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Due anni di pontificato

· In una intervista a Televisa ·

È una lunga intervista quella che Papa Francesco ha rilasciato a Valentina Alazraki, vaticanista di Televisa, nel pomeriggio del 6 marzo a Santa Marta, e che la televisione messicana ha iniziato a trasmettere la sera del 12 marzo, alla vigilia dell’inizio del terzo anno di pontificato. In una nostra traduzione pubblichiamo il testo integrale delle risposte del Pontefice e, in forma sintetica, le domande.

Papa Francesco, prima di tutto mille grazie, anche se vivo da molti anni qui, è la prima volta che mi siedo davanti a un Papa per fare un’intervista formale.

Che paura!

Ho molta paura. La verità è che mi sento molto emozionata, ma soprattutto molto grata. La prima cosa che le chiedo è quello che tutti i messicani, o molti, o la maggior parte, si domandano: com’è possibile che non ci visiti quest’anno. Si sperava tanto che lei venisse a settembre...

Pensavo di farlo, perché volevo entrare negli Stati Uniti attraverso la frontiera messicana. Ma se fossi andato a Ciudad Juárez, per esempio, e fossi entrato da lì, o a Morelia, e fossi entrato da lì, si sarebbe creata un po’ di confusione: come mai va lì e non viene a vedere la Signora, la Madre? Inoltre, non si può visitare il Messico a pezzetti. Il Messico richiede una settimana. Prometto un viaggio in Messico come il Paese merita, ma non di fretta e di passaggio. Per questo ho deciso di non passare dal Messico.

Lei ha scelto questa sala dove so che si tengono riunioni molto importanti, qui si decide il futuro della Chiesa. C’è un grande quadro della Morenita. Che cosa rappresenta per lei la Vergine di Guadalupe?

Ha toccato un tema che sento molto. Come si definisce il momento storico del Messico, quando la Vergine visita il Messico, e come l’eredità che lascia? Due volte nel campo Mompúa si presenta a Juan Diego come Madre: sono la Madre di Dio, grazie al quale si vive. E poi, quando lui si mostra un po’ impaurito gli dice: di che cosa hai paura? Non ci sono io che sono tua Madre? È Madre. Poi noi la chiamiamo Regina, Reginetta — lo diceva lo stesso Juan Diego — Imperatrice d’America, ma Lei si definisce come Madre, in un momento in cui l’America rinasceva. Ed è la Madre che porta la buona novella in Messico. È una Madre che sta aspettando un bambino. E in quel momento tragico della conquista, perché all’epoca avvenne di tutto, Lei porta la salvezza. Mostra che porta un bambino. Ma come lo mostra? Come si mostra oltre che incinta? Si mostra meticcia. È una vera e propria profezia, il nostro meticciato americano. Una profezia della nostra cultura, perciò lei supera i confini del Messico, va molto più in là: è l’unità del popolo americano. È la Madre. L’America non è orfana. Ha una Madre. Una Madre che ci porta Gesù. Ossia, la salvezza che è Cristo viene da una donna e lei volle dimostrarlo attraverso il suo meticciato, lo portava in Messico in modo particolare. E sceglie un figlio di quella cultura per manifestarsi. Non sceglie un bambino spagnolo o un colonizzatore, o una signora graziosa, no, no. Un uomo semplice, sposato, umile. Allora per me Lei è Madre. È Madre meticcia e, oso dirlo, anche altro. È il principio di una cosa di cui non parliamo molto in America: è l’abbondanza della santità. Ossia nella colonizzazione americana, nella conquista americana, ci sono stati peccati a non finire. Si è peccato molto. Ma ci furono anche molti santi: santa Rosa da Lima, il negrito Martín de Porres, quando andrò negli Stati Uniti canonizzerò un uomo santo che evangelizzò la California, Junípero Serra, il quale, prima di recarsi nella missione in California, andò proprio da Lei a chiedere la benedizione. Cioè in qualche modo fu Lei ad aprire la porta a quella corrente di santità. I santi messicani, i santi americani sono molti. Ossia, per me Lei è tutto ciò che ho detto: è Madre, fonte di unità culturale, porta verso la santità, in mezzo a tanto peccato e a tanta ingiustizia, a tanto sfruttamento e a tanta morte. È Madre. È questo che sento quando la vedo.

Tornando dalle Filippine ha detto che le sarebbe piaciuto entrare negli Stati Uniti dalla frontiera con il Messico. Lei è figlio di immigrati, i suoi genitori erano italiani, andarono in Argentina. Lei ha nel sangue quello che significa. Quale sarebbe il significato della sua presenza lì, in quella frontiera?

Gente non solo del Messico, ma del Centroamerica, del Guatemala, che attraversa tutto il Messico per cercare un futuro migliore. Oggigiorno l’emigrazione è frutto del malessere nel senso etimologico del termine, frutto della fame, della ricerca di nuove frontiere. Lo stesso succede in Africa, con tutta quella gente che attraversa il Mediterraneo e che proviene da Paesi che stanno vivendo momenti difficili, sia per la fame sia per le guerre. Ma evidentemente la migrazione oggigiorno è molto legata alla fame, alla mancanza di lavoro, alla tirannia di un sistema economico che mette al centro il dio denaro e non la persona. E allora si scarta la gente. Allora un Paese crea — in America, in Africa, ovunque — una situazione economica imposta, naturalmente, che scarta la gente, che va altrove a cercare lavoro, cibo o benessere. In questo momento il problema migratorio nel mondo è molto doloroso. Ci sono infatti varie frontiere migratorie. Mi rallegro che l’Europa stia rivedendo la sua politica migratoria. L’Italia è stata molto generosa, e voglio dirlo. Il sindaco di Lampedusa si è messa totalmente in gioco, anche a costo di trasformare l’isola da terra di turismo a terra di ospitalità. Con quello che comporta il non guadagnare soldi. Ci sono cioè gesti eroici. Ma ora, grazie a Dio, vedo che l’Europa sta rivedendo la situazione. Tornando alla migrazione lì, in quella zona, si tratta anche di un’area di grandi scontri per il problema del narcotraffico. Gli Stati Uniti mi dicevano — non voglio fare statistiche, che poi mi creerebbero un problema diplomatico — e l’ho letto anche in una rivista, che sono tra i principali consumatori di droga nel mondo. E la frontiera da dove entra la droga, la principale, è la messicana. Allora anche lì si soffre. Morelia, tutta quell’area, è una zona di grande sofferenza dove anche le organizzazioni di narcotrafficanti non scherzano, ossia sanno fare il loro lavoro di morte, sono messaggeri di morte, sia per la droga sia per “pulire” quelli che si oppongono alla droga. E quarantatré studenti in qualche modo stanno chiedendo non dico vendetta, ma giustizia, di venir ricordati. Per questo rispondo forse a una curiosità: ho voluto fare cardinale l’arcivescovo di Morelia perché sta in un punto rovente. È un uomo che sta in una zona molto calda, è una testimonianza di uomo cristiano, di grande sacerdote. Ma sui cardinali possiamo tornare dopo. Qui l’ho solo accennato.

Come primo Papa latinoamericano sente di avere una ulteriore responsabilità, quella di essere la voce di tutti quei milioni di persone che si vedono nella situazione di dover uscire dal proprio Paese, di attraversare frontiere, muri, in America, in Asia, in Europa, ovunque?

Sì. Essere la voce, ma non in modo programmatico. Mi viene spontaneo. Mi viene per la nostra stessa esperienza latinoamericana e anche per il mio sangue di migrante. Mio padre e i miei nonni andarono in Argentina. Avevano buone ragioni per farlo, ma erano ragioni politiche: la nonna era molto impegnata nella nascente Azione cattolica sebbene non le fecero mai bere olio di ricino, perché è questo che si faceva... Decisero di andare a cercare nuove strade. Inoltre i fratelli di mio nonno avevano una buona attività a Entre Ríos, ma loro arrivarono nel 1929 e nel 1932 la crisi li lasciò per strada, senza nulla. Un prete gli prestò duemila pesos con cui comprarono un negozio di alimentari. Mio padre, che era ragioniere, faceva le consegne a domicilio. Quella gente si guadagnò da vivere, si rifece una vita. Riprese a lottare per portare avanti la famiglia. Questo per me vuol dire molto. Tutto questo l’ho respirato in casa.

Da qui le viene tutta la sua sensibilità...

Penso di sì. Sì. Inoltre in Argentina ho visto situazioni difficili. Di povertà e di emarginazione, persino di tossicodipendenza. E sono queste cose a muovermi. Mi viene naturale. Non ideologicamente. Per questo a volte sono un po’ spregiudicato e non mi trattengo nel parlare, ma non importa...

Lei ha fatto riferimento ai quarantatré studenti di Iguala. È stato un momento molto difficile per il Messico, è stato un lutto grave per il nostro Paese. Ricordo che Suárez Inda, il nuovo cardinale di Morelia, diceva che quando c’è una situazione difficile siamo tutti colpevoli e in qualche modo responsabili. La Chiesa non dà soluzioni politiche, tecniche, ma credo che sarebbe necessario un messaggio d’incoraggiamento al Messico.

Questo non è il primo momento difficile che il Messico attraversa. Mi riallaccio qui alla santità. Il Messico ha attraversato momenti di persecuzione religiosa, che hanno generato martiri. Penso che il diavolo castighi il Messico con molta collera. Proprio per questo. Credo che il diavolo non perdoni al Messico il fatto che la Vergine abbia mostrato lì suo Figlio. È una mia interpretazione. Il Messico è privilegiato nel martirio, per aver riconosciuto, difeso sua Madre. E questo lei lo sa molto bene. Ci sono messicani cattolici, non cattolici, atei, ma tutti guadalupani. Cioè tutti si sentono figli. Figli di colei che portò il Salvatore, che distrusse il demonio. Qui s’inserisce anche il tema della santità. Credo che il diavolo abbia presentato un conto storico al Messico. E perciò tutte queste cose: nella storia sono sempre apparsi focolai di grave conflitto. Di chi è la colpa? Del governo? Questa è la soluzione, la risposta più superficiale. I governi hanno sempre la colpa. Sì, il governo. Tutti abbiamo in qualche modo la colpa, perlomeno quella di non farci carico della sofferenza. C’è gente che sta bene e forse la morte di quei ragazzi non l’ha toccata, l’ha lasciata indifferente: non è toccato a me, grazie a Dio non è toccato a me. Ma la maggior parte del popolo messicano è solidale. E questa è una delle virtù che voi avete. Credo che tutti debbano collaborare, per risolvere il problema in qualche modo. So che è molto difficile denunciare un narcotrafficante. Perché ne va della vita, è una specie di martirio, no? È duro, ma credo che tutti in situazioni simili, in Messico o altrove, dobbiamo collaborare. Dare la colpa a un solo settore, a una sola persona, a un solo gruppo è infantile.

Lei ha inviato un messaggio privato a un amico argentino esprimendogli la sua preoccupazione riguardo alla crescente diffusione del narcotraffico nel suo Paese. Ha utilizzato l’espressione: «Cerchiamo di evitare la messicanizzazione»... Questa espressione ha ferito suscettibilità, sensibilità. Che cosa ha voluto dire?

Sì. Quel ragazzo è un dirigente, un uomo che ha lavorato per la giustizia sociale e lavora molto, un mio amico. Viene dalla sinistra, dal trotzkismo, viene da lì. È un uomo che ha trovato Gesù e lavora per la giustizia sociale, me lo racconta. Mi raccontava come erano riusciti a scoprire alcune reti di narcotraffico, che stavano lottando e che avevano anche chiuso una catena di postriboli. Lui lavora molto nel campo della schiavizzazione delle persone — ossia delle “fabbriche schiave” con migranti a cui viene tolto il passaporto e che vengono tenuti schiavi lì — e in quello della prostituzione e della tossicodipendenza. Mi ha detto: vogliamo evitare di arrivare alla messicanizzazione dell’Argentina. Così mi ha detto. Evidentemente era un’espressione, mi si permetta la parola, “tecnica”. Non ha nulla a che vedere con la dignità del Messico. Come quando parliamo della “balcanizzazione” né i serbi, né i macedoni, né i croati si risentono con noi. Ormai si parla di balcanizzare qualcosa e si usa tecnicamente, i media lo hanno usato molte volte.

Si usava “colombizzazione”, per esempio.

Anche. Per cui io gli ho risposto che avrei pregato, li avrei accompagnati e magari non saremmo arrivati alla messicanizzazione, tecnicamente. Il fatto ha sollevato un polverone ma, secondo le statistiche che mi sono arrivate, fatte da alcuni giornalisti messicani, la maggior parte, il novanta per cento del popolo messicano, non si è sentita offesa da ciò. E questo mi rallegra. Per me sarebbe stato un gran dolore se fosse stato interpretato in quel modo. Lo stesso governo, dopo aver chiesto chiarimenti, ha accettato la spiegazione. Quella vera. Ed è finita lì. Ossia, questo non mi ha chiuso le porte del Messico. Andrò in Messico.

Sappiamo che lei telefona, scrive lettere personali. Ha mai pensato di raccomandare ai suoi interlocutori discrezione, perché si tratta di comunicazioni private?

Normalmente lo faccio. Ma a volte la gente non si trattiene. Questo mio amico mi ha risposto chiedendo perdono, mi ha giurato e rigiurato che non avrebbe mai più pubblicato...

Continua a essere suo amico?

Sì. Anche perché lo ha fatto come per dire «anche il Papa sta lottando contro la droga». È vero che il fatto di toccare un tema così delicato può avere conseguenze per me. Lo devo dire, a volte mi sono sentito usato dalla politica. Politici argentini che mi chiedevano udienza... Sì, capisco la sua domanda e voglio rispondere apertamente, anche se potrebbe procurarmi qualche problema personale nel mio Paese. Ma racconto semplicemente quello che è successo. Chiaro, gli argentini quando hanno visto un Papa argentino si sono dimenticati di quelli che erano favorevoli o contrari al Papa argentino. E noi argentini che non siamo umili, che siamo presuntuosi... Lei sa come si suicida un argentino?

No.

No? Sale sul suo ego e da lì si butta giù!

Avevo sentite molte battute, ma questa mai...

Siamo i campioni del mondo, dopo il campione San Lorenzo...

Beh, io credo che il San Lorenzo sia campione grazie a lei. Le è andata fin troppo bene.

In realtà noi ci facciamo grandi facilmente. Siamo molto poco umili, ossia ci facciamo grandi con facilità: la smisuratezza argentina, propria del nostro modo di essere, il fatto di sentirsi un po’ superiori, i migliori d’America, questo tipo di cose... So che molte persone, la maggior parte senza volerlo, alcuni di proposito, usano il loro venire qui o una mia lettera o una chiamata. Ci sono persone che chiamo e che non raccontano niente. Io ho chiamato e non l’hanno mai detto. Malati ai quali ho inviato una lettera e non l’hanno mai pubblicata. Altri sì. Ma se sento che devo fare una cosa, la faccio e corro il rischio. Che si può fare?

Per esempio le sette, che non sono un problema solo messicano. Come si recuperano queste persone? Perché hanno lasciato la Chiesa e si sono rivolte alle sette?

Una cosa sono i movimenti evangelici; dopo farò una distinzione tra sette e non sette. Ora parliamo di tutto il movimento evangelico, sette e non sette. Quello che offrono in generale è la “prossimità”, la vicinanza. Basta che un giorno partecipi al culto e la domenica dopo ti aspettano sulla porta e sanno il tuo nome e ti salutano. Sei una persona. Noi cattolici molto spesso, essendo “moltitudinari” e soprattutto per un difetto molto grande che abbiamo in America Latina che è il clericalismo, creiamo una distanza. Il clericalismo in America Latina è stato uno degli ostacoli più grandi alla crescita del laicato. Il laicato in America Latina è cresciuto solo nella pietà popolare. È così. Perché lì il laico è libero e creativo, ha le sue processioni, i suoi culti, ma dal punto di vista organizzativo il laico non è cresciuto abbastanza e non è cresciuto un po’ per questo clericalismo che crea distanze. Allora, tornando alla domanda, una delle cose che nei movimenti evangelici si produce e si crea è la vicinanza. «Ciao, come va?». Poi esiste una distinzione tra movimenti evangelici onesti, buoni, e i movimenti settari. Per esempio ci sono proposte religiose che non sono cristiane e gli stessi evangelici non le vogliono sentire. E ci sono sette, alcune delle quali vengono dalla teologia della prosperità. «Se vieni, ti andrà bene», o cose così. Ricordo una setta a Buenos Aires. Io non ci sono andato ma ho chiesto ad alcuni amici di andare per vedere che cosa succedeva in una liturgia penitenziale. Ebbene, un libero e fervente discorso, una fervida omelia sul peccato e sul fatto che Dio perdona: tutto ben fatto. E hanno detto: «Bene, ora ognuno pensi ai suoi peccati, a cosa ha fatto, ognuno ripercorra i comandamenti e chieda perdono, e per questo deve fare una elemosina di un tanto». Sto semplificando. È ovvio che gli evangelici rifiutano tutto ciò. Gli evangelici seri, però. Poi c’è il fenomeno di usare le cose religiose come commercio. Come nel caso in cui uno fa un piccolo corso e poi apre un culto. Ma io farei una distinzione. Non farei di tutta l’erba un fascio. Ossia ci sono gruppi che si dicono evangelici e non sono neppure cristiani, e sia gli evangelici sia noi cristiani li riconosciamo. Di ciò una volta ho parlato a lungo con un grande amico mio, con il quale ho condiviso una cattedra di teologia. Di ciò ho parlato anche molto con un mio grande amico luterano, docente della facoltà di teologia luterana, uno svedese, il pastore Anders Root. È morto tre anni fa, in Svezia, perché era tornato in Svezia. Con lui ho condiviso la cattedra di teologia spirituale. L’ho invitato quando insegnava in una facoltà cattolica teologia spirituale. Parlavamo molto. Eravamo grandi amici. Lui fece una tesi, una tesi di abilitazione, non di dottorato. La fece su un movimento sedicente evangelico, ma che in fondo non era cristiano, e dimostrò perché non era cristiano. So che con gli evangelici e non solo con le Chiese storiche, ma con i movimenti evangelici, siamo d’accordo sul fatto che ci sono alcune sette che non sono nemmeno cristiane e altre sono cachivache (paccottiglia), per usare una parola nostra. Inoltre, vorrei anche fare una precisazione riguardo a una parola equivoca, il pentecostalismo. Ci sono pentecostali che si avvicinano a questi gruppi che in fondo non sono cristiani, e ci sono pentecostali che lavorano con noi; teniamo riunioni insieme con il movimento di Rinnovamento nello Spirito, cattolico. Ossia, bisogna giudicare caso per caso e saper distinguere. Non possiamo mettere tutti sullo stesso piano. Ebbene, torno alla domanda, perché? Perché offrono questa vicinanza, poi l’annuncio della Parola. Le nostre omelie per esempio... Mi raccontava un sacerdote romano, che era andato a trovare i suoi genitori che vivono in un paesino vicino a Roma, che il padre un giorno gli ha detto: “Non sai quanto sono contento perché con i miei amici ci ritroviamo in una chiesa dove dicono messa senza l’omelia”. Cioè ci sono omelie che sono un disastro. Sì. Non so se sono la maggioranza, ma non giungono al cuore. Sono lezioni di teologia, oppure astratte oppure lunghe. Perciò nella Evangelii gaudium ho dedicato tanto spazio all’omelia. Ebbene, in generale i pastori evangelici offrono vicinanza e giungono al cuore, e preparano bene l’omelia. Credo che in ciò siamo noi a doverci convertire. Ovviamente il concetto protestante di omelia è più forte di quello cattolico. All’inizio, per Lutero l’omelia era quasi un sacramento. Per noi era una dissertazione o una catechesi, o veniva ridotta a una catechesi. Grazie a Dio noi cattolici abbiamo ormai scoperto la teologia della predicazione, dove l’omelia ha un ruolo, è come un sacramentale. C’è qualcosa che pone Dio, ed è qualcosa di molto serio. Da un lato, ci sono distanza, clericalismo, omelie noiose; dall’altro si offrono vicinanza, esortazioni a lavorare, a darsi da fare, integrazione nel lavoro, Parola di Dio ardente. E se ne vanno. È un fenomeno che non avviene nelle Chiese o nelle comunità ecclesiali più serie, evangeliche, bensì con quelli che sono un po’ deboli e che non sono cristiani. E alcuni rimangono a metà del cammino. Se ne vanno da casa e poi nemmeno tornano, questo è un problema molto latinoamericano. In Argentina lavoravamo molto insieme ai pastori. A Buenos Aires mi riunivo con un gruppo di pastori amici, pregavamo insieme e organizzavamo tre ritiri spirituali per pastori e sacerdoti insieme, di vari giorni. E veniva e predicava un sacerdote cattolico o un pastore. Una volta ha predicato il Vescovo australiano Gretsch, ora morto, e due volte padre Cantalamessa, da parte cattolica. E da parte loro, pastori altrettanto prestigiosi. Eravamo tutti lì, pastori uomini e donne, sacerdoti, a pregare insieme, a fare il nostro ritiro spirituale. Lo abbiamo fatto tre volte. Ha aiutato molto noi che, più o meno, seguivamo la linea più seria. Abbiamo anche organizzato tre incontri tra cattolici ed evangelici nel luna park, che può accogliere un po’ più di settemila persone. Incontri di un’intera giornata, in tre anni diversi. Abbiamo anche invitato alcuni pastori di fuori, alcuni sacerdoti di fuori. Anche Cantalamessa una volta ha partecipato. E questo aiutava a lavorare insieme noi che seguivamo una linea seria. Allora, come può vedere, la parola “setta” è come se si diluisse. Mi sono soffermato molto su questo punto per giustizia, per non fare un’ingiustizia. Ci sono fratelli evangelici che lavorano bene.

Questa intervista coincide con il secondo anniversario della sua elezione. Che cosa è successo quel giorno?

La cosa è stata molto semplice. Io ero venuto con una piccola valigetta perché avevo calcolato che il Papa non avrebbe mai cominciato il pontificato nella Settimana Santa. Pertanto, potevo venire tranquillamente e tornare a Buenos Aires per la Domenica delle Palme. Avevo lasciato l’omelia pronta sulla mia scrivania ed ero venuto con lo stretto necessario per quei giorni pensando che potesse essere un conclave molto breve. In ogni modo, anche se fosse stato lungo, avevo preparato tutto. Avevo il biglietto di ritorno: lo potevo cambiare o anticipare. Perlomeno questo era sicuro. Inoltre non ero in nessuna lista di papabili, grazie a Dio, e non mi passava assolutamente per la testa. In questo voglio essere sincero per evitare storie o simili. Nelle scommesse di Londra penso che stavo o al quarantaduesimo o al quarantaseiesimo posto. Un mio conoscente per simpatia ha puntato su di me e gli è andata molto bene!

Ma le devo ricordare che è stata una monaca messicana ad avere una grande intuizione. Lei, il sabato prima dell’elezione, pranzò in casa del suo amico, il cardinale Lozano Barragán, e madre Estela le ha detto: «Eminenza, se la fanno Papa, ci invita a mangiare lassù, eh!».

Madre Estela mi ha detto così. E così è iniziato il conclave. I giornalisti dicevano che al massimo io ero un kingmaker, cioè un elettore, un grande elettore, che avrebbe indicato qualcuno. E sono rimasto tranquillo. È iniziata la prima votazione martedì sera, la seconda mercoledì mattina, la terza mercoledì prima di pranzo. Il fenomeno delle votazioni è sempre interessante, non solo nel conclave. Ci sono candidati forti. Ma anche molta gente che non sa a chi dare il voto. È allora sceglie sei, sette persone che sono i “voti deposito”: io deposito il voto, poi vedo come va e decido. È come una “provvisorietà”. Questo avviene nelle votazioni di gruppi grandi. Sì, io avevo alcuni voti, ma in deposito.

È vero che nel conclave precedente aveva ottenuto una quarantina di voti? Si può dire?

No.

È quello che hanno detto.

Sì, l’hanno detto.

Sì, l’ha detto qualche cardinale.

Bene, lasciamolo a quel cardinale. Anche se potrei dirlo perché ora ho l’autorità per dirlo, ma lasciamo che lo abbia detto il cardinale. Ma nulla, in realtà, nulla fino a quel mezzogiorno. E poi è successo qualcosa, non so. A pranzo ho visto alcuni segni strani. Mi facevano domande sulla mia salute, cose del genere... E quando siamo tornati nel pomeriggio tutto era fatto. Con due votazioni è finito tutto. Ossia, anche per me è stata una sorpresa. Che cosa mi è successo? Nella prima votazione del pomeriggio, quando ho visto che la situazione era ormai irreversibile, avevo accanto — e lo voglio raccontare per una questione d’amicizia — il cardinale Hummes, che per me è un grande. Alla sua età è il delegato della Conferenza episcopale per l’Amazzonia. Lì sale in barca e va a visitare le chiese. Lo avevo accanto, e a metà della prima votazione del pomeriggio — perché ce n’è stata una seconda — quando la cosa era evidente, mi si è avvicinato e mi ha detto: «Non ti preoccupare, così opera lo Spirito Santo». Mi ha fatto sorridere. Quindi, nella seconda votazione, quando si raggiungono i due terzi, si applaude sempre. In tutti i conclavi si applaude. E poi c’è lo scrutinio. E lui lì mi ha baciato e mi ha detto: «Non ti dimenticare dei poveri». Ho cominciato a pensarci e ripensarci, ed è questo che mi ha portato poi alla scelta del nome. Mentre c’era la votazione, io recitavo il rosario; ero solito recitare i tre rosari giornalieri. Avevo molta pace, direi persino incoscienza. Lo stesso quando è successo. Per me è stato un segno che Dio lo voleva. La pace fino ad oggi non l’ho persa. È qualcosa di interiore, come un regalo. E poi quello che ho fatto non lo so. Mi hanno fermato. Mi hanno chiesto se accettavo. Ho detto di sì. Non so se mi hanno fatto giurare, non mi ricordo. Mi sentivo in pace. Mi sono cambiato l’abito. Sono uscito e ho voluto prima di tutto salutare il cardinale Dias, che era lì sulla sedia a rotelle, e poi ho salutato gli altri cardinali. Quindi ho chiesto al vicario di Roma e al cardinale Hummes, come amico, di accompagnarmi. Il che non era previsto dal protocollo!

Lì sono iniziati i suoi problemi con il protocollo, credo.

Che ne sapevo? Ho fatto così...

Questo è stato il primo di molti...

Siamo andati a pregare nella Cappella Paolina mentre il cardinale Tauran annunciava il nome. Dopo sono uscito e non sapevo che cosa avrei detto. Di tutto il resto voi siete testimoni. Ho sentito nel profondo che un ministro ha bisogno della benedizione di Dio, ma anche di quella del suo popolo. Non ho osato chiedere al popolo di benedirmi. Semplicemente ho detto: «Vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica». Mi è uscito tutto in modo spontaneo. Anche il fatto di pregare per Benedetto. Parlavo, non avevo preparato nulla, veniva da solo.

E le piace essere Papa?

Non mi dispiace!

Uno avrebbe immaginato che non le sarebbe piaciuto essere Papa.

No. Una volta accaduta la cosa, poi si fa.

Che cosa le piace e che cosa non le piace tanto di essere Papa? O le piace tutto?

Sì, l’unica cosa che mi piacerebbe è poter uscire un giorno, senza che nessuno mi riconosca, e andare in una pizzeria e mangiarmi una pizza.

Sarebbe bello.

Lo dico come esempio. A Buenos Aires giravo spesso per le strade. Andavo e venivo dalle parrocchie. È chiaro, cambiare abitudine e stare fermo... mi costa un po’, ma ci si abitua. Si trova un modo diverso di girare per le strade: il telefono...

E il fatto che non le piacesse tanto il Vaticano non è un segreto. Non le piaceva molto venire qui. E ora che sta da due anni qui dentro, le piace un po’ di più o un po’ di meno?

No. Non solo il Vaticano. Questo lo devo chiarire. Credo che la mia grande penitenza siano i viaggi. Non mi piace viaggiare. Sono molto attaccato all’habitat, è una nevrosi. Una volta ho letto un libro molto bello che si chiama Alégrese de ser neurótico (“Contenti di essere nevrotici”). Uno deve scoprire le proprie nevrosi, dar loro del mate tutti i giorni, trattarle bene, perché non gli rechino danno, no? Ebbene, una delle mie nevrosi, o del mio modo d’essere, è quella di essere attaccato all’habitat. Nessun viaggio mi piace. Venivo a Roma e l’ambiente non mi piaceva, l’ambiente dei pettegolezzi. Perciò venivo e me ne andavo subito. Benedetto XVI iniziò il Pontificato con una messa la mattina e nel pomeriggio io ero già sull’aereo di ritorno. Ora non mi dispiace. Qui c’è gente molto buona. Il fatto di vivere qui mi aiuta molto.

Le piace stare qui a Santa Marta?

Sì, semplicemente perché c’è gente. Lì, da solo, non l’avrei sopportato. Non perché fosse lussuoso, come alcuni hanno detto. L’appartamento non è lussuoso. È grande. Ma quella solitudine non l’avrei sopportata. Venire qui, mangiare nel refettorio, dove c’è tanta gente, celebrare una messa alla quale quattro giorni a settimana partecipa gente da fuori, dalle parrocchie, mi dà un po’ di benessere spirituale. Mi piace molto.

Non si sente solo?

No, no. Veramente no.

Abbiamo la sensazione che lei da un lato è come se avesse fretta nel suo modo di agire e dall’altro come se vedesse il suo pontificato a breve termine.

Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve. Quattro o cinque anni. Non so, o due o tre. Beh, due sono già passati. È come una sensazione un po’ vaga. Le dico, forse no. È come la psicologia di chi gioca e allora crede che perderà per non restare poi deluso. E se vince è contento. Non so che cos’è. Ma ho la sensazione che Dio mi ha messo qui per una cosa breve, niente di più... Ma è una sensazione. Per questo lascio sempre aperta la possibilità.

Lei ci ha anche detto che avrebbe seguito l’esempio di Papa Benedetto...

Beh, ci sono stati alcuni cardinali prima del conclave, durante le congregazioni generali, che si sono posti il problema teologico, molto interessante, molto ricco. Io credo che Papa Benedetto abbia aperto una porta. Settant’anni fa non esistevano i vescovi emeriti. Oggi ne abbiamo 1400. Si è arrivati cioè all’idea che un uomo, dopo i 75 anni, più o meno a quell’età, non può portare il peso di una Chiesa particolare. Credo che Benedetto con grande coraggio abbia aperto la porta ai Papi emeriti. Non bisogna considerare Benedetto come una eccezione. Ma come una istituzione. Forse sarà l’unico per molto tempo, forse non sarà l’unico. Ma è una porta aperta dal punto di vista istituzionale. Oggi il Papa emerito non è una realtà strana, ma si è aperta la possibilità che possa esistere.

Si potrebbe pensare, come per i vescovi, un Papa che rinunci a ottant’anni.

Anche. Si può, ma a me non piace fissare un’età. Credo che il papato ha qualcosa di ultima istanza. È una grazia speciale. Per alcuni teologi il papato è un sacramento, i tedeschi sono molto creativi in tutte queste cose. Io non sono di questo parere, ma questo vuol dire che c’è qualcosa di speciale. Allora parlare di ottant’anni crea una sensazione di fine di pontificato che non farebbe bene, qualcosa di prevedibile. Non sono dell’idea di fissare un’età ma sono dell’idea di Benedetto. L’ho visto l’altro giorno al concistoro. Era felice, contento. Rispettato da tutti. Vado a trovarlo, a volte gli parlo al telefono. Come ho detto è come avere il nonno saggio a casa. Uno può chiedere consiglio. Leale fino alla morte. Non so se ricordate, quando salutammo Benedetto il 28 febbraio nella sala Clementina, ha detto: «Tra voi c’è il mio successore, gli prometto lealtà, fedeltà e obbedienza». E lo sta facendo. È un uomo di Dio.

Una domanda molto personale: incontrare un altro Papa vestito di bianco è stato per lei così normale?

No, no. È stato il 23 marzo a Castel Gandolfo e lì ho sentito come se il mio papà mi portasse e mi insegnasse e mi facesse sedere. È stato l’ospite nel senso più umano della parola.

Per quanto riguarda la Curia abbiamo la sensazione che a lei piacerebbe cambiare molto più delle strutture: la mentalità, il cuore.

È proprio questa la parola.

E come si può ottenere?

Ogni cambiamento inizia dal cuore. Cioè dalla conversione del cuore. Ecco per esempio gli esercizi spirituali chiusi che facciamo già da due anni: andiamo lì, quelli della Curia, i prefetti e i segretari dei dicasteri, circa ottanta persone, e rimaniamo lì chiusi a pregare e ad ascoltare il predicatore. Non è una conversione del cuore? Qualcuno mi sfida per questo ma è anche una conversione del modo di vivere. Credo che questa sia l’ultima corte che rimane in Europa. Le altre corti si sono democratizzate, anche le più classiche. C’è qualcosa nella corte pontificia che mantiene molto una tradizione un po’ atavica. E non lo dico in senso peggiorativo, come una cultura. Questo bisogna cambiare: abbandonare quello che ancora ha della corte ed essere un gruppo di lavoro, al servizio della Chiesa, al servizio dei vescovi. Questo evidentemente implica una conversione personale. Qui ci sono stati problemi. Lei lo sa meglio di me. La pubblicazione dei documenti trafugati e un processo all’aiutante di camera non sono piccolezze. Si parla di problemi morali gravi, c’è una persona in carcere per ragioni economiche e d’altro lato qualche “scandaluccio” morale. Lo sappiamo, è pubblico. Bisogna risanare un po’ questa situazione. C’è bisogno di conversione, cominciando dal Papa ovviamente, che è il primo a doversi convertire. Cambiare di continuo come Dio gli va chiedendo. Io cerco di farlo ma non sempre mi riesce.

L’accentuazione dei simboli che lei ha voluto: l’abitazione, il vestire, la macchina. Questa accentuazione è come ricordare ogni giorno a tutti che qui si può vivere in modo diverso.

Sì, per esempio quando dopo l’elezione sono sceso c’era un ascensore con vari cardinali: «Lei deve andare da solo in quell’ascensore». «No io vado con loro». E quando sono sceso c’era una macchina che mi aspettava, e io ho detto: «No, vado nel pulmino con loro». Mi viene così, non è che io pretenda. Cerco di essere come piace a me, e a volte esagero con qualcosa che può offendere qualcuno. Devo stare attento, ma ci sono i simboli, il modo di essere. C’è la Mercedes, io non posso andare in Mercedes o in Bmw. C’è questa Focus, o non so come si chiama, è quella che uso, è più o meno un’utilitaria alla portata di un impiegato di banca, no? La semplicità: in questo credo che vi sia verità.

Il discorso alla Curia prima di Natale: è così malata la Curia?

Questo va spiegato. Ho parlato di quindici malattie, poi nell’ultimo concistoro un cardinale ha aggiunto una sedicesima che ho trovato molto simpatica. Mi è piaciuta.

Quale?

Quella di chi non ha il coraggio di criticare apertamente. Se uno non è d’accordo con il Papa deve andare a dirglielo. È bello, no? Non c’è questo coraggio. Il quadro del mio discorso — eravamo alla fine dell’anno — era di fare un esame di coscienza. E secondo me le tentazioni o le malattie — le ho usate come sinonimi — più tipiche della Curia sono queste due. Ho pensato per esempio a una a cui nessuno ha fatto caso e per me è la principale: dimenticare il primo amore. Quando cioè uno si trasforma in un buon impiegato e dimentica di avere una missione di identità con Gesù Cristo, che è il primo amore. Ho ripassato le tentazioni che io ho avuto, da arcivescovo perché si verificano in ambienti ecclesiastici, o che ho visto in altri. E le ho chiamate tentazioni o malattie. Alla fine si è avvicinato un cardinale scherzoso, un po’ più giovane di me, non molto, e mi ha detto: «Mi dica Santità cosa devo fare? Andare a confessarmi o in farmacia?». È un esame di coscienza e ho voluto comunicarlo in questo modo. Forse non è piaciuto. Lo stile non era molto adatto a un messaggio di fine d’anno ma, al contrario, alla fine dell’anno bisogna fare un esame di coscienza. E l’ho detto chiaramente due volte perché ci si confessi. Perché io voglio che qui tutti si confessino. E lo facciamo, no? Credo che in questo siano fedeli. Ma confessioni reali, concrete, no? Chiediamo perdono a Gesù per quelle cose che facciamo male o perché offendiamo qualcuno o siamo ingiusti. È stato un esame di coscienza e ho usato come sinonimi: tentazione e malattia. Ma non è che la Curia stia cadendo a pezzi per tutte queste complicazioni o malattie.

C’è resistenza in Curia?

Le cose devono uscire, no? Ci sono sempre punti di vista diversi, sono legittimi. Voglio che vengano fuori e si dicano: la sedicesima malattia, cioè che si dicano in faccia, che ci sia il coraggio di non tacere. E mai, mai, mai, lo dico davanti a Dio, da quando sono vescovo ho castigato qualcuno per avermi detto le cose in faccia. Questi sono i collaboratori che voglio.

E li ha?

Ci sono qui li ho già incontrati.

Pochi, molti?

Abbastanza. Abbastanza direi. Ce ne sono. E ce ne sono altri che non hanno il coraggio, che hanno paura. Ma bisogna dar tempo al tempo. Io scommetto sulla parte buona della gente. Tutti hanno molto più di buono che di cattivo.

Lei parla costantemente contro il dio denaro e dicono che Papa Francesco è di sinistra, ma lei ha chiarito che segue il Vangelo: solo i poveri sono i buoni e i ricchi sono i cattivi?

Io vengo da una famiglia che dopo il crollo del 1932 si è ripresa e, di classe media, si è sistemata. Cioè non ho alcun risentimento. Io il 1932 non l’ho vissuto però bisognerebbe spiegare molte cose. Innanzitutto che dobbiamo abituarci a non utilizzare interpretazioni fuori moda. Oggi sinistra e destra è una semplificazione che non ha senso. Mezzo secolo fa aveva senso, oggi no. Marxista, cosa significa marxista oggi? Il marxismo ha una così ricca varietà di espressioni... Il problema dell’interpretazione di un personaggio pubblico per me è molto importante. Bisogna sempre interpretare un fatto storico, piccolo o grande, con l’ermeneutica del momento, altrimenti cadiamo in semplificazioni o in errori. Ho conosciuto persone ricche e qui sto portando avanti la causa di beatificazione di un ricco imprenditore argentino, Enrique Shaw, che era ricco ma era santo. Cioè una persona può avere denaro, Dio glielo dà perché lo amministri bene. E quest’uomo lo amministrava bene, non con paternalismo ma facendo crescere quanti avevano bisogno del suo aiuto. Quello che io attacco sempre è la sicurezza nella ricchezza: non mettere la tua sicurezza lì. Nel Vangelo Gesù su questo è radicale: la parabola di chi aveva dei granai, pensa di costruirne altri e all’indomani muore. È chiarissimo. Non riporre la tua speranza lì. L’ingiustizia delle ricchezze. Per esempio quando non si paga il giusto salario è un peccato mortale. Questo significa approfittarsi della povertà di un altro. O quando si paga la domestica di casa in nero, tanto è una serva. Perché? Non perché la padrona o il padrone siano ricchi, ma per questo atteggiamento. Il denaro è sempre traditore. Il diavolo entra dal portafoglio, sempre. Sant’Ignazio diceva che c’erano tre scalette, tre gradini. Il primo è la ricchezza: il diavolo ti mette i soldi nel portafoglio. Il secondo è la vanità e il terzo è l’orgoglio e la superbia. E da lì tutti gli altri peccati. Quando arrivi a quel livello di orgoglio sei capace di qualsiasi cosa. Lo abbiamo visto nei dittatori, nei tiranni, quelli che si approfittano degli altri, gli sfruttatori. Oggi la tratta delle persone è organizzata da gente con molti soldi: sono questi che io attacco. Il denaro che schiavizza o non lascia crescere o serve per ingrassare se stessi come dice il Vangelo di ieri (Luca, 16, 19-31). Il denaro di chi vive ignorando che c’è povertà. Una cosa che mi scandalizzava, a Buenos Aires, è la nuova zona di Puerto Madero: è bella, bestiame accanto al fiume, edifici enormi, trentasei ristoranti cari da morire, perché fanno pagare... e poi la villa miseria. E questo è lo sperpero del denaro. Questo dal punto di vista sociale e la mia denuncia, dal punto di vista sociale, è diretta a questa realtà. Ma quello che mi indigna di più è il salario ingiusto perché uno si arricchisce a scapito della dignità, che viene negata alla persona. Il salario è quello che dà dignità al lavoro e tu usi il lavoro e lo rendi indegno perché non paghi il giusto, o non paghi la pensione. E con tranquillità di coscienza io direi che non pagare il giusto, non pagare la pensione, non pagare gli straordinari è peccato. È peccato! Che lo faccia un ricco, uno della classe media, o che lo faccia un povero è peccato. Questa cosa la dobbiamo dire. Il diavolo come ho detto si mette nella nostra vita, si mischia nella nostra vita mettendoci i soldi nel portafoglio. Non lo dico solo io. Io lo ripeto, però i padri della Chiesa definivano il denaro sterco del diavolo. Perché? Perché vedevano qualcosa di viziato che sporcava, che ti portava sulla cattiva strada. È il primo passo, come diceva sant’Ignazio, per la supponenza, per la vanità e per l’orgoglio. Bene, questa è come una visione sociologica. Ma uno è comunista se la pensa in questo modo? No. Passo al secondo punto. I poveri sono al centro del Vangelo. Quando Gesù si presenta fa sue le parole di Isaia: sono stato inviato per evangelizzare i poveri. I poveri hanno una ricchezza che manca alle persone con molta sicurezza. E io mi includo tra i “ricchi” perché non mi manca nulla. E devo stare attento a non approfittare di questo per non peccare. Una ricchezza che non abbiamo. La persona povera e onesta ha una sapienza: la dignità del lavoro, la cura dei figli, la cura della prole, creía come diciamo in Argentina, è qualcosa di tanto bello, tanto bello. Come una dignità. E Paolo VI, nell’Evangeli nuntiandi, non ricordo se al numero 46 o 48, dice che i poveri sono più capaci di comprendere certe virtù cristiane. Sono più preparati. Sono molto più preparati. E la povertà è al centro del Vangelo. La bandiera della povertà è evangelica. L’hanno rubata i marxisti perché noi non la usavamo. La tenevamo nel museo. Sono venuti, l’hanno rubata e l’hanno usata. Ma andiamo alla fine dell’Ottocento con la crisi italiana. Nel nord d’Italia ci fu una quantità di santi che lavoravano con i poveri, a cominciare da don Bosco. Ossia che cercavano modi di promozione sociale, che è il terzo punto. Non è solo una questione di denaro. È promuovere. Da qui l’importanza dell’educazione. E delle opportunità di lavoro. Che a qualcuno questo possa apparire esagerato dipende forse dai miei peccati, dal fatto che io usi parole forti e non sia abbastanza buono e pastore da raggiungere il cuore di questa gente. Però sono figli di Dio. Semplicemente dovrei chiedergli di convertirsi, però chiederglielo con cuore di padre e non colpendoli. È vero.

Circa il sinodo si sono create molte aspettative tra le coppie che soffrono, tra i divorziati risposati, tra gli omosessuali. Crede che siano eccessive?

Credo che ci sono aspettative smisurate. Il sinodo sulla famiglia non l’ho voluto io. Lo ha voluto il Signore. Ed è stata una cosa sua. Quando monsignor Eterović, che era il segretario, mi ha portato i tre temi più votati mi ha detto che tra questi quello più votato era il contributo di Gesù Cristo all’uomo di oggi. Va bene, facciamolo. Questo era il titolo del sinodo. Abbiamo continuato parlando dell’organizzazione e io gli dissi: «Facciamo una cosa, mettiamo il contributo di Gesù Cristo all’uomo e alla famiglia di oggi». E così siamo rimasti, con la famiglia un po’ in secondo piano. Quando siamo andati alla prima riunione del consiglio post sinodale si è cominciato a parlare con quel titolo e dopo del contributo di Gesù Cristo alla famiglia, e l’uomo di oggi è rimasto un pochino fuori. E alla fine è stato detto: «No, perché questo sinodo sulla famiglia...» ed è stata la stessa dinamica a cambiare il titolo. Io zitto. Alla fine mi sono reso conto che è stato il Signore che ha voluto questo. E lo ha voluto con forza. Perché la famiglia è in crisi. Forse non le crisi più tradizionali, delle infedeltà o come si chiama in Messico la “casa piccola” e la “casa grande”. No, no. Ma una crisi più profonda. Si vede che i giovani non vogliono sposarsi o convivono. Non lo fanno per protesta, ma perché oggi sono così. Dopo, alla lunga, alcuni si sposano anche in Chiesa. Vale a dire che c’è una crisi familiare all’interno della famiglia. E da questo punto di vista credo che il Signore voglia che noi affrontiamo questo: preparazione al matrimonio, accompagnamento di coloro che convivono, accompagnamento di coloro che si sposano e conducono bene la loro famiglia, accompagnamento di quelli che hanno avuto un insuccesso nella famiglia e hanno una nuova unione, preparazione al sacramento del matrimonio, non tutti sono preparati. E quanti matrimoni che sono fatti sociali sono nulli! Per mancanza di fede.

Già Benedetto ha sottolineato che la mancanza di fede e di coscienza riguardo a ciò che si fa sono problemi gravi.

La famiglia è in crisi. Come integrare nella vita della Chiesa le famiglie replay? Cioè quelle di seconda unione che a volte risultano fenomenali.... mentre le prime un insuccesso. Come reintegrarle? Che vadano in chiesa. Allora semplificano e dicono: «Ah, daranno la comunione ai divorziati». Con questo non si risolve nulla. Quello che la Chiesa vuole è che tu ti integri nella vita della Chiesa. Però ci sono alcuni che dicono: «No, io voglio fare la comunione e basta». Una coccarda, una onorificenza. No. Ti devi reintegrare. Ci sono sette cose che, secondo il diritto attuale, le persone in seconde unioni non possono fare. Non me le ricordo tutte, però una è essere padrino di battesimo. Perché? E che testimonianza potrà dare al figlioccio? Quella di dire: «Guarda caro, nella mia vita mi sono sbagliato. Ora sono in questa situazione. Sono cattolico. I principi sono questi. Io faccio questo e ti accompagno». Una vera testimonianza. Ma se viene un mafioso, un delinquente, uno che ha ammazzato delle persone, ma è sposato per la Chiesa può fare il padrino. Sono contraddizioni. C’è bisogno di integrare. Se credono, anche se vivono in una situazione definita irregolare e la riconoscono e l’accettano e sanno quello che la Chiesa pensa di questa condizione, non è un impedimento. Quando parliamo di integrare intendiamo tutto questo. E dopo di accompagnare i processi interiori. Lei mi ha chiesto della libertà. Un Sinodo senza libertà non è un Sinodo. È una conferenza. Invece il Sinodo è uno spazio protetto nel quale possa operare lo Spirito Santo. E per questo le persone devono essere libere. Per questo mi oppongo a che siano pubblicate le cose che ognuno dice con nome e cognome. No, non si sappia chi lo ha detto. Non ho problemi che si sappia quello che si è detto, ma non chi lo ha detto, in maniera che si senta libero di dire ciò che vuole. Inoltre, abbiamo un problema molto serio che è quello della colonizzazione ideologica sulla famiglia. Per questo ne ho parlato nelle Filippine perché è un problema molto serio. Gli africani si lamentano molto di questo. E anche in America latina. E a me è successo una volta. Sono stato testimone di un caso di questo tipo con una ministro dell’educazione riguardo l’insegnamento della teoria del “gender” che è una cosa che sta atomizzando la famiglia. Questa colonizzazione ideologica distrugge la famiglia. Per questo credo che dal sinodo usciranno cose molto chiare, molto rapide, che aiuteranno in questa crisi familiare che è totale.

Un altro tema importante di questi anni è stato quello degli abusi contro i minori. In Messico ha avuto ampia risonanza il caso di Marcial Macielà.

Non ho avuto mai contatti con i Legionari di Cristo perché non stavano a Buenos Aires. La prima parrocchia gli è stata data dal mio predecessore, la parrocchia Santa Maria di Betania, quando la lasciarono i religiosi della congregazione dei Sacri Cuori (Picpus). Erano tre. Tre religiosi a Buenos Aires che non ho conosciuto. Ho sentito parlare di loro. Quando è stato fatto non il corso, perché non c’era il corso per i nuovi vescovi, ma l’incontro dei movimenti laicali mi ospitarono, cioè il corso si è svolto in un loro edificio. In una università. Questo è l’altro contatto che ho avuto. Quindi non li ho conosciuti. Quando ho saputo del grande scandalo davvero sono rimasto molto addolorato e scandalizzato. Come quella persona è potuta arrivare a tanto? Evidentemente era una persona molto malata perché oltre tutti gli abusi credo che ci fossero due o tre donne, figli con una o l’altra — non lo so — e anche molti soldi. A questo riguardo la corruzione comincia dal denaro. Ma credo che fosse un malato, un gran malato. Qui quando si è presa coscienza della cosa si è cominciato ad agire in maniera forte. Allora il cardinale Ratzinger portò la cosa avanti. E continuò, continuò, continuò. E il Papa san Giovanni Paolo II lo autorizzò a continuare, lui l’ha autorizzato. E quando lo hanno eletto eletto Papa ha agito perché il processo era maturo. Voglio chiarire bene che l’allora cardinale Ratzinger e san Giovanni Paolo II erano coscienti e hanno detto: avanti. Uno con le indagini. E l’altro con l’autorizzazione. Secondo: ci sono state coperture? Si può presumere di sì. Anche se nel diritto esiste la presunzione di innocenza. Sarebbe strano che non ci sia stato nessun padrinito, mezzo ingannato che sospettava e non sapeva. Beh questo non l’ho indagato. Abusi: evidentemente dopo i primi interventi a tolleranza zero si continua così. Questa commissione non è per gli abusi, ma per la tutela dei minori. Cioè per prevenire. Il problema degli abusi sui minori è un problema grave, la maggioranza degli abusi accade nel contesto familiare e nel vicinato. Non voglio parlare di numeri per non sbagliarmi. Un solo prete che abusi di un minore è sufficiente a far muovere tutta la struttura della Chiesa per affrontare il problema. Perché? Perché il prete ha l’obbligo di far crescere questo bambino o questa bambina nella santità, nell’incontro con Gesù. E quello che fa è distruggere l’incontro con Gesù. Bisogna ascoltare gli abusati. Io li ho ascoltati qua. Ho passato una mattinata intera con sei di loro: due tedeschi, due irlandesi e due inglesi. Una distruzione interiore che soffrono. Coloro che abusano sono cannibali, è come se mangiassero i bambini, li distruggono. Quindi anche il caso di un solo prete è sufficiente per farci vergognare e per fare quello che bisogna fare. In questo bisogna andare avanti e non fare un solo passo indietro. Distruggere una creatura è una cosa orribile e in questo ringrazio tanto Papa Benedetto che ha avuto il coraggio di dirlo in pubblico e Giovanni Paolo II che ha avuto il coraggio di dare il via libera al caso dei Legionari.

Come le piacerebbe essere ricordato per questi due anni di pontificato, per quando ha inciso nella Chiesa o per il suo linguaggio così spontaneo e poco convenzionale?

Continuerò a fare lo stesso. E parlerò come parlo io, come un parroco, perché mi piace parlare così. Ho sempre parlato così, sempre. Non so se sia un difetto però credo che la gente mi capisca. Io ringrazio la sua bontà e tramite lei ringrazio il popolo messicano al quale voglio molto bene.

Vorrei che lei desse una benedizione al Messico.

Lo farò.

È stato in Messico?

Ci sono stato due volte in Messico. Nel 1970 sono stato nel vecchio santuario, quando venni a visitare la casa di formazione dopo che ero stato nominato maestro dei novizi. La seconda volta quando Giovanni Paolo II promulgò l’Ecclesia in America. E là ho visto il nuovo santuario. Ma il cinema messicano in Argentina lo vedevamo molto, mi ricordo di Cantinflas... La musica mi piace molto. Per questo sono molto contento di benedire tutti e chiedo di pregare per me. Ma prima di dare la benedizione preghiamo la Madre che è quella che ci dà la forza per benedire. E diciamo un’Ave Maria. Nostra Signora di Guadalupe, madre del Messico e madre dell’America, prega per noi.

di Valentina Alazraki

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