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​È morta Zaha Hadid

Elena Boccoli,  «Zaha Hadid» (2015)

Si può «andare alla deriva» in modi diversi,lei lo ha fatto «alla ricerca di qualcosa di assolutamente nuovo e mai esistito». Paolo Portoghesi commenta così la produzione dell’architetta e designer irachena naturalizzata britannica Zaha Hadid, morta il 31 marzo a Miami all’età di 65 anni. È stata «uno degli esponenti dell’architettura più vicina alla sensibilità che si è manifestata nella civiltà occidentale negli ultimi decenni, in cui l’arte volutamente si è riferita alle avanguardie storiche e ha programmato una tabula rasa», aggiunge Portoghesi. Zaha Hadid ha mosso i suoi primi passi ispirandosi ai decostruttivisti sovietici, dimostrando, soprattutto nei disegni, una straordinaria originalità che l’ha portata subito a una estrema visibilità. Negli annigli appartenenti alla corrente legata ai decostruttivisti ha preso diverse direzioni. Lei ha imboccato quella più estrema: «Ha scelto un’arte in grado di rispecchiare in pieno le difficoltà, le incertezze, le sconfitte del nostro tempo, trasfigurandole in una eroica rappresentazione». Alcune sue opere, tra le quali il Maxxi di Roma, sottolinea ancora Portoghesi, «sono nate all’insegna di un atteggiamento di smarrimento, della perdita di una direttrice». Ma una sua grande capacità è stata quella di cambiare direzione ogni 5 o 6 anni. L’ultima che ha preso ha trasformato la sua architettura «in una sorta di scultura plasticamente esagerata, ispirata anche alla natura». Questo, sostiene Portoghesi, «è il suo principale pregio e il suo massimo difetto. Questo atteggiamento è infatti destinato a finire con lei, perché oggi con la crisi che viviamo l’architettura deve pensare principalmente a risolvere i problemi dell’ambiente e difficilmente potrà mantenersi a un livello di ricerca così estrema». Sarà ricordata come una grande artista, capace di «interpretare l’architettura come un’arte assolutamente libera». Storicamente l’atto del costruire è sempre stato legato alla vita sociale, ma non nel suo caso: lei rappresenta il postmoderno «come liberazione dalle istanze etiche del movimento moderno»,e considerava l’architettura «un’arte libera di scegliere le sue forme». Tutto questo «arricchisce la disciplina ma le sottrae un valore sostanziale, quello di cercare di migliorare la vita delle persone», conclude Portoghesi. ConZaha Hadid scompare dunque una figura affascinante e contraddittoria, tipica espressione del nostro tempo.

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