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E il Laocoonte
finì nell’incunabolo

· Nuove scoperte sulla statua dei Musei vaticani ·

«Laocoontis simulacrum hoc tempore Iulii secundi papae adinventum est in quadam vinea cuiusdam Romani et ab ipso summo pontifice delatum fuit in locum quod vulgo dicitur Belveder. Et ibidem vidi ego Marcus Antonius (…) legum proffessor. Est tamen in quam plurimis partibus fractum, et ipse, filii ac serpentes. Adiveram autem ego Romae anno Domini 1505, in mense iulii» (“Questa statua di Laocoonte fu trovata al tempo di Papa Giulio II in una vigna di un romano e fatta portare dallo stesso sommo pontefice nel luogo comunemente chiamato Belvedere. E lì lo vidi io, Marco Antonio [...], professore di diritto. È tuttavia rotto in moltissime parti, lo stesso Laocoonte, i figli e i serpenti. Ero andato infatti a Roma nel mese di luglio dell’anno del Signore 1505”). 

«Laocoonte e i suoi  figli» (I secolo)

Questa nota si legge nel margine superiore di una carta dell’incunabolo 15 della Biblioteca universitaria di Cagliari, finito di stampare a Venezia da Filippo Pincio il 12 aprile 1493 e contenente l’ Orthographia di Giovanni Tortelli, una sorta di manuale enciclopedico destinato a chi volesse avvicinarsi alla lingua e alla cultura greca nel pieno Quattrocento.
La nota si riferisce al passo del libro XXXVI della Naturalis historia in cui Plinio il Vecchio cita il gruppo di statue raffiguranti Laocoonte con i due figli e i serpenti, scolpito da un unico pezzo di marmo dagli artisti di Rodi Agesandro, Atenodoro e Polidoro e conservato in casa dell’imperatore Tito.
Il gruppo, talmente famoso da essere tradizionalmente considerato il momento iniziale della costituzione dei Musei vaticani, fu ritrovato, secondo una serie di documenti concordanti, nel gennaio (probabilmente il giorno 14) del 1506 a Roma, in una vigna non lontana da via Merulana. Il proprietario del terreno, Felice de Fredis, contro la concessione, vita natural durante, degli introiti della gabella di porta San Giovanni, cedette il Laocoonte a Giulio II, che lo fece collocare nel cortile del Belvedere. La storia successiva del gruppo marmoreo ha suscitato una bibliografia sterminata che non è il caso di ripercorrere in questa sede, se non per ricordare che il principale centro d’interesse ha sempre riguardato lo stato dell’opera e i suoi numerosi restauri, l’ultimo dei quali avvenuto negli anni Cinquanta del secolo scorso.
La nota dell’incunabolo cagliaritano racconta quindi una storia notissima, alla quale apporta tuttavia due elementi che meritano attenzione. Il primo, e apparentemente il più importante, è la data: chi scrive dichiara di aver visto il Laocoonte nel cortile del Belvedere nel luglio del 1505. Se la data fosse esatta, occorrerebbe anticipare di un anno la nascita dei Musei vaticani, di cui è stato celebrato nel 2006 il quinto centenario. La documentazione in nostro possesso non consente tuttavia di confermare la novità: del ritrovamento si parla in più documenti del gennaio 1506 come appena avvenuto, con abbondanza e concordanza di particolari tali da non lasciare dubbi in proposito. L’estensore della nota scrive qualche tempo dopo l’avvenimento, chiaramente almeno dopo la morte di Giulio II (21 febbraio 1513): gli si può concedere un piccolo errore di memoria, verosimilmente di un anno (1505 per 1506).
L’altro elemento riguarda lo stato del gruppo, che sembra essere ritenuto lo stesso anche nel momento in cui la nota viene apposta: «Rotto in moltissime parti» è espressione che si presta a diverse interpretazioni. Potrebbe infatti significare «suddiviso in moltissime parti» oppure «mancante di elementi in moltissimi punti»: non possiamo chiedere al latino non esattamente classico dell’annotatore di chiarirci il dubbio. Quel che comunque risulta evidente è lo stato precario del gruppo, di cui il nostro giurista è testimone oculare.
La prima immagine che riporta lo stato della statua è un disegno conservato al Kunstmuseum di Düsseldorf, databile entro il 1508 secondo Ludovico Rebaudo ( Il braccio mancante. I restauri del Laocoonte [1506-1957] , Trieste, Editreg, 2007, euro 20, p. 8). Eccone la descrizione: «Il gruppo è rappresentato prima della collocazione sulla grande base marmorea che lo ospita tuttora. L’altare e il piede sinistro di Laocoonte sono puntellati da frammenti di marmo; il figlio maggiore, separato dalle altre figure, è tenuto in equilibrio da piccoli blocchi incastrati sotto la caduta del manto. Nelle figure sono visibili poche lacune: il braccio destro, il membro virile e l’alluce sinistro del padre; il braccio destro e la parte inferiore della gamba destra del figlio minore (non le dita del piede, conservate assieme all’altra gamba); le dita della mano destra, l’alluce sinistro e probabilmente alcuni brandelli del manto del figlio maggiore. È probabile che il Laocoonte si trovasse in questo stato poco dopo il trasporto in Vaticano».
Dal disegno risulta quindi uno stato del gruppo sensibilmente diverso dall’attuale, ma forse non tale da giustificare l’interpretazione dell’espressione della nota in quam plurimis partibus fractum come «suddiviso in moltissime parti». Se tuttavia l’anno cui si riferisce la nota fosse, come è verosimile, il 1506, la descrizione che ne dà l’estensore ci permetterebbe di collocare un primo restauro del gruppo in un momento successivo al luglio di quell’anno. Il giurista non fa cenno inoltre alla sistemazione del Laocoonte nella nicchia fatta costruire da Giulio II nel cortile del Belvedere, di cui parla Cesare Trivulzio in una lettera al fratello Pomponio del primo giugno 1506.
La nota dell’incunabolo cagliaritano ci dà quindi un’immagine dello stato del gruppo in quella che doveva essere la sua sede definitiva in un momento precedente al primo di una serie di restauri destinata a durare quattro secoli e mezzo.
Chi era l’estensore della nota? Un giurista di nome Marco Antonio, di cui sembra impossibile leggere il cognome nei caratteri che seguono, scritti, cancellati e riscritti in modo estremamente confuso. Un possibile candidato risponde al nome di Marco Antonio Marescotti de’ Calvi, nato a Bologna nella seconda metà del secolo XV, laureato in diritto canonico il 26 marzo 1506 nell’ateneo della sua città, in cui insegnò per decenni la stessa disciplina. Uditore rotale nel 1536, protonotario apostolico nel 1539, quindi decano di Rota, morì a Roma il 22 febbraio 1543. Di lui si conservano una commedia pastorale ( Astrea traducta da un vero innamoramento) nel codice 2716 della Biblioteca universitaria di Bologna, che reca la data del 25 giugno 1505, e un’orazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario della Sacra Rota, datata 3 ottobre 1541, nel manoscritto Vaticano latino 3569. Le mani che scrivono i due codici sono però chiaramente diverse da quella della nota dell’incunabolo di Cagliari, il che non consente, ma nemmeno smentisce, la possibilità di una identificazione dell’estensore con il giurista bolognese.
Infine un’osservazione di metodo: la nota è stata trovata nel corso della catalogazione degli incunaboli della Biblioteca universitaria di Cagliari condotta insieme a un gruppo di studiosi dell’ateneo di quella città (Bianca Fadda, Alessandra Moi, Andrea Pergola, Roberto Poletti, Mariangela Rapetti, Cecilia Tasca). La metodologia applicata prevede una descrizione degli esemplari che registri il maggior numero possibile di dati attinenti al loro uso e circolazione, nella convinzione che essi siano testimoni di storia della cultura anche dopo che sono usciti dalle tipografie: la nota sul Laocoonte ne costituisce una significativa conferma.

di Marco Palma

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