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E il cinema racconta

Prima che il muro di Berlino fosse abbattuto, il cinema si è occupato non tanto delle persone comuni divise dalla sua presenza, quanto delle forze in gioco nella Guerra fredda che vi si concentravano ai lati. Si parla di spy-stories, quindi, proliferate anche sulla spinta del coevo successo della saga di James Bond. La quale, a sua volta, nacque con Licenza di uccidere (1962) poco dopo la costruzione del muro, sfruttando così il clamore di un evento che sottolineava traumaticamente la contrapposizione fra occidente e mondo socialista già alla base dei romanzi di Ian Fleming. Si tratta dunque di pellicole che raramente esulano dalle maglie del cinema di genere, ma che in alcuni casi non mancano di dire qualcosa di interessante sull’argomento.

Steven Spielberg, «Il ponte delle spie» (2015)

The Spy Who Came In from The Cold (“La spia che venne dal freddo”, Martin Ritt, 1965) è un film sobrio e cupo che si concede solo la presenza della star Richard Burton come espediente per attirare il grande pubblico. Per il resto, è un film antispettacolare e dai toni quasi esistenzialisti, che mette in luce la desolazione della vita delle spie — sulla scorta della fonte letteraria offerta da John Le Carré — e il graduale scollamento della loro funzione dai veri interessi del Paese d’appartenenza. In tal senso, il racconto finisce per diventare la metafora di un’Europa in piena crisi di identità. In anni in cui imperversa sugli schermi un agente donnaiolo che indossa lo smoking sotto la muta, non è poco.

Cerca invece di ricalcare proprio le orme bondiane Funeral in Berlin (“Funerale a Berlino”, Guy Hamilton, 1966), servendosi non a caso anche del regista di Missione Goldfinger. Sequel meno riuscito di Ipcress, è un professionale prodotto commerciale che si affida sin troppo all’ironia offerta da Michael Caine nei panni dell’agente protagonista. L’idea di un falso funerale come unico mezzo per attraversare il muro, comunque, è un’altra immagine eloquente dell’Europa dell’epoca, e ricollega simbolicamente e appropriatamente la costruzione del confine forzato all’orrore dell’ancora fresco conflitto mondiale.

Anche Alfred Hitchcock ha detto la sua in questo sottogenere. Purtroppo, però, a quei tempi la sua ispirazione era già in fase calante, e così Torn curtain (“Il sipario strappato”, 1966) funziona più per le singole sequenze che nel suo insieme. In ogni caso, poi, il maestro inglese era reduce da troppi esperimenti nel terreno di ciò che definiva “cinema puro”, per poter dire davvero qualcosa di significativo sulla Cortina di ferro reale. Le sue spie contrapposte sono soltanto pedine di un gioco metacinematografico.

Altrettanto astratto è ovviamente Octopussy (John Glen, 1983), episodio della saga di 007 ambientato a Berlino ovest e in genere poco amato dai fan. La Guerra fredda diventa un action movie bidimensionale, tuttavia meno ingessato rispetto ad altri film della serie e per lo meno divertente.

Rappresentano un’eccezione, in questo contesto, il ben più intimista Der geteilte Himmel (“Il cielo diviso”, Konrad Wolf, 1964), storia di due fidanzati che decidono di lasciarsi per seguire opposte visioni del mondo, e il farsesco One, Two, Three (“Uno, due, tre!”, 1961) di Billy Wilder, quasi un instant movie sulla costruzione del muro. L’austriaco ma ormai anche americano Wilder conosce molto bene entrambe le realtà che intende descrivere, e ne mette alla berlina i difetti con un’equidistanza che il Codice Hays, ormai al tramonto, fino a poche stagioni prima non gli avrebbe concesso.

Non è esplicitamente un film sul muro, ma lo evoca continuamente a smantellamento ormai prossimo, Der Himmel über Berlin (“Il cielo sopra Berlino”, 1987) di Wim Wenders. Il flusso di coscienza messo in scena dal regista tedesco, croce e delizia della critica di tre decenni, indulge a tratti nel poetismo, ma l’immagine stessa degli angeli che sorvolano liberamente la città, sa di felice e lirico presagio.

Der Tunnel (“Il tunnel”, Roland Suso Richter, 2001), film girato per la televisione tedesca, racconta la vera storia di un campione di nuoto della Germania dell’est che grazie ai suoi successi sportivi riesce ad approdare dall’altra parte del muro. Costruirà un tunnel per portare con sé tutta la famiglia. Molto apprezzato in patria, il film non ha però ricevuto un’ampia distribuzione all’estero. Ha riscosso al contrario un clamoroso successo — arrivando persino a vincere l’Oscar come miglior film straniero — Das Leben der Anderen (“Le vite degli altri”, Florian Henckel, 2006), film che ricrea fedelmente la quotidianità della vita nella Ddr, concentrandosi però sui metodi repressivi operati dalla Stasi nei confronti dei dissidenti. Un’atmosfera opprimente ricreata con dovizia e riscattata da un bel finale di speranza, ne fanno uno dei migliori film del filone.

Altra commedia è invece Good Bye, Lenin! (Wolfgang Petersen, 2003), storia di una cittadina della repubblica tedesca dell’est, convinta comunista, che finisce in coma poco prima della caduta del muro. Al suo risveglio, per non sconvolgerla, il figlio le farà credere che il mondo è ancora diviso in due. Un film abbastanza divertente ma soprattutto una testimonianza piuttosto attendibile di come le persone si fossero assuefatte allo statalismo di matrice sovietica.

Ultimo film importante sull’argomento è Bridge of Spies (“Il ponte delle spie”, 2015) di Steven Spielberg, storia vera di uno scambio fra prigionieri politici affidato a un agente della Cia. Come capita spesso in film storici dagli intenti edificanti, il fulcro drammaturgico è tutto incentrato sulla dialettica fra i due nemici-amici protagonisti, il sovietico Rudolf Abel e l’americano James Donovan, interpretato da Tom Hanks in una delle sue prove migliori.

di Emilio Ranzato

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19 novembre 2019

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