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Dovere
di testimonianza

· ​Il Bambino Gesù nel romanzo di Daniele Mencarelli ·

È anacronistico oggigiorno imbattersi in una letteratura che parli di “salvezza”, che ne testimoni la necessità interiore, la consapevolezza, o tanto più la gratitudine per il dono ricevuto, sempre inaspettato, sempre “immeritato”. Eppure, Daniele Mencarelli, poeta romano classe 1974, cimentandosi per la prima volta con il genere romanzo, punta dritto al cuore della questione: «A me l’ospedale ha restituito la vita, come a tanti bambini salvati quotidianamente: abbiamo questo sangue in comune». 

La casa degli sguardi (Milano, Mondadori, 2018, pagine 228, euro 19) ripercorre la storia autobiografica di Daniele, ragazzo inquieto, fragile e perduto, risucchiato dal gorgo della droga e dell’alcol, fino al giorno in cui un amico poeta (Davide Rondoni), gli trova un lavoro presso una società di servizi all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Se al 2010 risale la raccolta poetica Bambino Gesù (Nottetempo), il romanzo ritorna su questa esperienza «per dovere di testimonianza. Mi riferisco — scrive Mencarelli — a quei figli, e ai loro genitori, toccati dalla prova della malattia, e della morte. Mi vengono ancora a cercare, e in me non si placa il desiderio di raccontarli».
3 marzo 1999: questa data segna l’inizio di un processo di rinascita prima di allora impensabile, di lì in poi, invece, inesorabile. «Il primo giorno di lavoro al Bambino Gesù che racconto nel libro è identico, al millimetro, a quello vissuto realmente, quasi diciotto anni fa. Nella mia mente quel giorno, con gli anni, è andato riassumendosi in un solo sostantivo. Battesimo».
Diretto nello spogliatoio per infilarsi la sua nuova divisa, Daniele viene attratto da una casetta verde, dagli interni in velluto rosso, dove di primo acchito vede una bambina che gli sembra stia dormendo, con il vestito della prima comunione addosso. Ma basta un attimo perché realizzi che la bambina è morta e riposa in una piccola bara bianca. «Quella mattina la vita mi ha battezzato, al dolore, alla morte; quella mattina sono nato dentro il mio sguardo, che mai aveva contenuto una sciagura simile. La vita di ogni essere umano è costellata di nascite, quindi di morti. Davanti a quella bambina ho finito la vita per come l’avevo intesa sino a quel momento, e ne ho cominciata un’altra». Il vuoto a cui la vita di Daniele sembrava essersi condannata, si riempie ora di significato, di realtà, di una dura verità finalmente guardata, riconosciuta senza paura, e da qui narrata.
Alla drammatica domanda sul senso della sofferenza dei bambini, Mencarelli non propone una risposta intellettuale: racconta episodi, storie, volti, sentimenti. Narra l’autenticità radicale degli sguardi dei più piccoli, come pure la solidarietà e la semplicità del rapporto con i suoi colleghi operai. «Da una parte a farmi rinascere era la voglia di abbracciare, proteggere, tutti quei bambini malati, dall’altra la leggerezza, la giocosità dei miei compagni di lavoro. Questi due strumenti, con il tempo, si sono confusi, sino a diventare uno solo. Una specie di bisturi che mi permetteva di entrare dentro tutte le vite che mi sfilavano a fianco. In quell’anno ho sentito storie incredibili, d’amore oltre ogni prova possibile, di dolore inferto da un destino quasi matematico. Come la storia di un operaio, si chiamava Alessandro: una sera aprì di fronte a me la sportina con la cena, c’era solo pasta in bianco, io gli risposi che la pasta in bianco è buonissima, con olio e parmigiano, lui mi rispose che la sua era solo pasta bianca con nient’altro, pasta scolata e sale. Non aveva nemmeno i soldi per l’olio e il formaggio».
Quella di Mencarelli è una letteratura senza infigimenti, una scrittura che paga il prezzo dell’autenticità, che ha il coraggio di scendere all’inferno, a fissare le fiamme, con la consapevolezza, non più fuggita, che anche queste fanno parte della nostra vita. «Oggi si è letterati tanto più si riesce a sfigurare la realtà, a nasconderla, come se la rilettura che noi possiamo fare di essa sia, anche solo lontanamente, paragonabile alla sua capacità di stupirci e interrogarci. Ma dobbiamo innanzi tutto riconoscerle il suo valore, la sua natura profonda. La realtà è uno splendido contenitore di significati, non si esaurisce certo entro se stessa. La vera letteratura non ha paura di interrogarsi, per farlo deve essere disposta a tutto, gli scrittori sono minatori, cercatori di diamanti al centro della terra. Se hai paura del fuoco, quello che divora vite e identità, non puoi pensare di scrivere veramente». Lo sguardo di Mencarelli non è dunque rivolto all’interno di se stesso e la sua scrittura rifugge inorridita le seducenti tracimazioni dell’ego.
In questo suo porgere occhi e orecchi alla realtà esterna non può non interpellare l’Assoluto, alterità per eccellenza. Dio è il referente implicito della pressante domanda di senso che impronta tutto il romanzo: impossibile non fare i conti con lui in un luogo come il Bambino Gesù. «L’ateismo si addice perfettamente a intellettuali dietro una scrivania, ma provate a chiedere in un ospedale, o a chi si ritrova carponi dentro una trincea. Ho conosciuto uomini con un carico di odio verso Dio da incendiare l’universo, negli occhi di mio zio, toccato dal cancro, vidi e sentii parole di fuoco verso di Lui. Io ero solo un bambino. Poi ho visto persone qualunque viverlo dentro un gesto, inconsapevoli agenti di Dio. Dentro il Bambino Gesù, Dio è sempre un interlocutore, nel bene e nel male, una presenza-assenza continua, dialogante. Dentro il Bambino Gesù chi è senza Dio deve augurarsi il contrario della speranza: ovvero la morte senza ritorno. Riesci ad augurarla a un bambino?».
La scrittura di Mencarelli pone la domanda, si muove in cerca significato, chiede aiuto. «La scrittura è una richiesta d’ascolto. Per me è una specie di comandamento: scrivo per testimoniare il mio passaggio su questo mondo, con l’ammasso sterminato di interrogativi e sentimenti che ci stanno dentro. Poi testimoniare le esperienze di chi ci viaggia vicino, generazioni di padri, fratelli e figli. La parola ha una potenza misteriosa, è povera e assoluta, sa farsi carico dell’umanità, e sa restituirla, mantenendo la tensione di chi l’ha fatta nascere nei secoli dei secoli. Ma la scrittura è anche ossessione, penetra nello sguardo, chiede costantemente, è gelosa. Ma il vero strazio è quando tace».
Eppure la scrittura di questo giovane poeta-narratore non riesce a tacere e affonda le sue radici addirittura nell’adolescenza. «A quattordici anni vedevo la scrittura come una cosa lontana, in nessun modo collegata alla mia fame di vita, a tutta l’irrequietezza che avevo. Devo ringraziare la mia professoressa di italiano, in terza media, ebbe un’intuizione geniale con una mia compagna di classe. La scoprì con un libro sotto il banco, presa dalla lettura e distratta dalla lezione: invece di sgridarla le chiese di leggere a voce alta. Il libretto era la biografia di un cantante americano e la mia compagna di classe iniziò a leggere, con tono retorico oltre ogni decenza. La mia professoressa, ecco l’intuizione geniale, la fermò, poi di corsa uscì dalla classe. Era andata nella biblioteca della scuola, quando tornò tra le mani aveva un libro, era Se questo è un uomo, di Primo Levi. Dopo averlo sfogliato, chiese alla ragazzina di leggere un passaggio: era quello del commiato dei destinati ai forni, uomini sicuri della morte che lasciavano come unica testimonianza del loro transito terrestre un cucchiaio di legno, pulito con le labbra. In quell’istante mi si è rivelata la scrittura, la sua capacità di farsi carico dei nostri destini, la sua forza tellurica e sacra».

di Elena Buia Rutt

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24 marzo 2019

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