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Sotto una luce nuova, anzi antica

Il «Mosè» di Michelangelo

Sotto una nuova luce. Anzi antica. Ritrova l’illuminazione che Michelangelo gli aveva dato la tomba di Giulio ii, di cui fa parte la statua di Mosè, nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma. Grazie a un sofisticato impianto, basato su tecniche informatiche e lampade a led, il complesso marmoreo ha riconquistato quel gioco di luci che il genio michelangiolesco aveva creato cinque secoli fa. Dunque, grazie al progresso è stato possibile rimpossessarsi del passato. Questo affascinante restauro s’inscrive nel progetto promosso dalla soprintendenza per il Colosseo e l’area archeologica centrale guidata da Francesco Prosperetti. L’impianto di luci è stato curato da light-designer Mario Nanni, mentre il lavoro di riscoperta del ruolo della luce sul Mosè si deve ad Antonino Forcellino, storico, restauratore, e una vita dedicata alla tomba di Giulio ii. Il processo di restauro ha tra l’altro permesso di rispolverare le tecniche usate da Michelangelo per ottenere le varie gradazioni di luce: se voleva che la pietra assorbisse la luce, usava solo la gradina, uno scalpello a più denti. Quando desiderava una maggiore luminosità, ricorreva alla pomice. Per conferire alla pietra il cosiddetto effetto di preziosità, impiegava il piombo: tale tecnica la usò sul braccio e sulla fronte di Mosè, ben sapendo che proprio lì sarebbero andati a cadere i raggi del sole.

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16 settembre 2019

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