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E nel 1934 il Papa assunse un’ebrea tedesca

· L’archeologa Hermine Speier venne chiamata da Pio XI per riordinare l’archivio fotografico dei Musei Vaticani ·

È sepolta in quel «nido di rondini all’ombra del Cupolone» che è il Campo Santo Teutonico

Su «Il foglio» del 16 aprile Paolo Rodari ha rievocato in un articolo brillante e documentato la figura di Hermine Speier, l’archeologa ebrea tedesca nata nel 1898, a Roma dal 1928, che nel 1934 Pio XI volle introdurre in Vaticano «per riordinare l’archivio fotografico dei nostri musei»: quei Musei Vaticani ai quali la Speier avrebbe dedicato il primo volume della fondamentale «Guida alle raccolte pubbliche di arte classica di Roma» ( Führer durch die offentlichen Sammlungen klassischer Altertümer in Rom ), da lei curata in quattro volumi fra il 1963 e il 1972 come quarta edizione di una fortunata opera di Wolfgang Helbig (1891, 1899) già rifatta nel 1912-1913 da Walther Amelung, Emil Reisch e Fritz Weege.

Attingendo alla puntuale ricostruzione di Gudrun Sailer, giornalista della sezione tedesca della Radio Vaticana che della Speier ha parlato nel documentario sul «Vaticano segreto» andato in onda domenica sera sul National Geographic Channel, raccogliendo ancora i ricordi di quanti l’hanno conosciuta personalmente (come Oriol Schädel, per molti anni direttore della Libreria Herder a piazza Montecitorio), Rodari delinea un ritratto a tutto tondo di questa «donna piena di vita e insieme di vitalità», figura nuova e atipica in un mondo come quello Vaticano allora chiuso alle presenze femminili.

La Speier ha lasciato un segno nella memorialistica romana del Novecento, dai Römische Memoiren di Ludwig Pollak (Roma, L’Erma di Bretschneider, 1994) alla Storia della mia vita di Hubert Jedin (Brescia, Morcelliana, 1987), il grande storico del concilio di Trento che la conobbe proprio a Roma, ove i suoi amici tedeschi più vicini erano appunto Ludwig Curtius (1874-1954) e la Speier. Dopo la destituzione dalla direzione dell’Istituto Archeologico Germanico (a causa delle sue relazioni con persone non ariane), «Curtius — ricorda Jedin — era potuto rimanere a Roma come vero ambasciatore dello spirito tedesco più autentico. Hermine Speier, sua ex allieva originaria di Francoforte, era stata licenziata, a causa delle sue origini, dal servizio che svolgeva all’Istituto, dove aveva diretto il dipartimento fotografico, che era straordinariamente ampio. Su raccomandazione di Curtius era stata assunta dal direttore generale dei Musei Vaticani, [Bartolomeo] Nogara, per l’istituzione e la sistemazione di un settore fotografico nei Musei Vaticani, in un primo tempo senza un rapporto di lavoro fisso bensì, come lei stessa raccontava, a “paga giornaliera”. Essa ha riordinato in maniera esemplare il caos delle migliaia di fotografie di pezzi di museo, antichi e non antichi, che nel corso di decenni si erano accumulate; era però costretta a procurarsi altro denaro per vivere, impartendo lezioni e leggendo ad alta voce presso lo studioso di storia antica Gaetano De Sanctis, che era diventato cieco. In quegli anni essa fu per me un’amica comprensiva e cara, alla quale potevo confidare ogni mia preoccupazione. Dalla terrazza sopra il suo appartamento, vicino a Sant’Onofrio sul Gianicolo, si godeva una vista meravigliosa sulla città di Roma».

Quando nell’ottobre 1943 la ferocia nazista si accanì contro la comunità ebraica dell’Urbe per Jedin fu un sollievo sapere che la Speier era al sicuro, presso le suore delle Catacombe di Priscilla sulla via Salaria: «aveva provveduto a sistemarla lì il direttore della casa, mons. [Giulio] Belvederi, nipote del cerimoniere pontificio Respighi. Il nascondiglio era estremamente sicuro, poiché in caso di perquisizione lei e gli altri “imboscati” potevano dileguarsi, passando per un accesso segreto nella vicina catacomba, che in questo modo aveva una funzione analoga a quella avuta all’epoca delle persecuzioni dei cristiani».

Ma un momento solenne e indimenticabile si avvicinava. Il 13 dicembre 1944 Curtius compì settant’anni. «Insieme alla signorina Speier — ricorda Jedin —, a [Bruno] Wüstenberg e a [Paul Georg] Berndorff andai da lui già di buon mattino, alle 8; il “circolo delle memorie” (il gruppo di persone al quale egli leggeva a capitoli le sue memorie pubblicate più tardi) gli aveva preparato a mo’ di sorpresa un concerto per flauto di Mozart, che lo commosse fino alle lacrime; la musica, disse alla fine, è l’armonia che non si realizza nella natura. Alle 11 lo accompagnai all’udienza del papa, dalla quale uscì molto soddisfatto, dopo circa venti minuti; nel pomeriggio alle 15, il direttore dell’Istituto svedese, [Erik] Sjoqvist, diede in suo onore un ricevimento, al quale parteciparono circa 120 persone di sedici nazioni diverse. In quell’occasione parlarono il direttore generale dei Musei Vaticani Nogara, il signor [Jean Rodolphe] von Salis per la Croce Rossa, [Paolino] Mingazzini per gli italiani, la signorina Speier a nome dei suoi studenti». E Curtius ringraziò con il motto dei Templari tratto dal salmo 115, «Non nobis», ricordando «tutti coloro ai quali doveva la sua vita spirituale, il suo “essere così”. In quell’istante storico la festa di Curtius fu molto più di un omaggio alla singola persona: fu un atto di riconoscimento dello spirito tedesco, al di là di tutte le atrocità compiute da Hitler e dai suoi uomini».

Finita la guerra e terminata la persecuzione, Spinnie — il nomignolo con cui la Speier veniva chiamata dagli amici tedeschi — si converte al cattolicesimo; la famiglia, dispersa fra Inghilterra e Stati Uniti, rompe i rapporti con lei ma nel suo salotto, dove si legge Dante e si discute di Johann Joachim Winckelmann, continua a confluire «il meglio della presenza tedesca a Roma», «notabili, artisti, diplomatici, politici, uomini di varia cultura. E anche diversi vescovi e cardinali». Un mondo che, implacabilmente assottigliato, l’accompagna nel 1989 alla sua ultima dimora, nel Campo Santo Teutonico, in quel «nido di rondini all’ombra del Cupolone» (come Anton de Waal definiva il Campo Santo Teutonico), ove i Teutones in pace attendono la resurrezione.

La storia della Speier può essere letta in modi diversi e sotto molteplici prospettive, come una pagina dell’emigrazione intellettuale ebraica dalla Germania, come un passo saliente nell’affermazione della presenza femminile in Vaticano, come un momento importante in quell’opera di aiuto e sostegno a minoranze perseguitate che la Santa Sede perseguì fra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso (come non ricordare quanto negli stessi anni faceva Giovanni Mercati in Biblioteca Vaticana accogliendo e aiutando, sotto gli occhi e col consenso di Papa Ratti, studiosi ebrei ostracizzati dai loro Paesi?). Ma la vicenda dell’archeologa appare più in profondità come una parabola ricca di significati: un’ebrea tedesca, studiosa della classicità, trova rifugio nella notte buia della barbarie novecentesca in Vaticano e scopre proprio all’ombra di San Pietro il luogo in cui serbare e testimoniare il senso di quell’umanesimo che è l’eredità più alta dello «spirito tedesco più autentico». Al di là di ogni comoda semplificazione, questo incontro fra umanesimo tedesco, ebraismo e cristianesimo fa riflettere e meditare.

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20 maggio 2019

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