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E la Chiesa entrò
nella modernità

· ​Il dopoguerra nella Mitteleuropa ·

Benedetto XV

Introdotta dal saluto di Francesco Moraglia, patriarca di Venezia e gran cancelliere della Facoltà di diritto canonico San Pio X, si è svolta venerdì 18 nella città lagunare la giornata di studi dal titolo «La fine della Grande Guerra e la Chiesa nella Mitteleuropa. Aspetti politici, istituzionali, pastorali». Durante i lavori, le cui conclusioni sono state illustrate da Eduard Habsburg-Lothringen, ambasciatore d’Ungheria presso la Santa Sede, Gianpaolo Romanato, dell’Università degli studi di Padova, ha tenuto la relazione su «Il dopoguerra nella Mitteleuropa: nuovi confini, guerre, rivoluzioni» di cui pubblichiamo ampi stralci.

Che la guerra sarebbe stata il “suicidio dell’Europa civile” era stato previsto in numerosi angosciati (e inascoltati) interventi dal pontefice Benedetto XV, che nella nota alle potenze belligeranti del primo agosto 1917 aveva definito il conflitto con l’espressione divenuta celebre: «inutile strage». Tutti avevano sdegnosamente rifiutato non soltanto le proposte contenute nella nota ma anche, e soprattutto, quel giudizio sulla guerra, aggiunto personalmente dal papa nell’ultima stesura del documento, che ebbe un’elaborazione tormentata. I vescovi stessi, in numerosi casi, avevano preferito passare sotto silenzio l’intervento pontificio, ignorandolo e non pubblicandolo nei bollettini delle diocesi, con la giustificazione che si sarebbe trattato soltanto di una nota diplomatica rivolta ai governi, senza riflessi pastorali. Grazie alle ricerche compiute in queste rievocazioni del centenario, sappiamo che la guerra divise profondamente anche la Chiesa e che la scelta dell’imparzialità isolò la Santa Sede da molti episcopati, creando spesso, come nel caso del Belgio, forti attriti, ben documentati nei due nutriti convegni sull’argomento, che si sono svolti in Vaticano nel 2014 e a Bologna nel 2016 .

Possiamo affermare, insomma, che durante la guerra la Santa Sede sperimentò per la prima volta che cosa significhi e quali difficoltà comporti essere a capo di un’organizzazione mondiale composta da fedeli, sacerdoti, religiosi, vescovi, ciascuno dei quali è uomo di Chiesa ma anche cittadino del proprio Stato e vive quasi una sorta di doppia cittadinanza.
Tuttavia, se la guerra evidenziò traumaticamente questa contraddizione, pose anche le premesse per il suo superamento, creando dovunque un clima nuovo, profondamente diverso da quello prebellico, una consapevolezza senza più esitazioni dell’universalità della Chiesa al di sopra delle divisioni nazionali, della sua subordinazione all’autorità pontificia. Per questo si può affermare che l’evento bellico ha definitivamente traghettato il cattolicesimo nella modernità. Paradossalmente, l’inutile strage risultò molto utile alla Chiesa di Roma.
Fino al 1914 l’Europa interpretava ancora la Chiesa cattolica come una sorta di federazione di Chiese nazionali, condizionate dai rispettivi governi, legate agli interessi politici di parte. In molti paesi (in particolare nei territori dell’Impero austro-ungarico, dove vigevano ancora molti istituti del vecchio patronato statale), i vescovi erano scelti dal potere politico ed erano abituati a rapportarsi più con i propri governanti che con la Santa Sede. Le missioni, gestite con criteri coloniali, erano largamente sotto il controllo governativo, in particolare in Oriente, dove la Francia esercitava un antico diritto di protezione. E in Francia aveva sede anche l’organizzazione missionaria più vecchia e potente, quella maggiormente dotata di mezzi economici, l’Opera per la propagazione della fede, amministrata tradizionalmente da esponenti dell’alta finanza transalpina.
Dopo il 1918 questa situazione cambiò e Roma riprese in mano la guida della Chiesa anche nelle aree più lontane. L’enciclica Maximum illud (1919) archiviò il colonialismo missionario (non senza forti resistenze fra gli stessi missionari) e avviò l’emancipazione delle giovani chiese dei paesi extra-europei, imboccando una strada che si concluderà nel secondo dopoguerra. Contemporaneamente, tutte le opere missionarie furono centralizzate in Vaticano, piegando la strenua resistenza francese e un tentativo americano di spostarle negli Stati Uniti. I governi civili dei paesi post-bellici, in particolare nell’est ex asburgico, perdettero dovunque gli antichi diritti “in sacris” (per esempio in materia di nomine episcopali) e divennero un po’ alla volta consapevoli che il loro interlocutore era la Santa Sede. I vescovi a loro volta si staccano dalle vecchie subordinazioni nazionali e imparano a rapportarsi direttamente con la sede pontificia, riconoscendone l’autorità. Ne conseguì che la politica concordataria del periodo interbellico fu sempre gestita direttamente da Roma.
Ma il capovolgimento di prospettiva non fu affatto facile. Basti ricordare che Achille Ratti — che nel 1922 succedette a Benedetto e divenne Pio XI — quando giunse a Varsavia, nel 1918, prima come visitatore apostolico e poi come nunzio nella rinata Polonia, apparve a qualche vescovo locale quasi un intruso. Furono la nunziatura Ratti in Polonia, e soprattutto la nunziatura di Eugenio Pacelli in Germania, iniziata nel 1917 a Monaco e trasferita nel 1920 a Berlino, dopo la nascita della Repubblica di Weimar, che modificarono la funzione dei nunzi, non più soltanto ambasciatori del papa presso i rispettivi governi, ma rappresentanti pontifici presso gli episcopati locali, con un ruolo sovrordinato rispetto ai vescovi, secondo le precise istruzioni emanate dal cardinale Gasparri.
In questo modo si attenuarono e vennero meno i pregiudizi antiromani, figli della cultura giurisdizionalista un tempo dominante in Europa, e divenne realizzabile un risultato che ancora nel 1914 appariva impossibile: il superamento dei conflitti ottocenteschi fra Chiesa e Stato, che avevano travagliato tutti i paesi a presenza cattolica. Dopo la guerra, infatti, si attenuarono in Francia le tensioni che avevano provocato la traumatica legge di separazione del 1905 e si crearono le condizioni per la ripresa, nel 1921, di normali relazioni con Roma. Lo stesso accadde in Portogallo, che aveva vissuto nel 1911 una vicenda simile a quella francese. Nei territori ex austro-ungarici sparì la vecchia Chiesa imperiale e nacque un nuovo ceto di ecclesiastici, gradatamente romanizzato. In un primo tempo ci si illuse, addirittura, che anche in Russia, sparito il regime zarista, fosse possibile riavviare il cattolicesimo. Purtroppo quest’illusione, come sappiamo, durò poco. Fra il 1917 e il 1924 le rappresentanze diplomatiche in vaticano raddoppiarono.
In Italia caddero definitivamente le nostalgie temporalistiche e, con il tramonto della vecchia classe dirigente liberale, si aprì la strada alla soluzione della Questione romana, con il definitivo superamento di ogni forma di exequatur statale, che era stato fonte di dispute snervanti dopo il 1870. Ancora: la compatta partecipazione dei religiosi alla guerra su posizioni di grande lealismo patriottico, la loro disponibilità a mettere a disposizione delle necessità belliche case, edifici, fabbricati, portò dovunque al superamento dello spirito anticongregazionalistico che aveva ispirato nell’Ottocento, in numerosi Paesi (Italia, Francia, Germania), gli interventi legislativi di soppressione degli istituti religiosi.
Gli eventi bellici e post-bellici innescarono, insomma, un profondo cambiamento tanto nella Chiesa di Roma quanto nella sua percezione da parte dei governi. Di ciò va riconosciuto merito a Benedetto XV, alla determinazione con cui tenne fede alla linea dell’imparzialità, senza sbilanciamenti a favore di nessuno, alla lucidità con cui previde che la guerra avrebbe prodotto la fine del mondo ottocentesco e della centralità europea. Tutto questo restituì al papato l’autorevolezza morale e politica che le vicende ottocentesche avevano posto in ombra, autorevolezza che sarebbe costantemente cresciuta nel secolo scorso.
Ma non dobbiamo dimenticare che la rinascita cattolica dopo la guerra, anche come considerazione da parte della comunità internazionale (quando Benedetto morì, Roma era stata riconosciuta da tutte le maggiori potenze europee, ad eccezione della Russia sovietica e, ma ancora per poco, dall’Italia), deve molto alla scelta del suo predecessore, Pio X, di dar vita al Codex iuris canonici, cioè a un codice legislativo unitario e vincolante per tutta la Chiesa latina. L’operazione, avviata nel 1904 e conclusa nel 1917, contribuì molto più di quanto non si creda a ricompattare la Chiesa attorno al papato, a dare consapevolezza giuridica alla sua ritrovata forza morale e politica e a presentarla alla comunità internazionale come un interlocutore alla pari, nonostante permanesse nell’anomala condizione di “Stato senza territorio”, determinata dai fatti del 1870. I Patti lateranensi del 1929 saneranno questa anomalia, ma senza il Codex, non a caso definito “pio-benedettino”, la ricollocazione della Chiesa nel consorzio internazionale sarebbe stata molto più difficile.
Per certi aspetti, insomma, la Santa Sede fu l’unica grande istituzione che seppe trarre profitto dalla tragedia bellica e riprogettare positivamente la propria presenza sullo scenario internazionale.

di Gianpaolo Romanato

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16 settembre 2019

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