Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Drammi umani tra cannoli e arancini

· La serie tv "Il commissario Montalbano" ·

Tutt’intorno trionfa la bellezza: l’azzurro luccica oltre le finestre, l’aria tiepida accarezza le tende, si sdraia sulle piazze e le terrazze, coccola le bianche lenzuola. Le campagne dorate abbracciano il barocco aggrappato ai declivi, incorniciandolo magicamente. Il paesaggio de Il commissario Montalbano è un sensuale e riposante guardare, una remota e smarrita armonia tra natura e lavoro dell’uomo. Ma in quella pace di smeraldo marino e di pietra color avorio, striscia e si impenna l’altrettanto antica fallacità degli individui, quella nostra fragilità cronica che può condurre al male, che può scatenare il dolore e può raggiungere l’orrore. 

Una scena dell’episodio «Come voleva la prassi»

Come accade nell’episodio più recente della serie, Come voleva la prassi, andato in onda su Rai Uno il 6 marzo, che racconta la feroce e bestiale uccisione di una ragazza ucraina per mano di gente facoltosa, per un gioco sadico, per una gratuita ostentazione di potere. Nel giardino incantato, insomma, germogliano erbacce più o meno velenose, i mille mali di cui ci ammaliamo quando scendiamo ai piani bassi delle nostre capacità; quando le nostre potenzialità attraversano il segno meno e si dirigono verso l’abisso. 

Per i vicoli e le masserie dell’immaginaria Vigàta, tra le morbide onde del suo litorale e le stradine bianche pestate dall’immortale Fiat Tipo del poliziotto creato dalla grande penna di Andrea Camilleri, si aggirano il vizio, la sopraffazione, la meschinità e l’egoismo, oppure buoni sentimenti degenerati, inquinati da altri negativi, abbandonati alla pazzia. Come si fa, viene da chiedersi, godendosi beati il meraviglioso paesaggio di questa serie insieme popolare e d’autore, a smarrirsi in tanta sciocchezza? In questa sotterranea e continua domanda, forse, in questo perpetuo scontro tra splendore e degrado, tra grandezza e miseria, riposa il segreto di Montalbano, familiare, misurato e affascinante commissario siciliano, silenzioso e solitario osservatore dei due giganti in combattimento, minuto e instancabile arbitro di questa infinita lotta. Fosse per lui se ne starebbe di continuo a contemplare la grazia che ha di fronte, il grande dono ricevuto. Vivrebbe col suo mare sempre addosso, amandolo con lunghe e lente bracciate solitarie, ascoltandolo ammirato dalla sua terrazza, di giorno e di notte, tenendoselo accanto anche seduto al tavolino intimo di un piccolo ristorantino all’aperto, dolcemente perduto in un pescato locale profumatissimo. Lo assaggia ad occhi chiusi, Salvo Montalbano, quasi esultando quando il sapore deflagra, prima che una telefonata lo strappi dal suo desiderio e lo conduca a quel destino che egli accetta impassibile, con dedizione e passione, senza mai compiacimento, con intelligente umanità. «Montalbano, sono», e subito inizia ad osservare i dettagli nascosti, a chiedersi e a chiedere, a scrutare l’anima dei personaggi che interroga.
Le sue intuizioni e i suoi dubbi ci conquistano, mentre sorridiamo con lui davanti a certa fauna da commedia che partecipa alla ricostruzione dell’evento tragico. Ci sono colpevoli vittime e colpevoli carnefici, nelle vicende umane incontrate dal personaggio da sempre incarnato da Luca Zingaretti. Per i primi egli nutre una certa, silenziosa pietà, ne comprende il percorso tragico e il dolore. Non lo dice tanto a parole, quanto con gli occhi che posa ancora sul mare, oppure sui colleghi Giuseppe Fazio (Peppino Mazzotta) e Mimì Augello (Cesare Bocci), così diversi tra loro, entrambi sempre pronti, entrambi bravi poliziotti. I gialli di Montalbano, diretti dall’inizio ad oggi sempre da Alberto Sironi, catturano con la loro valida scrittura mentre si fanno contenitori di drammi umani universali, sapientemente diluiti nell’abbondante ironia, nello sgretolarsi dei cannoli, nel croccante rosseggiare delle arancine, nell’uso delicato del dialetto siciliano, nel penetrare del sole tra le incannucciate e i pergolati.

di Edoardo Zaccagnini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

23 agosto 2019

NOTIZIE CORRELATE