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Duecento cristiani sono sotto accusa in Pakistan

· ​I dati diffusi da Acs sull’uso strumentale della legge sulla blasfemia ·

Non c’è solo Asia Bibi. In Pakistan ci sono circa duecento casi di persone che, come la donna cristiana assolta dalle accuse di blasfemia dopo nove anni trascorsi nel braccio della morte, vivono un quotidiano calvario, tra il carcere e le lungaggini giudiziarie. Così riferisce Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione nazionale giustizia e pace (Ncjp), a una delegazione di Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) in visita nel paese asiatico. Così se la vicenda giudiziaria di Asia Bibi, che ha commosso il mondo intero, si è definitivamente conclusa il 29 gennaio scorso, per tanti altri suoi fratelli e sorelle nella fede purtroppo non è così. «La legge anti-blasfemia — spiega Chaudhry — è un potente strumento nelle mani dei fondamentalisti e ai danni delle minoranze, spesso usato impropriamente per vendette personali. E quando viene accusato un cristiano è tutta la comunità a pagarne le conseguenze». È esattamente quanto è successo — si legge in un comunicato di Acs — nel marzo 2013 nel quartiere cristiano di Joseph Colony a Lahore, dopo che il giovane cristiano Sawan Masih è stato accusato di aver insultato Maometto. «Il 9 marzo, dopo la preghiera del venerdì, una folla di tremila musulmani ha dato fuoco all’intero quartiere distruggendo quasi 300 abitazioni e due chiese», racconta padre Emmanuel Yousaf, presidente dell’Ncjp, durante una visita all’insediamento che oggi è stato ricostruito grazie agli aiuti del governo e restituito alle famiglie cristiane. Ma se gli 83 uomini ritenuti colpevoli del rogo sono stati tutti liberati, Sawan Masih è stato condannato a morte nel 2014 e attende ancora oggi il processo di appello. «Le udienze — spiega l’avvocato Tahir Bashir — vengono continuamente rinviate. L’ultima era stata fissata per il 28 gennaio scorso, ma il giudice non si è presentato. Ora una nuova udienza è fissata per il 27 febbraio».

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