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È morto Arsenij Roginskij

· Testimone della storia ·

È morto Arsenij Roginskij, era uno storico russo ma non un semplice storico. Era stato anche un dissidente, ma qualcosa di più di un dissidente. Per dirla in breve, tutto quel grande movimento della società civile in atto oggi in Russia, che riacquista la propria dignità nel ricostruire e preservare la memoria storica del totalitarismo, ha preso le mosse da lui. La verità storica è stata la sua passione, la sua vocazione personale, l’opera della sua vita. Ha fondato con altri l’associazione Memorial nel 1987, ma poi ne è stato lui, per quasi trent’anni, il cervello, il cuore, il motore.

Arsenij Roginskij

Per lui, che pure nato e cresciuto in un paese non libero dove proprio la storia era strumento elettivo della falsificazione ideologica, l’unico modo efficace per liberare la società devastata dalla propaganda era tornare alla storia. Roginskij trattava i fatti, la verità dei fatti con un rispetto quasi religioso. Forse perché suo padre, deportato e poi di nuovo arrestato, era morto in prigione senza che alla famiglia venisse mai comunicata la verità, e sua mamma per anni aveva continuato a inviargli pacchi e lettere.

Roginskij aveva studiato storia all’università di Tartu, l’ateneo meno sovietico dell’Urss, e già allora aveva ben chiaro che la libera ricerca storica era uno strumento necessario di liberazione, perché il recupero del passato falsificato e rimosso contrastava il totalitarismo nel presente. E se anche l’ideologia occultava accuratamente la verità dei fatti Roginskij era sicuro che «nonostante tutti i sotterfugi, qualcosa alla superficie rimaneva sempre». Di lì si poteva incominciare.

Per questo era diventato un assiduo e abilissimo frequentatore di archivi, da cui sapeva disseppellire documenti destinati all’oblio perpetuo. Per questo con alcuni coetanei aveva fondato la prima rivista storica “scientifica” del samizdat, intitolata appunto «Memoria». Gli era costata quattro anni di lager, e quell’esperienza così brutale, dove sopravvive solo il violento, aveva approfondito la sua conoscenza dell’uomo. Non però in senso cinico, anzi, lo aveva confermato che tutto poggia sull’uomo, sulla sua coscienza libera e irriducibile, anche se così piccola e fragile. La sua speranza era tutta lì, perché non era credente, ma il suo umanesimo era limpido, per lui un assoluto.

Credeva nell’uomo e non odiava nessuno, per questo poteva dire «nel ricordare il terrore non siamo in grado di distinguere noi da loro. Non possiamo prendere le distanze dal male»; aborriva la storia in bianco e nero anche quando si parlava di stalinismo, diceva: «vogliamo che la coscienza sia complessa, che la nostra identità sia complessa, tormentosa... Il nostro passato è grande e vergognoso».

A lui si devono il concorso nazionale per le scuole intitolato L’uomo nella storia del xx secolo, il database unico delle vittime del regime, un immenso archivio di documenti e memorie sulle repressioni. Diceva: «Sono tutti documenti sull’uomo. L’unità di misura di Memorial è l’uomo». Per la sua competenza e onestà di giudizio era un’autorità universalmente riconosciuta.

È un capolavoro il bilancio che faceva della propria vita, lucido ma non disilluso: «Esistiamo da trent’anni e non siamo ancora riusciti a far sì che il Paese giudichi il proprio passato. Non siamo riusciti a far sì che nel Paese non vengano violati i diritti umani, per non parlare poi della libertà e della democrazia. Una parte della responsabilità è sicuramente nostra». Ma, e qui stanno la semplicità e la grandezza di Roginskij: «È vero, non abbiamo vinto, però non siamo più soli, e senza di noi sarebbe peggio».

di Marta Dell’Asta

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14 dicembre 2018

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