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È emergenza
solo se manca un piano

· ​Fondazione Migrantes e Caritas di Roma sulle carenze dell’accoglienza ·

Roma, 13. La mancanza di un piano di accoglienza per chi chiede protezione internazionale (protezione sussidiaria, asilo e protezione umanitaria) è «una carenza che ha prodotto emergenza e malaffare»: lo ha detto ieri a Catania il direttore generale della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, parlando a margine della presentazione siciliana del rapporto nazionale 2014 sull’immigrazione, realizzato da Caritas e Migrantes. Dall’incontro è emerso che la Sicilia sta accogliendo 16.500 persone, ovvero duecentosessanta ogni 100.000 abitanti, contro le sessanta del Veneto e della Lombardia; in pratica l’isola ne accoglie almeno quattro volte in più rispetto ad altre regioni italiane.

La Sicilia, dopo la Campania, è, tra quelle meridionali, la regione con la maggiore quota nazionale di stranieri sulla popolazione (3,3 per cento). Rispetto all’anno precedente è aumentato anche il numero degli stranieri residenti: da circa 140.000 a 162.408 (al 1° gennaio 2014), cifra che corrisponde al 3,2 per cento della popolazione regionale e al 31,7 per cento del totale presente nelle regioni del Sud. L’incidenza della forza lavoro di cittadini stranieri nel 2014 è pari al 5,4 per cento del totale regionale degli occupati. Quanto alle rimesse, sono in calo del 21 per cento, dato che rivela «la precarietà e la disoccupazione in cui versano i cittadini stranieri della Sicilia». Dalla Sicilia a Roma, altra zona “calda” in tema di immigrazione. «Risolvere i problemi del degrado a Termini o dei migranti a Tiburtina è come mettere una toppa su un vestito, è una retorica senza risposte concrete al problema e chi ci rimette sono i poveri», ha detto ieri al Sir monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana, per il quale «manca un “cervello” centrale che abbia l’autorità e l’autorevolezza per districare la matassa», che «non si faccia gli affari suoi sulla pelle della gente». Feroci invita a fare una riflessione più ampia, perché «a monte c’è una questione di tipo culturale. Ci troviamo in una situazione in cui vogliamo la legalità ma contemporaneamente non vogliamo stare vicino a questa gente». E chiede di chiarire «quale autorità debba gestire questo flusso di gente», quando invece ci si rimanda «la palla l’uno all’altro e i poveri sono abbandonati a se stessi».  

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