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Droni umani

Il cammino non è stato né facile né breve, ma finalmente sono arrivati i “droni umanitari”, cioè i droni che, invece di essere usati per le uccisioni mirate, per la localizzazione del nemico o dei filoni auriferi, portano negli irraggiungibili villaggi dei Paesi in via di sviluppo cibo e medicine. La vita, insomma. Infatti la mortalità, specie quella dei bambini, grazie a loro, sta diminuendo.

Ma che direbbe chi venisse a sapere che, come spesso accade, era arrivato prima un “drone” in carne e ossa? Per esempio un missionario, una missionaria o un volontario? A Dubbo, un grosso villaggio del Wolaita (Sud Etiopia), la gente ha saputo che si stava costruendo un ospedale il mattino stesso in cui la ruspa arrivò nel terreno della missione. I droni erano in mente Dei, ma la gente da anni andava alla piccola clinica a fianco della missione a prendere le pillole contro la malaria, e quando si seppe che era in progetto la costruzione della maternità, le ragazze facevano la fila per veder crescere la clinica che avrebbe salvato la loro vita e quella dei figli. I missionari raccontano che gli uomini si organizzarono per costruire i ponti sui torrenti per agevolare eventuali ricoveri.

A Fianarantsoa, in Madagascar, il giorno dopo che il missionario aveva annunciato la costruzione di un dispensario, ne parlarono tutti i giornali. A Barra do Rio São Francisco, allorché frei Benjamin lanciò la campagna per aprire dieci ambulatori per i lebbrosi nel sertão brasiliano, si fece festa come se la lebbra fosse già scomparsa. E i droni? Volteggiavano sui cieli carichi... di speranza: un ospedale, una clinica, un ambulatorio nei luoghi in cui la medicina era (ed è) solo nelle mani degli stregoni aiutava (e aiuta) la gente a guarire ancor prima che vengano aperti. Immaginarsi dopo. A Dubbo le morti di parto sono calate del 70 per cento; a Fianarantsoa è vaccinato il 50 per cento dei bambini; a Barra la lebbra è scomparsa.

Miracoli della medicina, ma anche dei missionari che, memori dell’evangelico “Andate in tutto il mondo, guarite gli infermi, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni, annunciate che il Regno di Dio è vicino”, accanto alla chiesa hanno sempre e tutti aperto una scuola, innalzato una chiesa, costruito un dispensario, scavato un pozzo che disseta i villaggi con acqua di sorgente. E acqua pulita vuol dire salute. Quando non hanno potuto costruire la chiesa hanno celebrato (e celebrano) l’Eucarestia su un altare da campo.

Chiesa da campo e ospedale da campo, dunque. Ospedale che può essere anche un semplice dispensario per le cure più ordinarie e indispensabili, come la malaria, il morso dei serpenti, la verminosi, le pulci penetranti, perché per i casi gravi c’è sempre un missionario disponibile a trasportare l’ammalato all’ospedale più vicino. La prima volta che andai in Tanzania partecipai all’incontro del missionario con gli abitanti di un villaggio in gronda alla piana dei Masai. Dopo la presentazione “dell’uomo di Dio” da parte del catechista, si alzò il capovillaggio che, rivolgendosi senza tante premesse al missionario, disse: “Baba, maji na dawua, Padre, portaci acqua e medicina, poi ti ascolteremo”. La parola dawa risuonò tre volte perché la gente non aveva nulla per battersi contro l’enciclopedia dei mali. Il missionario annuì e spiegò loro che lo avrebbe fatto “non perché dovrete abbracciare la religione che io vi proporrò, ma solo perché ne avete diritto come coloro che queste cose le usano da sempre”.

Come ne avevano diritto gli indios dell’Amazzonia brasiliana, per i quali i missionari cappuccini umbri hanno costruito un ospedale a S. Paulo de Olivença, e hanno adattato una barca a ospedale viaggiante che visita periodicamente i villaggi allineati sulla riva del Solimões, “curando i malati e annunciando il Regno di Dio”. Nel Camerum, dov’era difficile far entrare la medicina occidentale, il missionario ha organizzato un incontro tra gli esperti della medicina locale e i medici europei per scegliere il buono dell’una e dell’altra, arrivando a soluzioni che hanno debellato malattie endemiche. Nessuno eguaglierà i missionari in questo lavoro, decisi a restare accanto alle malesorti altrui per sanarle con piccoli progetti. Nessuno di loro fissa scadenze; sono lì a tempo pieno, e rimarranno dove sono per dare a ciascuno un’occasione di crescita grazie alla clinica e alla scuola, sostenuti non dai governi, ma solo dalle lunghe retrovie degli amici della loro terra.

Una volta cresciuti, gli indigeni passeranno all’altra clinica, quella dello spirito, dove li attende il pastore che non si è stancato di aspettarli.

di Egidio Picucci

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06 dicembre 2019

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