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E le pietre raccontano

· ​I monumenti eretti in ricordo delle vittime dell Shoah e degli stermini nazisti ·

I monumenti per difetto sono quelli che mancano di «monumentalità»: cioè, come scrive Adachiara Zevi nell’introduzione al suo libro, bello e intrigante, Monumenti per difetto. 

Dalle Fosse Ardeatine alle pietre d’inciampo (Roma, Donzelli, pagine 226, euro 21) quelli che mancano di «unicità, staticità, ieraticità, persistenza, ipertrofia dimensionale, simmetria, centralità, retorica, indifferenza al luogo, aulicità dei materiali, eloquenza, esproprio delle emozioni». Insomma, tutto quello che contraddice ciò che nell’immagine vulgata caratterizza il monumento.

Il percorso che Zevi tratteggia parte dai primi anni del dopoguerra e copre un lungo spazio di tempo e vaste dimensioni geografiche: dal mausoleo delle Fosse Ardeatine a Roma allo Yad Vashem di Gerusalemme al Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa di Berlino ai museo dell’Olocausto di Washington e al Museo Ebraico di Berlino, alle pietre d’inciampo, per non dire che dei più noti. E’ un percorso che non mira solo a sottolineare, in questo campo, le caratteristiche di una rottura artistica, del passaggio dalla monumentalità alla modernità, ma inserisce intimamente questa rottura nel processo di costruzione della memoria.
Architetto e storica dell’architettura, Zevi è infatti anche attenta studiosa della memoria e delle sue modalità di trasmissione e in questo libro fonde insieme queste sue anime per raccontare un passaggio artistico che obbedisce anche, se non soprattutto, alla necessità di dar voce adeguata alla memoria, di ricordare e trasmettere ciò che è parso tanto difficile da raccontare, la Shoah e in genere le modalità dello sterminio messe in atto da una guerra rivolta prima di tutto contro i civili. Perché gli architetti e gli artisti che fin dal dopoguerra si trovarono di fronte al problema di raccontare ciò che appariva indicibile, di trasmettere cioè attraverso il monumento e la creazione artistica ciò per cui si faticava a trovare le parole, compresero forse prima ancora dei letterati la necessità di un nuovo linguaggio.
Non c’era bisogno di monumenti statici e retorici, ma di un linguaggio che desse alle pietre la capacità di emozionare, raccontare, agire. Ecco le ragioni della grande recezione dei nuovi linguaggi dell’arte e dell’architettura nell’ideazione dei memoriali che dal 1945 in poi si elevano in Europa e negli Stati Uniti alle vittime della Shoah e degli stermini nazisti: non un’adozione solo stilistica, ma la risposta a domande prima mai formulate.
Questo il cuore del libro di Adachiara Zevi, questo il senso di ciò che la studiosa va dimostrando e cogliendo nei «monumenti per difetto» che descrive, nella storia di questa architettura memoriale che accompagna e orienta la storia della memoria. 

di Anna Foa

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20 maggio 2019

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