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E Giorgio VI parlò

· In attesa di molti Oscar per il bellissimo «The King’s Speech», lodato anche da Elisabetta II ·

Le dodici nomination celebrano il ritorno alla migliore tradizione del cinema inglese

Albert Frederick Arthur George Windsor è per tutti i familiari Bertie (Colin Firth). Secondo figlio del re d’Inghilterra Giorgio v, Duca di York, padre e marito affettuoso, gode di scarsa considerazione non solo perché l’anagrafe vuole che a ereditare il trono sia un giorno suo fratello David (Guy Pearce), ma anche a causa del suo temperamento chiuso e un po’ nevrotico, della sua aria da pavido, e, soprattutto, della sua imbarazzante balbuzie, che gli impedisce di rappresentare come si conviene l’autorità paterna nelle varie occasioni pubbliche.

Mentre il continente intero vive i suoi anni più intensi e drammatici, Bertie, su consiglio della moglie Elizabeth (Helena Bonham Carter), si barcamena fra dottori e improbabili terapie per cercare disperatamente di ovviare ai mortificanti problemi di comunicazione. L’incontro della svolta sarà quello con il logopedista australiano Lionel Logue (Geoffrey Rush), attore mancato nonché sedicente dottore, che avvierà l’illustre cliente a una completa rieducazione psicofisica, e lo aiuterà a capire le cause più profonde del suo disagio.

Rimedi che si riveleranno provvidenziali. Perché quando Hitler comincerà a marciare sull’Europa, David avrà già deciso di rinunciare al trono per l’amore di una donna divorziata.

Il lavoro firmato dall’inglese Tom Hooper è la dimostrazione di come si possa fare un ottimo film pur senza fare cinema strettamente d’autore, a patto però di portare ad altissimo livello tutti gli ingredienti del cinema popolare — la propensione per il racconto, la centralità del lavoro attoriale, la sensibilità emotiva, la funzione didattica, uno sfondo credibile e riconoscibile — e di avere soprattutto l’abilità e forse anche la fortuna di combinarli felicemente.

L’assunto vincente della sceneggiatura di David Seidler, stimato autore di prodotti televisivi, è quella di condensare in pochi ancorché decisivi minuti di discorso alla nazione vent’anni di storia inglese. Dietro quelle frasi che il protagonista insegue per l’intero film, infatti, non c’è soltanto il destino di un popolo costretto alla guerra contro i nazisti, ma tutta la storia e la mentalità di un Paese che non ha una costituzione scritta, e che ha nella gloriosa tradizione teatrale — di qui le molte citazioni shakespeariane, per una volta non gratuite — il culto della parola solennemente enunciata.

C’è il motivo stesso di esistere di una monarchia spogliata del suo potere esecutivo, cui rimane però l’onere di rappresentare la nazione verso il resto del mondo, e che per resistere alle forze centrifughe che vi si sono insinuate — i tempi che cambiano rappresentati dal matrimonio di David con l’americana e divorziata Wallis Simpson — deve aggrapparsi alla forza della tradizione e delle formalità. C’è senz’altro l’epoca della radio, ma, più in profondità, il concetto wittgensteiniano della parola come atto, simbiosi che tanto più si realizza quanto maggiormente ci si avvicina a decisioni cruciali come quelle relative a una guerra mondiale.

Non a caso nella battuta più azzardata ma anche più incisiva, il re appena incoronato dice di Hitler: «Non so cosa stia dicendo, ma sembra dirlo molto bene».

Il vero segreto del film, però, sta nel caricare questo presupposto alto, filosofico e simbolico, sulle spalle di una figura familiare della narrativa cinematografica inglese, quella dell’outsider, del soccombente in cerca di riscatto, ossia il personaggio che nasce all’ombra di una figura più autorevole salvo poi trovare la forza di emergere attraverso un doloroso lavoro su se stesso, magari con l’aiuto di un mentore che è un po’ allenatore, un po’ angelo custode, un po’ alter ego.

E la dialettica che si instaura qui fra il futuro re e il suo logopedista è davvero da manuale. Assolutamente complementari dal punto di vista caratteriale, conoscono entrambi il sapore amaro del fallimento — Logue viene regolarmente scartato ai suoi provini d’attore — e insieme, con le loro opposte estrazioni, rappresentano in nuce l’unione cui è chiamata la nazione nel momento dell’emergenza.

Forse alla lunga il film si innamora sin troppo di questo rapporto, finendo a tratti per perdere di vista il senso dell’affresco e del racconto d’ampio respiro, ma le grandi interpretazioni del sempre solido Rush e di un redivivo, inaspettato Firth, fanno ampiamente perdonare questa indulgenza.

Dal canto suo, Hooper, regista proveniente da molta televisione e da un paio di pellicole non memorabili, ogni tanto cade nella tentazione del vezzo stilistico, in particolare nell’uso insistito e un po’ schematico di grandangoli e inquadrature decentrate per sottolineare il disagio del protagonista, ma ha il merito di non strafare, e soprattutto di imprimere un bel ritmo a un testo che altrimenti da intenso avrebbe rischiato di diventare verboso.

La candidatura del film a dodici Oscar a qualcuno potrebbe sembrare forse un po’ esagerata, e dipende almeno in parte da una stagione avara di titoli importanti. Ma è proprio nel contesto della crisi creativa del cinema più recente che il suo inaspettato exploit assume un significato. Non sarebbe infatti la prima volta che l’Academy e quindi l’industria americana premia un film con l’intento di dare un segnale, di indicare una nuova strada da seguire.

In tal caso, la vittoria del film di Hooper — lodato anche dalla regina Elisabetta ii, figlia del sovrano — sarebbe da interpretare come un ritorno a un cinema più classico, ovvero più narrativo e meno autoriale, risultato di un lavoro di squadra più che dell’estro del singolo. Ma anche un patto con il mondo del piccolo schermo e delle serie televisive oggi così vivace.

Staremo a vedere. Per ora sono qualità che confermano e rinnovano la migliore tradizione del cinema inglese.

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24 novembre 2017

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