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Due ore e mezza
con i piccoli malati

· Il Papa nella sede di Palidoro dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù ·

«I bambini si esprimono meglio con i gesti che con le parole. I disegni che fanno sono gesti che vengono dal loro cuore... e tante volte ci carezzano l’anima». In poche righe autografe, Papa Francesco ha sintetizzato le emozioni provate durante la visita a sorpresa di ben due ore e mezza, compiuta alla vigilia dell’Epifania nella sede decentrata di Palidoro dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù.

La data apposta in calce dal Pontefice dopo la propria firma, resterà indelebile nella sua e nella memoria di molte persone, perché quello del pomeriggio del 5 gennaio 2018 è stato uno dei più lunghi e intensi “venerdì della misericordia” vissuti da quando li ha istituiti nel giubileo straordinario di due anni fa.

In automobile Francesco è giunto nel nosocomio, a trenta chilometri a nord di Roma, cinque minuti prima delle quindici. Accompagnato dall’aiutante di camera Zanetti, è stato accolto dalla presidente Mariella Enoc e da monsignor Sapienza, reggente della Prefettura della Casa pontificia. E subito ha iniziato a stringere le mani dei presenti, già all’ingresso del padiglione principale intitolato a Paolo vi, il Papa che quarant’anni fa, nel 1978, donò all’ospedale la gestione della cessata attività della Pontificia opera di assistenza, specializzata nella cura della poliomielite.

Tutto nella struttura sanitaria richiama il mondo dell’infanzia: dai lettini colorati ai disegni e ai quadri affissi lungo le pareti, dai televisori che trasmettono solo cartoni animati alle siepi che nel giardino esterno hanno la forma di animali come gli elefantini. E in questi giorni di festa non potevano mancare nei vari ambienti i presepi con il Bambinello adorato dai magi e gli alberi di Natale addobbati con sfere e nastri.

Percorrendo i lunghi corridoi, i cui muri trasudano dolore e speranza, Francesco è entrato quasi in punta di piedi in ognuna delle stanze dei tre padiglioni con circa 160 posti letto. Ai genitori o direttamente ai piccoli degenti ha chiesto informazioni sullo stato di salute. «Come stai?» la domanda più ricorrente, seguita da un gesto affettuoso: una carezza sul capo, una benedizione col segno di croce, ma anche un bacio, un abbraccio — alcuni molto prolungati — e persino un pollice alzato, un “batti il cinque”, con il suo stile semplice e diretto. E per quelle mamme e quei papà coraggiosi incontrati, sempre una parola di conforto per infondere loro forza nella prova. «Quanto dolore!» il suo commento ricorrente nei momenti di maggiore commozione.

In dono il Papa ha lasciato coroncine del rosario, ma soprattutto tanti giocattoli: la fattoria degli animali, bambolotti e bambole di pezza, peluche, mattoncini per costruzioni, album con le figurine dei calciatori, videogiochi e pupazzetti dei supereroi. Ma qui i veri eroi del quotidiano non indossano maschere né mantelli; al massimo le mascherine di carta sulla bocca e i camici con i copriscarpe sterili monouso, di solito verdi, per non portare infezioni dall’esterno. Sono medici, infermieri, portantini, volontari, gli stessi famigliari dei bambini, che si dedicano con amore e pazienza infiniti ad alleviarne le sofferenze. E così alla vista del Papa, che non si stancava di ripetere parole di gratitudine, c’è chi è scoppiato in lacrime, chi ha pianto di gioia, chi è rimasto fermo, immobile, quasi paralizzato per l’incontro inaspettato.

Salito in ascensore al secondo piano, Francesco si è recato anzitutto nel reparto di chirurgia, dove ha trovato piccoli reduci da interventi operatori: alcuni sono neonati e il più piccolo ha appena una ventina di giorni. Giovanna invece ha 15 anni ed è affetta da una grave patologia da quando è nata. «E la sua mamma combatte con lei» gli dice una caposala ancora capace di stupirsi nonostante la pluriennale esperienza di servizio. Un giovane papà accanto al primogenito ammalato, presenta al Pontefice in videochiamata la moglie e gli altri due figli che sono con lei.

Tra i ragazzini ricoverati qualcuno è particolarmente vivace e loquace, qualcun altro dorme ancora: del resto qui c’è anche chi è stato in coma per oltre un anno. Le femminucce comunque si mostrano più intraprendenti e curiose; rispondono facendo a loro volta domande. «Ti voglio bene» è il disegno regalato al Papa da Eleni, mentre Ludovica ha colorato di rosso un grande cuore. «Questo è il tuo cuore?» le chiede Francesco. «Sei brava», la incoraggia.

Lungo i corridoi, da cui si vede il vicino mare, il Pontefice si è fermato anche per qualche selfie con gli operatori del 118, gli operai, i manutentori, la vigilanza, il personale delle pulizie: tutti quegli uomini e quelle donne che contribuiscono alla vita quotidiana nelle corsie dell’ospedale. Per tutti un «grazie per quello che fate».

A piedi Francesco è poi sceso al primo piano, dove c’è la pediatria multispecialistica. A dargli il benvenuto, tra gli altri, un’infermiera nata il suo stesso giorno. «Ma non nello stesso anno» ha puntualizzato il Papa con una battuta, quasi a voler stemperare il clima di sofferenza. Come ha fatto involontariamente un piccolo di due anni e mezzo di origine romena per cui il risveglio dal riposino pomeridiano è stato un momento magico. Francesco è entrato nella sua stanza mentre lui ancora dormiva. Aprendo gli occhi ha visto l’uomo vestito di bianco e sgranandoli per l’incredulità ha esclamato: «È il Papa!» suscitando il sorriso dei presenti.

Scendendo le scale di un altro piano, il Pontefice ha quindi visitato il Pronto soccorso con le stanzette per l’osservazione temporanea, la sala gessi e quella delle emergenze. Infine percorrendo un lungo corridoio si è diretto all’ultimo padiglione. Sulle pareti i dipinti realizzati nella ludoteca interna “Il castello dei sogni”: sono tutti ispirati da fiabe o da storie della Disney.

Particolarmente toccante la sosta nel reparto di rianimazione, aperto 24 ore su 24. «I genitori possono restare quanto vogliono, ma per i casi cronici noi li invitiamo a riposare, a uscire» ha spiegato il primario accennando a quella umanizzazione della sofferenza che caratterizza lo stile di assistenza dell’ospedale Bambino Gesù. Del resto, in nome della continuità terapeutica, alcuni percorsi di riabilitazione si prolungano ben oltre la maggiore età del paziente. Come nel caso di una ventiduenne che da quando è nata fa avanti e indietro con casa. «Spesso nelle terapie domiciliari le mamme e i papà diventano i nostri primi collaboratori» ha aggiunto il medico. E per i fuori sede c’è la possibilità di dormire presso una delle 33 camere della struttura di accoglienza che si trova all’interno del complesso di Palidoro.

Nella parte conclusiva del tragitto il Pontefice è anche passato nei locali della mostra «Caro Papa Francesco ti regalo un disegno», dove ha lasciato il suo messaggio autografo sul registro dei visitatori, concludendolo con il consueto: «Con la mia benedizione e, per favore, pregate per me».

Ultima tappa il reparto di riabilitazione neurologica e neuroriabilitazione multispecialistica, dove un giovane “festeggiava” un compleanno davvero speciale: il secondo anniversario del suo trapianto di cuore. Nella stanza accanto il tenero abbraccio a una bambina indiana e a due coetanei nordafricani: uno libico e uno libanese. Si chiamano entrambi Mohamed e il secondo fa da “mediatore culturale” con i genitori che non parlano italiano.

Verso le 17.30, prima del congedo, il Papa ha ricevuto dalle mani di Mariella Enoc una statuina in legno che rappresenta san Giuseppe: «ma questo è in piedi, sveglio» ha fatto notare la presidente, riferendosi alla devozione del Pontefice per il santo che dorme. Lo ha realizzato un giovane artigiano di Bangui, dove proprio per volere di Francesco, il nosocomio romano porta avanti un progetto di formazione di medici per il locale centro pediatrico.

di Gianluca Biccini

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18 gennaio 2018

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