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Due case per mamme
rifugiate e migranti

· Le scalabriniane a Roma ·

Sostenere le donne migranti, spesso mamme con bambini piccoli, nel loro percorso di integrazione e valorizzazione professionale. È questo l’obiettivo dell’iniziativa «Chaire Gynai» che, partita da oltre un anno a Roma, offre aiuto e conforto spirituale alle donne in difficoltà. Nella capitale, infatti, grazie alla Congregazione delle suore missionarie di San Carlo Borromeo (scalabriniane) sono operative due case per le rifugiate con bambini e per le migranti.

«Questa iniziativa — spiega a “L’Osservatore Romano” suor Eleia Scariot, religiosa scalabriniana coordinatrice del progetto — è nata dal cuore di Papa Francesco che, attraverso la sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ci ha chiesto di lavorare a un progetto di integrazione per le donne in difficoltà e in situazioni di vulnerabilità». L’iniziativa «Chaire Gynai» è stata resa possibile anche grazie alla collaborazione della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, dell’Unione internazionale superiore generali (Uisg) e della Conferenza episcopale italiana (Cei).

Sulla scia dei quattro verbi lanciati dal Santo Padre — accogliere, proteggere, promuovere e integrare — le scalabriniane hanno coinvolto anche le suore missionarie del Sacro Cuore di Gesù che hanno messo a disposizione gli spazi. E, a poco più di un anno dalla nascita del progetto, anche altre congregazioni religiose femminili stanno contribuendo alla buona riuscita. Nelle due case, che sorgono in via della Pineta Sacchetti e in via Michele Mercati, sono accolte donne che hanno già ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiate in Italia o che potrebbero regolarizzare la loro posizione. Nelle due strutture abitative si può stare per un periodo che va dai sei mesi a un anno al massimo, comunque fino a quando non abbiano raggiunto una completa autonomia e integrazione. Al momento, sono ospitate ventidue donne e sette minori, provenienti da Siria, Uganda, Senegal, Congo, Camerun, Etiopia, India e Burundi.

«Valorizziamo il principio della dignità umana — afferma suor Eleia — il diritto alla libertà e all’uguaglianza, la valorizzazione delle persone e la loro tutela. È un progetto di semiautonomia fondato sull’accoglienza, la protezione, la promozione e l’integrazione per percorsi di vita autonoma e di processi di cittadinanza e inclusione sociale».

La base è il riscatto della speranza: queste ragazze e mamme ricevono aiuto e accompagnamento umano e professionale, vivendo esperienze di convivenza, di divertimento e di spiritualità che siano rivitalizzanti per riscattare la stima di loro stesse, spesso ferita durante il loro viaggio migratorio. Allo stesso tempo, queste donne e i loro figli potranno contribuire alla costruzione di una società diversa, qui nel territorio romano, dove sono inserite. Nelle due case messe a disposizione a Roma sono passate quest’anno diverse migranti, alcune delle quali hanno già terminato il loro percorso di semiautonomia. Ora lavorano, hanno una casa e sono integrate. «Per noi — ha dichiarato suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle scalabriniane — lavorare con i migranti è una grande grazia che conferma la nostra missione. Ringraziamo Papa Francesco per il suo appello e la sua chiamata rivolte a tutto il mondo, invitandoci ad assumere quanto a lui sta cuore, cioè le donne migranti e rifugiate con bambini. Accogliere, proteggere, promuovere, integrare sono i quattro verbi guida per il Santo Padre — conclude la religiosa — e sono i quattro verbi che guidano le nostre scelte pastorali, perché nessuno deve sentirsi straniero, tutti siamo figli e figlie dello stesso Padre».

Le suore missionarie scalabriniane nascono nel 1895 a Piacenza e sono attualmente presenti in 26 Paesi. Sono impegnate in attività di pastorale e assistenza diretta dei migranti in situazioni di emergenza; nei progetti formativi, nell’accompagnamento in processi di rielaborazione d’identità e di integrazione nel territorio; nel sostegno pastorale; nell’insegnamento della lingua; nel protagonismo attivo degli stessi migranti.

di Francesco Ricupero

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22 settembre 2019

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