Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​E come penitenza
la spesa a chi ha bisogno

· ​A colloquio con il rettore del collegio dei penitenzieri vaticani ·

Visitare un ammalato, fare la spesa a un anziano, pagare la bolletta a un indigente, accompagnare in chiesa un invalido: sono le forme di penitenza assegnate dai confessori, che con sempre maggior frequenza chiedono per la remissione dei peccati non solo preghiere, ma anche opere di carità. Lo spiega in questa intervista al nostro giornale il francescano conventuale Rocco Rizzo, rettore del Collegio dei penitenzieri vaticani, tracciando anche un primo bilancio sul ritorno dei fedeli al confessionale in questo giubileo straordinario della misericordia.

L’Anno santo ha portato un maggiore afflusso di penitenti?

Ghislaine Howard «Dar da mangiare agli affamati»  (2015, dalla serie  delle «Sette opere di misericordia»)

Direi di sì, soprattutto nei primi giorni c’è stato un grande aumento di confessioni. Questo fenomeno è durato dall’8 dicembre, giorno dell’apertura del giubileo, fino alla solennità dell’Epifania. In questi ultimi mesi, si è registrata invece una diminuzione, soprattutto delle persone provenienti da fuori l’Italia. Stiamo notando, infatti, che per il momento la maggioranza dei penitenti è di nazionalità italiana. Credo ciò sia dovuto all’allarme per gli attentati terroristici che ha influenzato molto l’arrivo dei turisti e di conseguenza dei pellegrini che vengono a Roma da altre nazioni. Ecco perché i penitenzieri di lingua inglese quest’anno hanno meno confessioni.

Il Papa nei suoi discorsi ha tracciato l’identikit del confessore. Vi riconoscete in esso?

Noi ci troviamo perfettamente con quello che dice Francesco: esprimere fraternità, saper accogliere, prima di tutto con il sorriso, con la gioia nel cuore. Durante la celebrazione della penitenza di martedì 4 marzo, ha ripetuto che la confessione è anche una festa. Noi accogliamo il penitente e lo ascoltiamo, aiutandolo a fare una buona confessione, perché ci sono delle confessioni “pesanti”. Alcuni vengono da noi dopo trenta o quaranta anni che non si confessano. È una caratteristica che abbiamo notato in questi ultimi tempi. Mi sono capitate tante persone che hanno ascoltato le parole del Papa e si sono ricordati che trenta o quarant’anni fa avevano commesso qualcosa di grave e hanno avvertito il bisogno di riconciliarsi con il Signore. In particolare, mi sono capitate delle donne che avevano compiuto un aborto e si portano dietro una ferita aperta che non si rimargina mai. Anche se hanno già confessato il peccato, vogliono riconfessarlo.

Cos’è la misericordia per la gente?

La gente è vicina al tema della misericordia, però poi non traduce in opere quello in cui crede. Molte volte le persone non vogliono chiedere il perdono a qualcuno a cui hanno fatto del male. Mi riferisco in particolare a coniugi separati o divorziati. Fanno fatica a perdonarsi l’uno con l’altra. Rimane sempre qualcosa. Si dicono disponibili a farlo, ma non riescono a dimenticare le offese. Direi però che in linea di massima, la gente ha dei buoni propositi per ascoltare la parola del Papa e a impegnarsi nel sociale, attraverso le opere di volontariato.

Sono cambiate anche le penitenze?

Rispetto al passato, preferiamo dare per penitenza più opere che preghiere. Come andare a trovare un ammalato, bussare alla porta, fare la spesa a un anziano, pagare una bolletta a chi mancano i soldi, accompagnare in chiesa una persona invalida. Questi sono segni di carità che il penitente dovrebbe compiere ogni giorno. 

di Nicola Gori

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

18 giugno 2019

NOTIZIE CORRELATE