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Montini
tra Marcuse e Camus

· Il nodo della modernità ·

Ernst Günter Hansing, «Paolo VI in preghiera» (1969)

«È contro l’uomo che dovete difendere l’uomo, l’uomo minacciato di non essere altro che una parte di se stesso, ridotto, come si è detto, a una sola dimensione (cfr. per esempio Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione)».

Il 10 giugno 1969 Paolo VI interveniva a Ginevra al Bureau international du travail, con un passaggio singolare che faceva riferimento a un’opera fondamentale di un grande pensatore dell’occidente come Herbert Marcuse, grande teorico della crisi, immettendosi in una linea di lettura del Novecento che non si distanziava molto da quanto venivano elaborando i grandi della Scuola di Francoforte.

Si tratta di una consonanza diagnostica, non certo sul piano delle risposte concrete, che tuttavia mette in evidenza la grande attenzione montiniana al capovolgimento di paradigmi antropologici e culturali che il XX secolo aveva introdotto sotto il nome, assai vago e insieme ambiguo, della cosiddetta modernità.

La questione era stata trattata in modo altrettanto radicale da un altro grande scrittore francese, che certo Montini potrebbe aver letto viste le consonanze straordinarie, benché nella sua biblioteca personale non vi sia traccia dell’opera: si tratta di Albert Camus e del suo Uomo in rivolta.

L’approccio critico montiniano si appunta proprio sulla questione centrale che caratterizza tali disamine: la questione della modernità come sovvertimento della natura stessa dell’uomo, caratterizzato da un’ansia di liberazione indefinita, astratta, dunque assai pericolosa perché generatrice di universi vuoti.

Non si tratta certo per Montini del vagheggiamento di un antico mondo impossibile da perpetuare: la questione è semmai di mantenere nell’irreversibile trascorrere del tempo, le caratteristiche, le dimensioni appunto, che sono proprie dell’umano.

La questione affonda in anni lontani, in quegli straordinari e terribili anni trenta, che avevano gettato il seme della rivoluzione copernicana e che nel Maritain dei Tre riformatori diveniva convinzione della pericolosità del pensiero moderno, o se vogliamo della modernità come categoria antropologica: assolutizzando la società mondana (secolarizzazione) si arrivava al sovvertimento stesso della natura della religione, cioè alla sua laicizzazione.

Un’esperienza religiosa secolarizzata, che Marcuse descriveva come «forme di trascendenza [che] non contraddicono più lo status quo e non hanno un carattere negativo». Essa era, piuttosto, «la parte cerimoniale del comportamentismo pratico, la sua negazione innocua» e dunque tranquillamente assimilata «dallo status quo come parte della sua dieta igienica».

È in questo quadro che si appunta il preoccupato appello del giovane Montini a non «equivocare»: tutto si risolve, scrive Montini in Coscienza universitaria, in «atti di coscienza» che sotto l’imperio della cosiddetta contemporaneità, si presentano come qualcosa che è «per nulla diverso dal sogno, dall’allucinazione, dall’illusione». Dire di Cristo per Montini esige un metodo e una chiarezza: «Meglio fallire che equivocare» scriverà nelle pagine di «Studium» negli anni trenta, intravvedendo il pericolo della trasformazione dell’esperienza della Chiesa in una pseudo-chiesa, piegata sul sentimentalismo, adattata alle esigenze del benessere esistenziale, tentata dagli infiniti slittamenti semantici che riducono la Parola alla sua caricatura, sempre piegata all’interesse del momento.

La questione torna in modo insistente durante la prima esperienza pastorale di Montini, alla guida della diocesi di Milano, a contatto diretto con l’esperienza religiosa del popolo: «L’educazione alla libertà, al ragionamento, alla personalità dovrebbero escludere il compimento di un atto religioso, sommamente impegnativo e personale com’è l’osservanza del precetto pasquale, che non sia cosciente, interiore, serio e moralmente rinnovatore (…). Non vogliamo dei trascinati e degli intruppati; non vogliamo dei presenti perché controllati; non vogliamo dei cristiani incoscienti».

Insomma, anche dentro la Chiesa Montini intravvede i segni di quella trascendenza indebolita, asfittica, anemica che è il prodotto della sotterranea rivolta metafisica che Camus additava come una sostanziale blasfemia, da non confondersi con l’ateismo.

La questione per Montini è chiara: il terreno su cui si svolge la sostanziale lotta di liberazione dell’uomo moderno è profondamente religioso. «La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio» dirà nell’omelia a conclusione del concilio Vaticano II il 7 dicembre 1965. La modernità è dunque questione religiosa che si risolve, per dirla ancora con Camus, in una semplice e drammatica equazione: «Se gli uomini non possono riferirsi a un valore comune, riconosciuto da tutti in ciascuno, allora l’uomo è incomprensibile all’uomo».

Dunque l’uomo, quell’uomo che per Camus è «la sola creatura che si rifiuti di essere ciò che è», è centrale nel pensiero montiniano rispetto al tema della modernità, non solo perché «per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo», ma perché la modernità per Montini non è affatto il terreno di uno scontro, ma l’occasione di un incontro.

La speranza montiniana, che ha il suo momento più alto proprio nella stagione conciliare, dovrà subire molte delusioni che provocheranno altrettante sofferenze. Da una parte la società unidimensionale marcusiana e dall’altra la rivolta camusiana, sembrano procedere inesorabilmente, travolgendo, attraverso lo sviluppo della tecnologia da una parte e l’euforia di una liberazione illusoria dall’altra, ogni segno di un umanesimo buono.

Lo sguardo di Paolo VI su questo mondo in decomposizione è severo e insieme appassionato. Se la morte e il male sono per l’uomo in rivolta le questioni che giustificano la sua bestemmia a Dio, per Montini essi sono proprio la sintassi misteriosa del discorso amoroso tra creatore e creatura. Questioni, dunque, che attengono a un discorso: nel caso del male che ha la sua manifestazione massima nella parola — Satana, dirà Paolo VI nel corso degli esercizi spirituali del 1976, è un «essere reale: contro l’alleanza fra Dio e l’uomo, è l’antiparola» — questo è divenuto «non più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore». Nel caso della morte la parola assume invece il tratto della poesia, fino a divenire quasi una poetica della vita, che ha nel Pensiero alla morte il suo momento più alto e più bello.

E questo nonostante il quadro sia fosco, sul finire di quegli anni settanta che aprono l’ultima fase del Novecento, con segnali inquietanti circa le condizioni di un uomo che in occidente appare ormai, per dirla con Marcuse, mercificato e sempre più sottoposto al dominio di una scienza che s’è mutata in tecnologia e che a sua volta si è fatta politica; incatenato a una «coscienza felice in cui non c’è posto per i sensi di colpa, e il calcolo s’incarica di tenere a bada la coscienza» impedendogli così, dall’interno, ogni forma di ribellione; senza più parole per poter dire cose pertinenti all’Assoluto. In questo quadro Montini affida proprio alla parola sostanziata la sua speranza incrollabile, la sua fede profonda, il suo amore più delicato: «Questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente; un avvenimento degno d’essere cantato in gaudio, e in gloria: la vita, la vita dell’uomo».

di Giacomo Scanzi

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21 agosto 2019

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