Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Due capitane

· ​L’esperimento di calcio integrato voluto da Baldissoni sta cambiando la percezione della disabilità specie tra i bambini ·

«Spengimi l’autismo che devo fare gol». C’è tutta la voglia di vivere di un ragazzo sbrigativamente etichettato come “diversamente abile” nell’appassionata richiesta — che vale più di uno scudetto — al suo allenatore, che è anzitutto un amico. Con un particolare in più: il ragazzo che «vuole spengere l’autismo per fare gol» gioca nella Roma. Sì sì, la Roma-Roma, quella vera di Totti e De Rossi.
La squadra giallorossa è infatti l’unica al mondo ad aver dato vita al progetto “calcio insieme” che vede sessanta bambine e bambini con diverse disabilità giocare con i loro coetanei tecnicamente così bravi da far parte, appunto, dei settori giovanili della Roma. E non è retorica affermare che non è ben chiaro chi ne tragga più vantaggi. 

Prima del fischio d’inizio di Roma-Shakhtar Donetsk (stadio Olimpico, 13 marzo 2018)

«Probabilmente tutti allo stesso modo» risponde di getto il direttore generale della Roma, Mauro Baldissoni, che due anni fa ha fortemente voluto questo progetto-pilota, affidato all’Accademia calcio integrato, tanto da considerarlo il fiore all’occhiello di tutte le iniziative solidali promosse dalla fondazione Roma cares.
Un progetto che dà un calcio, letteralmente, a esclusioni e pregiudizi e, con una rovesciata degna di Falcão, sta contribuendo a cambiare il modo in cui è percepita la disabilità. Soprattutto tra i bambini.
«La Roma rappresenta una grande piattaforma sociale e non possiamo tirarci indietro di fronte a questa responsabilità». Da uomo di sport Baldissoni non usa giri di parole e va al sodo: «Far giocare in un campo di calcio bambini con difficoltà psicomotorie rappresenta per loro una possibilità concreta di miglioramento a 360 gradi». Il progetto “calcio insieme”, fa presente, «ci consente così di restituire alla comunità, soprattutto a chi ne ha più bisogno, qualcosa della nostra capacità di integrare le diverse realtà nella città e dare una mano ai ragazzi e alle loro famiglie», alle prese con la quotidianità della disabilità.
Che i giovani protagonisti del “calcio integrato” siano al centro della vita della Roma è stato evidente martedì 13 marzo quando dodici di loro — capitanati da due sfrontate e simpaticissime ragazzine come Margherita e Benedetta — hanno accompagnato per mano i calciatori giallorossi sul prato dell’Olimpico nella vittoriosa sfida degli ottavi di finale di Champions league con gli ucraini dello Shakhtar Donetsk. Forse la loro dovrebbe diventare una presenza fissa: da mascotte portafortuna i ragazzi con disabilità fisiche e intellettive potrebbero testimoniare, con tutto se stessi, la bellezza della vita, dell’amicizia, della condivisione e del rispetto, unendo in un abbraccio vero tifosi di fedi calcistiche opposte. Impresa apparentemente impossibile: ma chi conosce tipe toste come Margherita e Benedetta sa che ci riuscirebbero eccome...
Accompagnando per mano i campioni della Roma nella bolgia dell’Olimpico, quei bambini con la sindrome di Down o di Sotos, con disprassia o autismo, hanno restituito al calcio bellezza e purezza. La loro spontaneità è stata uno spot che ha messo all’angolo, almeno per qualche minuto, le consuete aggressività. Ancora più inspiegabili agli occhi di Margherita e Benedetta.
E la Roma, almeno in questo campo, è prima in classifica: solo il Manchester United, prestigioso club inglese, ha un progetto simile. Però non con lo stesso livello scientifico. E la società assicura che saranno «pubblicati tutti i risultati di questo esperimento: c’è una équipe che sta seguendo lo sviluppo dei bambini, per la prima volta in uno sport di squadra e non solo a livello individuale, e ne sta registrando in maniera scientifica i progressi». I dati, elaborati dal direttore scientifico Alberto Cei, saranno messi a disposizione degli altri club, italiani e non solo, «con la speranza che ci possano affiancare: il contributo di tutti è importante perché da solo il settore pubblico non ce la può fare» a rispondere alle aspettative delle famiglie alle prese con le tante, ingiuste questioni irrisolte della disabilità. L’indicazione della Roma, del resto, è chiara: «Non dobbiamo mai perdere di vista che i protagonisti del nostro lavoro sono i bambini che vanno rispettati in tutto e per tutto».
Ma “calcio insieme” è anche un’opportunità per i fortissimi ragazzini del vivaio della Roma per vivere un’esperienza calcistica nuova: giocare a pallone insieme con i loro coetanei con qualche difficoltà in più li aiuterà a tenere i piedi ben piantati per terra. E a considerare il calcio senza ansie o eccessive aspettative agonistiche — troppo spesso imposte a suon di urla da genitori invadenti e maleducati — ma semplicemente per quello che è e deve essere: un gioco che fa divertire e fa stare bene insieme.
Forse, confida Baldissoni, «il successo più grande del progetto è il bambino di dodici anni, vera e propria promessa, che alla fine del suo allenamento chiede di poter restare a dare due calci al pallone con il gruppo di quei ragazzi sicuramente tecnicamente molto meno bravi di lui, ma animati dalla stessa passione».
A rendere possibile quest’avventura controcorrente rispetto a una cultura dominante che vorrebbe relegare “il diverso” a scarto è il team di dieci giovani tecnici della società giallorossa. Affiancato dalla pedagogista Maresa Bavota che si occupa delle relazioni con le famiglie (con tanto di coinvolgimento degli insegnanti di sostegno), quattro psicologi dello sport, un logopedista e un direttore scientifico: tutti volontari specializzati. Con delicatezza e competenza sono accanto ai ragazzi, spronandoli e accompagnandoli passo passo.
Del resto, il progetto non prevede improvvisazioni o superficialità: dovrebbe essere sempre così anche nelle scuole. E così prima di scendere in campo il team ha studiato a fondo nuovi metodi didattici coinvolgenti «per rendere gli allenamenti utili ma soprattutto divertenti». Per Patrizia Minocchi, presidente dell’Accademia calcio integrato, è un fatto evidente che «quello strumento magico chiamato palla è fondamentale per aiutare i bambini con disabilità intellettive e fisiche a sviluppare se stessi». E «i passi avanti, nelle relazioni tra loro e con gli altri, sono evidentissimi e si concretizzano nella capacità di trovare nuove strade per integrarsi in modo più efficace con i compagni di classe oltre che in famiglia». Insomma un gioco di squadra da manuale, è proprio il caso di dire.

di Giampaolo Mattei

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

11 dicembre 2018

NOTIZIE CORRELATE