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​Due strade verso la verità

Molti lettori conoscono bene la mia passione per i buchi neri. Per quanto mi riguarda i buchi neri sono come i miei cuccioli di Labrador del cosmo: così carini, così pieni di gioia di vivere da divenire inconsapevolmente distruttivi nella loro esuberanza. Ma c’è qualcosa che amo più dei buchi neri. Questo qualcosa è qualcuno: Dio.

L’impronta di Neil Alden Armstrong  (ore 02:56 del 21 luglio 1969)

Se l’astronomia è per molti versi lo scheletro e il midollo della mia vita, la presenza di Dio è il battito del suo cuore. Esattamente come il vero pulsare del cuore è per lo più impercettibile io lo avverto come un battito al di sotto della superficie della realtà.
È qualcosa che in troppi tra di noi dimenticano: la realtà ha diversi strati. Ogni tanto qualcuno mi chiede come posso essere cattolica e giornalista scientifica. La risposta è semplice: la verità non contraddice la verità. La scienza e la religione sono ricerca di verità: esse la esplorano in aspetti diversi, penetrano strati diversi della realtà ma sono entrambe fondamentali per raggiungere lo scopo.
La scienza si basa sull’ipotesi che la verità esiste, essa non potrebbe lavorare senza questo punto fermo. Noi sappiamo che c’è una strada giusta e una sbagliata per descrivere l’universo: la materia oscura, per esempio, esiste oppure non esiste, la meccanica quantistica è giusta o è sbagliata, non può essere vera per qualcuno e falsa per altri. In questo senso la verità è tale sia che noi la riconosciamo oppure no: la terra ruotava attorno al sole anche quando vi erano persone che pensavano che le cose non stessero così.
In altre parole la scienza ci insegna che la verità esiste, non ci dice il perché o chi è questa verità. La scienza è uno strumento meraviglioso ma nel nostro incantato stupore non dobbiamo dimenticare che essa rappresenta il nostro modo di interagire e di comprendere la realtà fisica. La scienza è immensamente potente ma non è metafisica: non può afferrare Dio. Tentare di provare o di smentire l’esistenza di Dio con la scienza è come tentare di avvitare un chiodo dalla testa piatta con un cacciavite.
Il bricoleur, nel rendersi conto che non può trovare scanalature nella testa della presunta vite, conclude che il chiodo non esiste. Ma questo è semplicemente ridicolo: il chiodo è là, solamente lui non ha usato lo strumento corretto. E ogni bricoleur di livello sa che rispetto alla sua cassetta degli attrezzi non potrà utilizzare il cacciavite per ogni tipo di lavoro. Allo stesso modo, cercare di “catturare” Dio con la scienza o concludere che non può esistere dal momento che il suo stupendo universo è troppo drammatico o troppo poco per considerarlo una perfetta opera di ingegneria (spesso ci lamentiamo che «non è esattamente come avrei voluto trovarlo») è utilizzare l’utensile sbagliato per quel tipo di lavoro.
Ma allora, qual è l’utensile giusto? La ragione è uno di questi. Dio ci ha dato la ragione e vuole che la utilizziamo. Sant’Agostino di Ippona, una delle più grandi menti del suo tempo, è giunto a conoscere meglio Dio ponendosi ardite domande. Nella mia vita ho anch’io imparato che Dio può tener testa a ogni tipo di domanda che gli faccio. Possono volerci anni per arrivare a una risposta ma questa esiste.
Un altro utensile giusto è la preghiera. Se vuoi conoscere qualcuno devi passare del tempo con questa persona. La mia fede non è semplicemente una fede intellettuale, fondata su ricerche accurate e su principi. Ho udito, ho sentito e ho visto Dio: una pace trascendente nella lettura delle Sacre Scritture, l’Eucaristia che un attimo prima era semplicemente un’ostia e un momento dopo diventa una presenza colma d’amore, una presenza così reale da poterla quasi vedere scintillare, così potente da portare alle lacrime. Dio è vero e ci ama teneramente e con passione.
Questa è la verità: una verità che non troverò nei miei testi di astronomia ma che mi parla nel profondo di me stessa.

di Camille M. Carlisle

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23 luglio 2019

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