vita e verso il futuro. Aprendosi al piano divino, i due sposi sono disposti a iniziare una nuova tappa nella loro vita. Ma più importante del cambiamento di nome è la promessa che il Signore rinnova ad Abramo: egli avrà un figlio da Sara (cfr. Genesi, 17, 16). Abramo, che ha cent’anni, non riesce a trattenere il riso di fronte a queste parole. La stessa reazione avrà Sara quando ascolterà l’annuncio della sua gravidanza da un ospite sconosciuto: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio» (Genesi, 18, 10). Sara ride poiché sapeva che il tempo di avere figli era ormai passato: «Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!» (Genesi, 18, 12). All’ospite non piace il riso incredulo e ironico di Sara e aggiunge sfidandola: «C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore?» (Genesi, 18, 14). È soltanto allora, sentite queste parole, che Sara scopre l’identità dell’ospite. Ed ecco che la conversazione, che all’inizio si era stabilita fra i tre ospiti e Abramo, tutti maschi, alla fine è diventata una conversazione tra il Signore e Sara, la portatrice della promessa. A prima vista, può sembrare che l’insistenza del Signore sul fatto che Sara abbia riso («Sì, hai proprio riso», Genesi, 18, 15) sia da intendersi come un rimprovero contro di essa. Tuttavia, il riso di Sara è in realtà un preannuncio del nome del figlio che è in arrivo. Egli sarà chiamato Isacco, che significa proprio “figlio del riso”. Dopo aver partorito il figlio tanto desiderato, Sara spiega con un bel gioco di parole la sua esperienza con Dio: «Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà riderà lietamente di me! (…) Chi avrebbe mai detto ad Abramo che Sara avrebbe allattato figli? Eppure gli ho partorito un figlio nella sua vecchiaia» (Genesi, 21, 6-7). Finalmente il Signore ha aperto il suo grembo e Sara ride di gioia, di gioia profonda e vera perché incredibilmente il sogno è diventato realtà. L’impossibile si è avverato. È diventata madre, e dunque adesso è una donna completa e realizzata che non deve vergognarsi di fronte a nessuno. Sara è rinata alla vita. La nascita di Isacco è il coronamento di una lunga e travagliata attesa, vissuta nel dubbio e nell’amarezza durante un lungo e faticoso viaggio che ha logorato i piedi ma soprattutto i cuori dei due genitori. Tutto sta a indicare l’happy end della storia, ma purtroppo non sarà così. La felicità non è mai completa in questa terra. La vita continua ma i problemi non si arrestano. La gioia di Sara viene spezzata subito dopo lo svezzamento di Isacco a causa della sua vicinanza con Ismaele, il figlio di Agar. Nella grande festa che Abramo diede in onore della madre e del figlio, Sara, vedendo che Ismaele “rideva” con Isacco, subito si rese conto che suo figlio non sarebbe stato il principale erede. Ismaele sa di essere il primogenito e questo lo fa sentire superiore a suo fratello a tutti gli effetti. Secondo la legge della primogenitura, l’eredità appartiene al primogenito, anche se come in questo caso non è figlio della moglie amata (cfr. Deuteronomio, 21, 17). Presa dalla gelosia, Sara pretende che Abramo mandi via «questa schiava e suo figlio», come a dire che Ismaele non è più figlio suo. Queste saranno le sue ultime parole. Nemmeno pronuncia i loro nomi, non vuole più vederli, non vuole più sentirli. Spariscano per sempre dalla sua vita, sicché Isacco possa diventare l’unico erede. Ad Abramo non piace la richiesta di sua moglie, ma seguendo il consiglio del Signore acconsente. Così, dunque, Sara riesce a cacciar via Agar e Ismaele per una seconda volta. Se la prima volta lo fece spingendo Agar a fuggire col bambino ancora nel grembo, adesso invece li caccia via apertamente e senza scrupoli. Madre e figlio sono abbandonati nel deserto di Betsabea e quindi destinati a morire. Venuta a mancare l’acqua dell’otre che Abramo aveva dato ad Agar, il bambino è sul punto di morire e sua madre piange per la disperazione. Sentendolo piangere per la sete, il Signore ne ha compassione. Procura loro da bere e dice ad Agar: «Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione» (Genesi, 21, 18). Ismaele non è l’erede promesso, ma anche per lui il Signore provvederà. A questo punto Sara sparisce dalla scena. Non sappiamo come abbia vissuto l’allontanamento da Ismaele, se magari se ne sia perfino pentita, se sia andata qualche volta a trovare suo figlio… Sono tutte supposizioni. L’ultima menzione di lei è la sua morte a Ebron, quando aveva centoventisette anni. Abramo fece il lamento per lei e la pianse (Genesi, 23, 1-2). Soddisfatto, a quanto pare, con questa scarna notizia, il narratore si sofferma poi nel raccontare come Abramo acquistò legalmente dagli ittiti una grotta e un campo, dove seppellire Sara. Conclusa la transazione, di grande importanza per i diritti futuri sulla terra, Abramo seppellì sua moglie «nella caverna del campo di Macpela di fronte a Mamre, cioè Ebron, nella terra di Canaan» (Genesi, 23, 19). È significativo, dunque, che il primo appezzamento di terra di cui Abramo ha la proprietà nel Paese sia proprio la tomba di Sara. Nello stesso luogo riposano anche Rachele e Lia (Genesi, 49, 31). Sara, la prima delle matriarche, la più ricordata nel Nuovo Testamento, è stata una donna forte che ha lottato e sofferto per essere portatrice di vita in una situazione quasi impossibile. Non si è tirata indietro di fronte alle difficoltà, anche se il suo modo di superarle non è stato sempre il più adeguato. Una donna che ha diffidato di Dio quando era al buio ma che al momento opportuno ha riconosciuto la sua autorità. Insomma, una donna tra luci e ombre, come tutti noi, che è passata alla storia come portatrice della promessa.

di Nuria Calduch-Benages

l’autrice

Nata a Barcellona nel 1957, Nuria Calduch-Benages risiede a Roma dal 1985. Dopo la laurea in filologia anglo-germanica all’Università Autonoma di Bellaterra, ha continuato i suoi studi presso il Pontifico Istituto Biblico di Roma dove ha conseguito il dottorato in Sacra Scrittura. Attualmente è professore ordinario di Antico Testamento nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana, assidua collaboratrice della Federazione Biblica Cattolica e membro della Pontificia Commissione Biblica. Collabora a numerose riviste specialistiche e tiene conferenze in varie parti del mondo.

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