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Due sorelle complementari

· ​Sociologia e letteratura nell’ultimo libro di Zygmunt Bauman ·

Gemelle siamesi inseparabili chirurgicamente, sociologia e letteratura vivono una convivenza di fatto, non sempre comoda ma innegabilmente stretta. Si alimentano a vicenda, nota Zygmunt Bauman nel libro scritto a quattro mani con Riccardo Mazzeo Elogio della letteratura (Torino, Einaudi, 2017, pagine 144, euro 16) — uno degli ultimi saggi del sociologo e filosofo polacco, scomparso il 9 gennaio di un anno fa — e «cooperano anche per tracciare i rispettivi orizzonti cognitivi e per correggersi vicendevolmente gli occasionali abbagli».

Se la letteratura senza la sociologia ha una prospettiva inefficace, la sociologia senza letteratura è addirittura inesistente. È proprio questa complementarità a far sì che le due discipline siano reciprocamente indispensabili. Ovviamente, chiosa Bauman, scrivere narrativa e scrivere sociologia non è la stessa cosa: il rapporto tra le due discipline «è un mix di rivalità e mutuo supporto. Condividono una parentela, recano un’inequivocabile somiglianza familiare, si offrono reciprocamente come punti di riferimento che non possono fare a meno di confrontare e sono parametri con cui misurare il successo o il fallimento del loro lavoro».

Zygmunt Bauman, scomparso nel 2017

Paradossalmente, se si è alla ricerca della vita reale, ammette il sociologo, sarà difficile rinunciare alla fiction narrativa, e scegliere qualcosa di meglio rispetto all’ispirazione che può derivare dalle opere di Franz Kafka, Robert Musil, Jorge Luis Borges, Georges Perec, Milan Kundera o Michel Houellebecq. Non solo. L’atto stesso di condividere e insegnare letteratura è terapeutico, ribadiscono gli autori del libro.

Dato che il mondo-liquido spesso maltratta le parole e tende a ipersemplificare il linguaggio, impoverendo la forma e, di conseguenza, a medio e lungo termine, anche il contenuto, servono ancora (o meglio, ancora più di prima) maestri e “intercessori”, mediatori autorevoli che siano in grado di guidare i ragazzi alla scoperta di se stessi e del mondo e di accendere in loro il fuoco della curiosità e dell’esplorazione intellettuale.

Ampio spazio viene dedicato all’opera di Jonathan Franzen; non solo i romanzi più famosi, ma anche la raccolta di saggi Più lontano ancora, e il libro Il progetto Kraus, dove lo scrittore americano rende omaggio all’“intercessore” dei suoi vent’anni e al tempo stesso — spiega Mazzeo — compie un’operazione da triplo salto mortale. Quasi un contravveleno «rispetto alla tendenza prevalente oggigiorno di facilitare e giocoforza appiattire le cose: sceglie l’autore più difficile, lo scrittore satirico Kraus appunto, e riporta la sua traduzione di Heine e le conseguenze (e altri testi krausiani) disseminandola di un corpus gigantesco di note che in parte spiegano i passaggi più difficili del testo e lo contestualizzano, in parte tracciano parallelismi fra la Vienna di un secolo fa e l’Occidente odierno, in parte infine parlano di lui, di Franzen, e della demolizione dei suoi antecedenti narrativi (da John Updike a Philip Roth) che aveva tentato nei suoi anni giovanili».

La differenza fondamentale di allora rispetto all’oggi si rivela nello spessore perfino eccessivo di Kraus in confronto alla superficialità solubile delle posizioni che vengono generalmente assunte ai giorni nostri. Peraltro Kraus, chiosa Mazzeo con amara ironia, «aveva colto appieno con un secolo di anticipo quanti danni avrebbero arrecato all’immaginazione il giornalismo filisteo, i feuilleton che premasticavano emotivamente per il lettore le notizie e le immagini come le serie tv di oggi, le poesie pronte per essere messe in musica, per quanto belle come quelle di Heine, come tanti romanzi scritti come sceneggiature, con il pensiero già rivolto ai ricavi che se ne potranno trarre da una riduzione cinematografica».

Il secondo capitolo — non a caso intitolato La letteratura che salva — contiene un accorato, commovente elogio degli intercessori, di quei mediatori che diventano autorevoli conquistando la stima degli allievi sul campo, certi che — come la celeberrima frase di Gustav Mahler — tradizione non è culto delle ceneri ma custodia del fuoco.

«L’insegnante — scrive Mazzeo citando Eraldo Affinati — è lo specialista dell’avventura interiore, l’artigiano del tempo, il mazziere della giovinezza. Se ha fatto bene il proprio mestiere, i ragazzi gli resteranno dentro. Li ricorderà sempre, uno per uno, simili a tamburini che, in certe stagioni, hanno dettato il ritmo sulla grancassa della sua esistenza. E loro non potranno dimenticarsi di lui. Lo conserveranno nella memoria come una controfigura del padre: l’atleta incaricato di compiere un’azione rischiosa al posto del protagonista. Dire di no, infatti, non suscita consenso, ma è talvolta più necessario che elargire il sì. Oggi i ragazzi sono lasciati nel vuoto dialettico, privi di ostacoli da superare. I loro insegnanti restano gli unici ormai a doverli richiamare ai valori della serietà, del rigore e della concentrazione in una società che punta sulla bellezza, sulla sanità e sulla ricchezza».

La distanza dalla realtà e da se stesso dell’homo consumens non è priva di conseguenze, chiosano Bauman e Mazzeo citando l’ultimo libro di Dominique Schnapper. In Danni collaterali la sociologa analizza i rischi in cui incorre l’homo democraticus vittima di una versione fondamentalista di democrazia estrema, che anela a un benessere illimitato fino a voler scegliere le regole a cui assoggettarsi anche in ambiti istituzionali. Una reale capacità di configurare la libertà individuale in relazione a quella degli altri membri della comunità viene soppiantata da un’immagine di se stessi che non corrisponde a quanto si sperimenta nella concretezza della vita quotidiana, una società immaginata in termini di compagnia, ma vissuta a prescindere dalla compagnia reale e concreta degli individui, che «lascia le persone in preda all’impotenza e al tempo stesso al sussiego, che ne è un contrappunto obbligato».

Suona profetico un articolo di Italo Calvino pubblicato sul «Corriere della Sera» quarant’anni fa che si conclude con queste parole: «La società moderna tende a una configurazione estremamente complicata che gravita su un centro vuoto ed è in questo centro vuoto che si addensano tutti i poteri e i valori».

di Silvia Guidi

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21 ottobre 2019

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