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È morto il papà
del nuovo don Camillo

· La scomparsa dello scrittore e giornalista Jean Mercier ·

Jean Mercier

Era una figura discreta ma molto stimata sia del giornalismo che del cattolicesimo francese. Jean Mercier, redattore capo aggiunto del settimanale «La Vie», è spirato il 19 luglio a 54 anni dopo aver lottato contro una lunga malattia.

Era entrato come giornalista nella rivista cattolica nel 1999, dopo gli studi in una grande scuola di economia e commercio, l’Edhec di Lille, dopo un’esperienza nel mondo della banca e in quello dell’editoria, e si era poi dedicato a tempo pieno alla teologia e al giornalismo.

A lui si devono soprattutto il notevole studio Célibat des prêtres  (Ddb, 2014), e, più di recente, il romanzo filosofico e umoristico Monsieur le curé fait sa crise (Qasar, 2017), best-seller tradotto in italiano, polacco e portoghese. Queste due opere, apparse a pochi anni di distanza tra loro, testimoniano una riflessione profonda, ma sempre animata dalla preoccupazione di restare accessibile, su uno dei suoi temi preferiti: il ministero sacerdotale. E aveva affrontato questo tema sia attraverso la ricerca teologica e sociologica che nei suoi aspetti più concreti della vita pastorale, e affettiva, dei preti che incontrava.

Era del tutto a suo agio nel mondo delle idee e nel dibattito intellettuale, ma era anche impegnato a rendere conto della complessità del reale. Fine osservatore, brillante analista e straordinario cronista della vita della Chiesa e delle vicende dell’animo umano, aveva una penna precisa e leggera, affilata e colorita. Aveva il dono di rendere le cose limpide senza banalizzarle.

Questo spiega perché il suo don Bucquoy, l’eroe di Monsieur le curé fait sa crise , ha parlato al cuore di tante persone, sacerdoti, religiosi o laici, come dimostrano la corrispondenza e le lettere che continuano ad arrivare, poiché ognuno in questo nuovo Don Camillo riconosce un po’ di se stesso. In quella tentazione di fuga che nasce quando la stanchezza delle discussioni inutili e la sete di autenticità diventano cocenti, tentazione a cui rimediano — e da cui salvano — l’amore degli altri e quello di Dio. Come scriveva Bernanos, uno dei suoi autori preferiti, «la speranza è una determinazione eroica dell’anima, e la sua forma più alta è la disperazione vinta. Uno crede che sia facile sperare. Ma sperano solo coloro che hanno avuto il coraggio di disperare delle illusioni e delle menzogne, nelle quali trovavano una sicurezza e che scambiavano facilmente per speranza. La speranza è un rischio da correre, è addirittura il rischio dei rischi. La speranza è la vittoria più grande e più difficile che un uomo possa riportare sulla sua anima».

Di speranza Jean Mercier ne aveva tanta quanto la sua passione di trasmettere. Al settimanale «La Vie» è stato responsabile della formazione di un gran numero di giovani giornalisti. Io ho avuto la fortuna di essere una di loro. Era dotato di una qualità rara, la generosità. Il suo talento, la sua cultura e la sua professionalità, che erano grandi, si abbinavano a un profondo desiderio di formare e di donare. Al suo fianco siamo stati in molti a imparare, come un apprendista osserva i gesti di un maestro. Al pari di Boileau, era tra quelli che ritornano cento volte sul proprio lavoro, e insegnano con l’esempio.

Era quel genere di capo che dà la sua rubrica, tesoro di solito gelosamente custodito nella nostra professione. Era quel genere di capo che coinvolge il nuovo arrivato nei suoi impegni più importanti e cerca sempre d’imparare, di valorizzare l’altro, di farlo crescere. I giornalisti tirocinanti non gli facevano da spalla, ma erano persone che voleva portare più in alto possibile. Persone a cui chiedeva subito il parere sul suo lavoro, ascoltando veramente le loro osservazioni. Accanto a lui eravamo, per riprendere la formula attribuita a Bernardo di Chartres nel XII secolo, come nani sulle spalle di un gigante. Lui ci sollevava, ci portava in alto.

Fra i suoi innumerevoli talenti, Jean Mercier aveva anche quello dell’amicizia. Il suo modo di non transigere con la Verità offriva naturalmente, a quanti avevano la fortuna d’incrociarlo, di essere prima ancora di cercare di apparire. La sua profondità obbligava alla profondità. Coltivava la gioia e la vita con uno sguardo arguto e penetrante e una risata sonora e contagiosa. Amava cantare e faceva parte di molti cori. Era serio ma non si prendeva sul serio, amava architettare scherzi alle persone a lui vicine, il tutto in inglese, spagnolo, tedesco, italiano, lingue che dominava alla perfezione e con diversi accenti.

La leggerezza, per lui, era una forma di eleganza non cosmetica, un modo di essere profondo senza far gravare sull’altro un fardello pesante da portare. Non sopportava le facce da peperoncino all’aceto, i volti falsamente compassati. E la sua leggerezza era un’espressione di gioia.

Era soprattutto un uomo di fede che ha cercato per tutta la vita di seguire le orme di Cristo con umiltà, impegno e irraggiamento. La sua parola era ferma, il suo sì era un sì, il suo no era un no.

Qualche giorno prima di morire, durante la messa, dopo aver a lungo contemplato la Croce, aveva pronunciato queste parole: «La pace di Cristo... per sempre». Negli ultimi giorni della sua lotta contro la malattia andava in giardino, mai sazio della presenza dei suoi familiari, della bellezza degli alberi e di quella, inebriante, dei fiori, del canto degli uccelli, o della luce che sembrava al tempo stesso assorbire ed emettere. Si è spento con una grande lucidità piena di pace, amando appassionatamente la vita, lo sguardo rivolto a Cristo pronto a uscire dal sepolcro.

Il nostro pensiero va a sua moglie Chantal e a suo figlio Mehdi, ai suoi parenti, ai suoi amici, ai suoi colleghi della redazione di «La Vie», e a tutti coloro che l’hanno incontrato e amato.

Célibat des prêtres 

Monsieur le curé fait sa crise

Parroco sull’orlo di una crisi di nervi

di Marie-Lucile Kubacki

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18 agosto 2019

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