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E da quella siepe venne la luce

· La scomparsa della scrittrice statunitense Harper Lee ·

Parafrasando una massima di Tommaso d’Aquino, Timeo hominem unius libri, in cui si esprime diffidenza verso chi nella sua vita ha letto un solo libro, si potrebbe dire che nel caso della scrittrice statunitense Harper Lee — morta venerdì 19 all’età di 89 anni — autrice di To kill a Mockingbird(Il buio oltre la siepe), quella sentenza si capovolge di segno: unico libro da lei scritto (pur avida lettrice), la consacrò nell’empireo della letteratura. 

Composto nel 1960, ebbe un dilagante successo: ne sono state vendute trenta milioni di copie. E le valse il premio Pulitzer. Ne sarebbe stato contento Alessandro Manzoni che nell’introduzione ai Promessi sposi dichiara: «Di libri basta uno per volta, quando non è d’avanzo». In verità To Kill a Mockingbird — l’avvincente storia di un avvocato bianco, Atticus Finch (interpretato da Gregory Peck nella celebre trasposizione cinematografica premiata con tre Oscar) che difende un uomo di colore accusato ingiustamente di violenza sessuale nei confronti di una ragazza bianca — aveva avuto una stesura precedente, ma pubblicata dopo il best-seller, dal titolo Go Set a Watchman.

La spiazzante differenza tra i due testi è data dalla figura dell’avvocato: il primo romanzo, ambientato nella cittadina immaginaria di Maycomb, nel sud degli Stati Uniti, fa di Finch un razzista, che partecipa alle riunioni del Ku Klux Klan e che consiglia alla figlia Scout di tenersi lontano dalle persone di colore che rischiano di «invadere» chiese, scuole e teatri. Ma lungo la via del processo creativo, Lee cambiò schema (anche su suggerimento dell’editore): così l’avvocato si trasforma in un paladino della causa degli oppressi, degli emarginati, e combatte, fino a mettere a repentaglio la propria vita, i pregiudizi degli abitanti. Finch si configurerà quindi quale emblema di quel coraggio che — scrive Lee — consiste nel «sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare comunque, per arrivare fino in fondo». In questi casi è raro vincere, «ma qualche volta succede».

La vicenda dell’ingiusta accusa, dell’estenuante processo, della tragica fine del presunto violentatore, il bracciante nero Tom Robinson, è vista attraverso gli occhi di Scout. E il drammatico dipanarsi della storia assume l’inconfondibile tratto del romanzo di formazione. Scout, insieme al fratello Jeremy, comprenderà quanto è faticoso il cammino che porta alla civiltà e alla giustizia: come pure sperimenterà che quando si è raggiunto un sospirato traguardo, si tratta solo dell’inizio, e che il percorso da compiere è ancora molto lungo. E irto di ostacoli. «The New York Times» ha definito To Kill a Mockingbird il romanzo dell’«innocenza perduta», in cui gli occhi di una ragazza, invece di rimanere chiusi per sognare, sono costretti ad aprirsi, fino a spalancarsi per contemplare, con raccapriccio, il male e l’odio che da esso promana.

Come succede spesso nei capolavori, è in filigrana che riposa il vero tesoro. In questo caso è rappresentato dalla figura, apparentemente marginale, di Boo, il vicino di casa della famiglia Finch: segregato nella sua abitazione, per evitare il riformatorio dopo un passato burrascoso speso in una gang di giovinastri, dalla finestra segue lo scorrere della vita della cittadina. In particolare Boo osserva per anni, in silenzio, i figli dell’avvocato: li considera gli unici amici. Salverà loro la vita. A dividerli era stata una siepe. Per Scout e Jeremy, Boo aveva rappresentato una presenza misteriosa, quasi inquietante: insomma il buio. Ma è proprio al di là di quella siepe, in una cittadina avvelenata da sentimenti razzisti, che nel momento cruciale della storia divampa la luce — simbolo della sete di giustizia e di redenzione — che va a squarciare il velo del pregiudizio e dell’iniquità.  

di Gabriele Nicolò

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21 agosto 2019

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