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Due donne

· La storia di un’ebrea di Sarajevo deportata a Bergen Belsen raccontata da sua figlia ·

Hanna Lévy-Hass

Questo diario ora tradotto in italiano (Diario di Bergen-Belsen, 1944-1945, Milano, Jaca Book, 2018, pagine 124, euro 15), opera di Hanna Lévy, un’ebrea di Sarajevo deportata a Bergen Belsen nel 1944, fu pubblicato per la prima volta nel 1946. Dopo di allora, Hanna Lévy, poi divenuta per matrimonio Hanna Lévy-Hass, non ha scritto altri libri. Se ne scrivono tanti, diceva. Sua figlia, autrice della prefazione e della postfazione, è Amira Hass, giornalista di punta del giornale israeliano «Haaretz», e in Italia collaboratrice di «Internazionale», nota per i suoi coraggiosi reportage sulla vita dei palestinesi a Gaza e nei territori dell’Autorità Palestinese, l’unica giornalista ebrea israeliana ad aver scelto a sua dimora la città palestinese di Ramallah.

Hanna Lévy era nata nel 1913 a Sarajevo, la figlia minore di una famiglia di ebrei sefarditi di origine spagnola. In casa si parlava il ladino, giudeo-spagnolo di derivazione dall’antico castigliano, anche se Hanna preferiva parlare jugoslavo: considerava — scrive sua figlia — la Jugoslavia come sua patria. Studiò a Belgrado e divenne insegnante a Danilograd, in Montenegro.

Nel 1943, quando i nazisti occuparono la zona italiana in cui viveva, stava per unirsi ai partigiani, ma rinunciò perché la comunità ebraica le chiese di non farlo per evitare rappresaglie. Nel febbraio 1944 fu arrestata e imprigionata (anche di questa prigionia tenne un diario clandestino, andato perduto), poi nell’estate fu spedita con un piccolo gruppo di ebrei nel campo tedesco di Bergen Belsen. La guerra, con l’incalzare dei russi, aveva impedito che fossero inviati nei campi polacchi.

Il campo di Bergen Belsen era nato come campo per prigionieri di guerra e solo nel 1943 era diventato in parte un campo per ebrei. Ma un campo particolare, destinato a persone trattenute per essere scambiate, anche se per più della metà dei 2500 ebrei che vi furono inviati nel 1943 fu solo una tappa nel cammino di Auschwitz. Il diario di Hanna, scritto in serbo-croato, comincia il 16 agosto 1944.

Nella prima parte il suo sguardo è volto più ai suoi compagni di prigionia che ai carnefici. Hanna è una giovane donna politicizzata, di salda fede comunista, e mal sopporta quel mondo eterogeneo, formato per lo più da “piccoli borghesi”, inconsapevoli ed egoisti. Si occupa di fare scuola (clandestinamente) ai bambini, dal momento che ci sono bambini a Bergen Belsen. A partire dal mese di settembre le condizioni del campo peggiorano enormemente. Le razioni di cibo si riducono, le epidemie dilagano. Arrivano dal campo di Auschwitz, dove si sono fermate le camere a gas, i prigionieri spostati dai nazisti nelle marce della morte per sottrarli alla liberazione da parte dei sovietici. Fra loro, Anna Frank. A Bergen Belsen non ci sono camere a gas, ma si muore ugualmente a ritmi velocissimi per fame o malattia. A partire dal gennaio 1945 si è fermata quasi del tutto la distribuzione del rancio, si muore a migliaia di tifo, 35000 fra gennaio e la liberazione da parte degli inglesi in aprile. Tutto è in un disordine immane. Il diario si ferma là.

Infatti ai primi di aprile, chissà per quale motivo, Hanna, con altri 7000 ebrei, fu messa su un treno per Theresienstadt. Non vi arrivò perché riuscì a restare a terra durante una sosta in un villaggio, poco prima che vi giungesse l’Armata Rossa. Il ritorno, almeno fino a Dresda, fu a piedi, là rubarono un treno e arrivarono al confine con la Jugoslavia. Solo pochi della sua famiglia furono tra i sopravvissuti.

Questo il diario di Hanna Lévy-Hass. Il resto ce lo racconta la figlia Amira in una prefazione e in una postfazione apposte all’edizione inglese del 2009, integrando le notizie su sua madre con quelle su suo padre, reinserendoli nel discorso sulla politica e l’etica che i suoi genitori, in particolare sua madre, non interromperanno mai dopo la guerra. Uno straordinario racconto famigliare. Suo padre, Avraham Hass, era un ebreo della Bucovina, sopravvissuto al ghetto e finito in Palestina. Anche Hanna aveva raggiunto nel 1948 il nuovo Stato d’Israele. Perché, si domanda Amira, trovando forse nella disillusione subentrata alla liberazione il motore della scelta di abbandonare la sua amata Jugoslavia.

In tutto il diario dal campo, ciò che sostiene Hanna è l’idea che se sopravviverà sarà per costruire un mondo migliore senza guerre, disuguaglianze, oppressioni. Sia Hanna che Avraham erano comunisti, nessuno dei due aveva dimenticato di essere stato liberato dall’Armata Rossa. Dei due, la più consapevole, la più politicizzata era Hanna. Dilaniata fra il suo ebraismo e la sua opposizione al governo israeliano e alla sua politica nei confronti dei palestinesi, come anche dal suo essere comunista e dalla crescente consapevolezza del totalitarismo dell’Europa dell’Est, Hanna vivrà tra Israele e l’Europa, fuggendo da uno all’altra. Dopo il 1968, cioè dopo l’invasione sovietica di Praga, esce dal Partito e si impegna nel femminismo. Il tutto nella consapevolezza, acquisita dopo la Shoah ma forse addirittura precedente, che non era possibile costruire un mondo giusto.

Le parole scritte da Amira, interrogandosi, cercando di capire le parole e i silenzi dei genitori, ci guidano in un mondo complesso, pieno di ombre e di coraggio come di speranze deluse. Una storia che non è solo quella di Bergen Belsen, e nemmeno quella della politica del secondo Novecento, ma anche quella, affascinante, di una donna dalla schiena dritta che girava il mondo appoggiata ad un bastone.

di Anna Foa

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27 gennaio 2020

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