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«E lei, signora,
crede in me?»

· Insegnare nella periferia francese ·

Il liceo Jean Jaurès ad Argenteuil (Francia) dove insegna l’autrice dell’articolo

Ancora un rientro a scuola. Un rientro come gli altri? Sì e no, perché un insegnante non si può mai abituare al rientro: ci sono sempre volti nuovi da scoprire, altri studenti, ovvero altri adolescenti che bisognerà aiutare a crescere, è un’esperienza sempre nuova, una sfida da affrontare. Il misto di eccitazione e stress che proviamo nei giorni che precedono il rientro è molto particolare e ci chiediamo: sapremo, non limitarci a continuare l’anno appena concluso, ma ricominciarne bene uno nuovo? Con uno sguardo tanto nuovo da infondere speranza in coloro su cui lo posiamo? Per me, insegnante di lettere nella scuola pubblica, questo rientro ha significato anche il passaggio a un nuovo istituto, dalla scuola media al liceo, ma non ha comportato un grande spostamento, in quanto sono rimasta nella stessa zona di questa periferia detta pudicamente “sensibile” dove insegno ormai da sei anni. Non ho scelto di essere inviata qui, ma — colpita da ciò che vi ho scoperto — ho deciso di restarvi.

Qui la povertà, materiale e umana, è molto diffusa, a volte in maniera nascosta: basta semplicemente grattare la superficie per vederla comparire. Quello studente non ha famiglia, quell’altro arriva sempre in ritardo ma perché vive con un parente che abita lontano, quell’altro ancora sta vivendo una situazione dolorosa. E bisogna fare lezione nel contesto troppo spesso pesante che gli studenti si portano dietro: non si può infatti chiedere loro di astrarsi totalmente dalle preoccupazioni che vengono dal di fuori. Credo che ognuno di noi, insegnanti, deve essere presente e sapere donare generosamente il proprio tempo in rapporti interpersonali, all’ascolto degli studenti.

Un problema molto grande qui è la quasi totale assenza d’interazione sociale, in particolare sul piano culturale: come mostrare agli studenti qualcosa di diverso da ciò con cui si rapportano ogni giorno? Da qui, a mio avviso, l’importanza delle uscite scolastiche, grandi avventure sul mondo. Senza un cambiamento sociale ponderato, tutto ciò però non può portare lontano. Come si può favorire una cultura dell’incontro e non l’attuale ghettizzazione, aggravata dall’individualismo moderno? Di fatto dalla periferia ricca o misera in cui si trova l’istituto dove insegni dipende la sua reputazione buona o mediocre. Tutto ciò ha anche delle conseguenze pratiche sul modo di fare lezione: le mie certezze culturali hanno dovuto lasciare spazio a lunghe perifrasi per spiegare certi testi. E confesso che nulla mi rende più felice del vedere che i miei studenti hanno finalmente capito un’opera, appropriandosene con parole loro, a volte colorite: la barriera della comprensione è stata superata e allora si può andare avanti e far assaporare la bellezza di una lingua.

Nella periferia francese, profondamente segnata dalla presenza di giovani provenienti da famiglie d’immigranti, un altro problema cruciale che si pone è quello del posto delle ragazze: molte in effetti si sentono limitate dal loro fardello culturale nella scelta degli studi da seguire, pur dimostrandosi molto intelligenti. Come dare loro le stesse possibilità, gli stessi sbocchi che hanno i colleghi maschi? C’è tutto un lavoro di sensibilizzazione, se non altro per aiutarle a credere in sé stesse. Mi ricorderò sempre di quella studentessa che, un giorno, è scoppiata in lacrime davanti a me chiedendomi: «E lei, signora, lei crede in me?».

A livello più generale, in tutta la Francia, la riforma dell’esame di maturità e dei licei lascia immaginare nuove sfide che bisogna imparare ad affrontare: gli indirizzi scolastici sono stati eliminati a vantaggio di corsi specialistici per consentire percorsi generalmente più personalizzati. Sarà davvero così? Solo il tempo lo dirà.

Il mio lavoro è l’insegnamento ma il mio essere profondo, come vergine consacrata, è tutto del Signore. L’insistenza di Papa Francesco sulla gioia mi ha segnato molto: «Laddove ci sono dei consacrati, ci deve essere la gioia», ha ripetuto tante volte. È proprio vero. Allora credo che sia anche parte essenziale della mia missione: diffondere questa gioia profonda che dona l’amore di Dio perché, ne sono convinta, anche i miei studenti sono amati. È l’umile fedeltà del quotidiano, le maniche rimboccate per servire, ed è la mia gioia. E questo mestiere d’insegnante, che è anche vocazione, diviene allora, a ogni rientro a scuola, più raggiante: si tratta di aiutare, a casa con la nostra preghiera, in classe con la nostra testimonianza e la nostra vicinanza a tutti, a indicare un amore più grande, che precede ognuno di noi.

di Isabelle de La Garanderie

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23 ottobre 2019

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