Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Due maternità straordinarie

Il racconto della visitazione (Luca, 1, 39-45), spesso assunto a modello d’incontro fecondo fra donne, fa comprendere quanto il reciproco riconoscimento aiuti a discernere e a custodire i segni della trasformazione che investono la storia. Maria ed Elisabetta, entrambe portatrici di un mistero che chiede di essere accolto e protetto per venire alla luce, nel riconoscersi vicendevolmente si sostengono e si fortificano. Attraverso le loro azioni coraggiose, ma silenziose, si realizzano le promesse profetiche. La prima creazione e la nuova si intersecano facendo capire di far parte di un unico disegno.

Elisabetta, la donna anziana e sterile che diviene madre per grazia oltre ogni possibilità, appare figura dell’umanità stanca e inaridita, il cui frutto, ormai inatteso, scaturisce come distillato dalla spremitura finale costituendo il germe vivo sul quale il nuovo potrà impiantarsi. Maria invece esprime il risveglio dell’innocenza originaria rimasta incontaminata fin dal principio e preservata nell’intimo dell’umanità. Il saluto dell’arcangelo Gabriele, il forte di Dio, alla «piena di grazia», mette in luce la fortezza dell’anima radicata nello Spirito. Allude allo stato di grazia che la vergine di Nazareth incarna.

I cinque mesi di nascondimento di Elisabetta rappresentano un tempo velato in cui lo Spirito Santo opera nel segreto, matura le condizioni. Alludono ai primi cinque giorni della creazione in cui gli esseri viventi rimangono nel grembo di Dio innocenti e inconsapevoli. Rinviano allo stato creaturale, all’offerta pura di Abele, ma anche alla moltiplicazione dei cinque pani che nel deserto sfamano i cinquemila, perché l’umanità è chiamata a rispondere, a donare quello che ha.

L’annunciazione avviene nel sesto mese della gravidanza di Elisabetta. Sesto è il giorno della creazione dell’uomo, tempo ancora in atto che l’incarnazione del Verbo porta a compimento. Tuttavia «colui che nascerà» e che sarà «chiamato Figlio di Dio» potrà manifestare la sua pienezza umana solo se accolto, e sarà accolto proprio da coloro che prima avranno seguito il precursore, si saranno aperti alla voce del Battista che chiama a conversione.

Ad un certo punto le due maternità straordinarie convergono. Maria immediatamente dopo l’annuncio corre da Elisabetta. Il bisogno di verificare, confrontarsi con lei, diviene urgente. La fretta è la conseguenza del turbamento. Tutto è troppo grande, insostenibile. Nonostante il consenso la sua umanità si sente inadeguata. Ogni risorsa entra in azione per far fronte al nuovo così dirompente. La montagna sta ad indicare il luogo più elevato del vecchio mondo, quello in contatto con il cielo, aperto all’annuncio perché la nuova creazione non può sorgere da un’altra parte, bensì deve attecchire nella prima creazione per trasformarla dall’interno, per rigenerare quanto è divenuto pesante, mancante di vita, morto.

Maria ed Elisabetta appena si incontrano si riconoscono per mezzo dei loro bambini che nel grembo sussultano. Quanto travalica le madri è completamente connaturato alla realtà dei figli della grazia. Il saluto di Maria è avvertito come passaggio di una forza vivificante. Il germe vivo nel seno della vecchia umanità, come scintilla raggiunta dal fuoco, è inondato dalla luce che emana dal «frutto benedetto» provocando l’immediato abbandono di Elisabetta che, piena di Spirito Santo, all’istante, riconosce la «benedetta» fra tutte le donne, la madre del suo Signore.

L’incontro fra la vergine madre, incarnazione della potenza creatrice nel suo pieno fulgore, e la vecchia madre, simbolo della stanca umanità che offre nel figlio la parte migliore di sé, costituisce dunque la premessa del compimento. Nel tempo dell’oscurità, il reciproco riconoscimento aiuta le due donne a rimanere fedeli all’opera misteriosa da cui sono investite e di cui sono divenute strumento accettando, proteggendo, tacendo, ma insieme lasciando sbocciare la sapienza del cuore e affidandosi senza riserve. Il racconto mette in luce la levità della grazia quando opera senza incontrare resistenze.

Maria nei vangeli dice poche parole, ma il Magnificat può considerarsi il sigillo che ratifica il fiat. Esprime la pienezza della visione profetica, il culmine che segna il passaggio dall’innocenza alla consapevolezza, la nascita di una coscienza capace di vedere l’opera rigeneratrice che lo Spirito Santo muove nell’umanità.

La visitazione diviene quindi modello di un incontro fra donne che aiuta il femminile ad incarnarsi. Non è il preteso riconoscimento del mondo che lo fa vivere ed essere, è il conoscersi in se stesso attraverso il riconoscimento che le donne si danno l’un l’altra valorizzando le proprie intrinseche potenzialità, aiutandosi a restare aperte al miracolo che l’azione creatrice costantemente promuove nell’invisibile e che ha bisogno di essere protetta nel silenzio, con umiltà, pazienza, fermezza e totale abbandono per maturare e venire alla luce. Solo il conoscersi e riconoscersi nell’intimo dà il radicamento necessario all’espansione.

di Antonella Lumini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE