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È morto Xavier Tilliette

· Il pensatore gesuita aveva studiato soprattutto Schelling ·

«Non esiste nessun eroe per il suo cameriere»: sento ancora padre Xavier Tilliette citarmi il proverbio preferito di Hegel mentre facevamo qualche passo dopo pranzo nei larghi corridoi della Gregoriana. Se è così, non è perché lui non è un eroe, ma, intendeva dire, perché è solo un cameriere e per un cameriere, occupato com’è nelle faccende domestiche, gli eroi non esistono. Il 10 dicembre scorso, un grande uomo ci ha lasciati. Padre Xavier Tilliette non era solo un filosofo e un teologo di razza, era un vero gesuita. Non tutti coloro che l’hanno frequentato da vicino ne hanno misurato la grandezza e la nobiltà. Ma lui era lì per il mondo e per la storia, come una roccia del pensiero e della spiritualità, solido e fermo davanti a ciò che considerava l’annullamento e il crollo di una civiltà. Nel corso dei suoi quasi cento anni di vita, aveva letto, studiato, conosciuto e frequentato i più grandi del nostro Occidente cristiano. Più che Hegel — l’eroe del più anziano padre Gaston Fessard, e con lui di tutta una generazione di gesuiti francesi — è Schelling, la sua opera “in divenire”, sposando sempre il movimento dell’esistenza, che aveva scelto come guida nei suoi primi lavori accademici. L’arte, aveva imparato alla scuola di Schelling, dà alla filosofia la sua credibilità. Senza l’ispirazione delle Muse, un pensatore non può certo produrre verità.

Armine Baghdasaryan «Il filosofo cristiano» (2015)

Padre de Lubac — mi confidò un giorno in una chiacchierata a tavola — l’aveva messo molto presto in guardia contro un’affettività troppo viva. Questi, che, fin dal noviziato a Lione e poi come scolastico a Fourvière, Tilliette aveva scelto come mentore, diffidava dell’orgoglio della ragione da cui erano tentati allora alcuni dei suoi compagni che amoreggiavano con Hegel. Gli insegnò, con l’esempio ancor più che con le parole, la “conversione del cuore”. Insisteva molto, ricorda, sull’obiettività, la sottomissione al dato, e laddove questo è il dato rivelato da Dio, la sottomissione al Mistero. Il giovane Xavier fece tesoro della lezione. Quell’atteggiamento spirituale che divenne a poco a poco in lui un habitus, gli permise di sviluppare una forma superiore d’intelligenza, che fu il motore di una bella fecondità. Invece di lasciare libero corso alla sua sensibilità, si attenne, con una disciplina personale esemplare, alle fatiche del lavoro intellettuale. Osservava rigorosamente la regola che gli era stata inculcata nella Compagnia di Gesù: nulla dies sine linea. Molto mattiniero, dedicava le prime ore del giorno alla scrittura e allora si metteva a comporre con tutte le fibre della sua anima intuitiva, ma facendo attenzione a non perdersi mai in visioni troppo soggettive. Sapeva come tanti filosofi o teologi, che si dicono cristiani, troppo spesso scavalcano la positività della Rivelazione storica. La prima condizione di una ricerca autentica della verità è l’obiettività, il che voleva dire per lui — prima di mettersi a scrivere — prestare a lungo l’occhio all’ascolto, prendendo in esame gli autori più importanti per udirne la voce attraverso i testi, poterli citare, spiegare, farne emergere razionalmente le articolazioni interne.

Le difficoltà inerenti all’ultimo Schelling, che decise di studiare sotto la direzione di Jean Wahl, di cui allora frequentava il Collegio filosofico, non furono per lui un ostacolo da poco nel portare avanti la sua tesi, che trascinò per oltre dieci anni come una palla al piede («ero ossessionato dal motto dell’Icam di Lille: finire»). Non si fece illusioni sui limiti del suo approccio («L’accesso all’opera è obliquo, è il romanzo dell’educazione intellettuale di un filosofo, del suo ruminare, della sua fatica», diceva con modestia), ma la sua dissertazione gli conferirà negli ambiti scientifici l’autorità di esperto francese del grande Idealismo tedesco. Non solo insegnò per decenni all’Università, la sua “seconda patria”, specialmente presso l’Institut Catholique di Parigi, ma entrò così anche in contatto con molte personalità di fama internazionale, in Francia, in Germania, in Spagna, in Portogallo e soprattutto in Italia, il paese in cui ha fatto il maggior numero di allievi.

Non si può non meravigliarsi della folla di filosofi, teologi e scrittori di ogni sorta che evoca con la sua penna, per far loro dire il meglio di se stessi. A partire dagli anni settanta, ritrova pienamente la sua inclinazione, la filosofia religiosa, e incentra espressamente l’attenzione su Cristo e sulla cristologia, sforzandosi di acclimatare l’idea di una cristologia filosofica che non sarebbe “né riduttrice né insincera”. Le sue lezioni, e presto le sue opere, che ruotano attorno a questo tema — nel 1991 riceverà il premio Montyon dell’Académie française per il suo Christ de la philosophie, pubblicato in «Cogitatio Fidei») — gli valsero l’ammirazione e l’amicizia di Hans Urs von Balthasar. Ricordo ancora come, nel corso di alcune conversazioni informali con padre de Lubac nello chalet di montagna sul Rigi, il teologo svizzero menzionò gli articoli di Tilliette sulla Croce e sulla kènosis (saranno poi ripresi in La Semaine sainte des philosophes). Era uno dei rari teologi ad aver colto e approfondito il senso della spiritualità del Sabato Santo, quella «suspense della redenzione» che, sotto la guida del suo confessore, Adrienne von Speyr aveva sperimentato nel passaggio del Venerdì, in attesa dell’assoluzione pasquale.

Nel campo della filosofia, padre Tilliette non fu altro, amava dire, che «un operaio della terza o della sesta ora». Uno dei suoi primi libri, pubblicato a quarantun anni, al termine della sua lunga formazione di gesuita, è dedicato alla letteratura: questa resterà il suo giardino segreto. A margine di un altro saggio di filosofia nello stesso campo di ricerca, Philosophies eucharistiques, per il quale, tra l’altro, si vide insignito, nel 2006, del premio Humboldt e del premio Victor-Delbos dell’Institut de France, donò al pubblico un libro che gli stava molto a cuore, Le Jésuite et le Poète, Éloge jubilaire à Paul Claudel. Come il canto di un cigno, potremmo dire, considerando la lunga vecchiaia che lo ridusse progressivamente all’impotenza totale. Lui che aveva scritto così bene sull’«interminabile crepuscolo artico» del sabato santo, ne ha assaporato il gusto amaro prima di partecipare alla resurrezione dei giusti.

di Jacques Servais

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24 aprile 2019

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