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E a Hollywood arrivò la lezione della vita reale

· Cinquant’anni fa il film «Lo spaccone» ·

«La sei in buca d’angolo, la quindici in angolo, la uno in buca di sponda, la otto, la dieci, la undici, la dodici in buca di sponda, la cinque, la tre…».

Oggi la prestigiosa sala Ames non esiste più, è occupata dagli studi televisivi della Abc. Cinquant’anni fa, fra i suoi tavoli ordinati, i suoi mille avvertimenti moralisti appesi alle pareti, la sua penombra squarciata a malapena dalla luce proveniente dalla quarantaquattresima strada, Minnesota Fats ci danzava meglio d’un ballerino. Grassottello come un neonato, puntuale come un orologio, elegante come un gangster degli anni Trenta, Fats infilava una buca dopo l’altra dichiarandole solennemente, come fossero gli articoli della costituzione di un regno che lo vedeva sovrano incontrastato.

Finché non rischiò di perdere per mano di un giovane promettente che si guadagnava da vivere passando da un locale all’altro con piccoli imbrogli. Ma la sala Ames ne aveva già viste tante di storie del genere. Perché si tratta di una storia qualunque, non della storia di un eroe. Questa era la lezione di New York. Questa era la lezione della strada.

E per Hollywood, che si era già sorbita le tirate snob dei critici-registi francesi, il meschino pragmatismo del piccolo schermo, che aveva visto i suoi divi d’un tempo perdersi nel Paese dei balocchi della dolce vita oltreoceano, quella dell’ East-coast sarebbe stata forse la lezione più dura. La lezione della vita reale. Ma anche l’ultima carta da giocare.

Alle soglie degli anni Sessanta, gli stabilimenti delle majors a New York sono magazzini scalcinati, i camerini più piccoli di sgabuzzini. I teatri di posa sono occasionali, anche perché tutti prenotati dalle nuove produzioni televisive. A New York raramente si ricostruisce un ambiente in studio, piuttosto ci si muove da un posto all’altro consumando la suola delle scarpe, come per recarsi alla Ames Pool Hall. La Hollywood-Babilonia, di cui anche a Los Angeles ci si comincia a dimenticare, qui non ha mai messo piede.

Qui da qualche anno vanno di moda i tipi alla Marty di Marty, vita di un timido (Marty, Delbert Mann, 1955). Protagonisti veri di storie vere. E «Fast» Eddie Nelson, nonostante gli occhi ipnotici di Paul Newman al posto della faccia buffa di Ernest Borgnine, è un Marty ancora più vero e ancora più amaro. È un perdente appena camuffato da spaccone. Sarà un «imbrogliato», più che un «imbroglione», come invece vorrebbe far pensare il titolo originale.

Già, perché la lezione newyorkese implica anche una nuova morale. E più che un film sul biliardo, o su una storia d’amore, Lo spaccone ( The Hustler , Robert Rossen, 1961) è un’opera che parla di un nuovo sistema etico. Che è quello della strada, dove non tutto fila sempre liscio.

Dopo quasi trent’anni di onorato servizio, il codice di censura Hays è al tramonto. Hollywood decide di rinunciarvi non tanto perché i costumi sono ormai cambiati, quanto per disperazione. Ossia per tentare di resistere alla concorrenza del mezzo televisivo, e cercare nuovi terreni su cui potersi esprimere, lontano da quell’intento didattico e pedagogico che adesso delega proprio alla tv.

Sul grande schermo cominciano così a essere trattati temi più adulti. Ma soprattutto, sono gli esiti delle storie a cambiare. Nel tessuto romanzesco si aprono spiragli di realtà. Al cinema non si trova più soltanto il mondo come vorremmo che fosse, ma anche così com’è. Il che non significa ancora essere diventati cinici, ambigui o addirittura amorali. Perché al di là di chi possa vincere, bene e male ancora non si confondono. Per lo meno non del tutto.

In ogni caso non è sempre facile interpretare la bussola. E nel film di Rossen lo è ancora meno. Perché la sua più grande qualità consiste nel coniugare questo nuovo modo di vedere le cose con un nuovo modo di raccontarle. In particolare, con una narrazione che imita il ritmo delle partiture jazz che la accompagnano, e che faranno non a caso da colonna sonora a tanto cinema del decennio. Con dilatazioni inusitate e improvvisi scoppi di dramma, scarti di tono, insolite digressioni.

La prima partita tra Fats e Eddie sembra non voler finire mai. Il film porta lo spettatore quasi alle soglie dell’abbandono per stanchezza. Salvo poi prendere una piega inaspettata attraverso l’incontro fra il giovane e Sarah (Piper Laurie). Annoiata, zoppa, nonché avvezza alla bottiglia, quest’ultima è un personaggio femminile a dir poco inusuale per il cinema hollywoodiano di allora, soprattutto perché nessuno dei suoi problemi diventa centrale al racconto, che rimane invece ben ancorato su Eddie e sulla sua voglia di riscatto.

Sembra in ogni caso il preludio alla classica storia d’amore che redime. Ma non sarà così. L’amore ci sarà, ma forse solo da parte della ragazza. Per inseguire la chimera del successo, ma soprattutto per scrollarsi di dosso il marchio del perdente, Eddie smarrirà per strada ciò che conta di più, a partire dalle premurose cure dell’anziano tutore d’un tempo in favore del patto faustiano con il viscido e losco affarista Bert Gordon (George C. Scott). Mentre per Sarah inizierà un inaspettato — e traumatico, almeno per il pubblico dell’epoca — percorso di perdizione.

A contribuire al clima teso della storia, saranno gli stessi protagonisti durante una lavorazione difficile. Newman è una star in ascesa che scalpita per la consacrazione, proprio come il suo personaggio. Scott e la Laurie, che sulla pellicola si detestano, anche nella vita reale non si sopportano molto. Mentre Rossen è reduce dalle non tenere sollecitazioni delle indagini maccartiste. Inoltre il film presenta difficoltà tecniche dovute alle riprese del gioco, e i produttori da Los Angeles fanno sapere di voler tagliare tutta la parte iniziale, ritenuta invece dal regista indispensabile per la costruzione dei personaggi e dell’atmosfera.

Emblematicamente, solo Jackie Gleason, attore proveniente dall’odiato piccolo schermo, si mostra sempre calmo e professionale come il Fats Minnesota che interpreta.

Alla fine, la partitura torna in carreggiata, il mito americano della seconda possibilità viene onorato da Eddie, che straccia Fats proprio sotto gli occhi dell’infido Bert. Ma se i due estremi della jam-session ci danno ancora dei punti di riferimento, la digressione centrale nel frattempo ha spinto il cinema americano su territori morali inediti. Tanto che, nell’epilogo, le parole di Eddie in ricordo di Sarah, ultimo sintomo di una coscienza in fondo ancora vigile, arriveranno come un’epifania. Non è un caso, allora, che un tardivo sequel del film — Il colore dei soldi (1986), sempre con Newman nei panni di un anziano Eddie Felson accanto alla nuova star Tom Cruise — sarà firmato da Martin Scorsese. Il film di Rossen può essere infatti considerato il precursore di quel cinema che va dall’autore di Taxi driver prima maniera ad Abel Ferrara. E che ha fatto di New York, e della vita di strada, il teatro di una morale difficile da interpretare.

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