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Dovere di proteggere

· ​L'Europa di fronte alla crisi dei migranti ·

Le centinaia di uomini, donne e bambini mancanti all’appello dopo i disastrosi naufragi delle ultime settimane nel mare di Creta e le 2918 vite, secondo il calcolo del Missing Migrant Project, perdute nel Mediterraneo nei primi cinque mesi del 2016 impongono oggi più che mai una riflessione libera e moralmente impegnata. Le misure attuate finora, con generosità e slancio da parte di alcuni, molto meno da altri, hanno dimostrato di essere solo parzialmente efficaci da un lato, controproducenti dall’altro. Sui temi dell’accoglienza si è evidenziata una spaccatura profonda non solo a livello nazionale in molti Paesi europei, ma anche nella stessa governance europea. In un’Unione che non è certo un mostro come molti dei nuovi populismi la dipingono, ma certamente un’istituzione in crisi profonda per tanti motivi, più o meno percepiti correttamente dall’opinione pubblica, l’immigrazione rappresenta il punto di faglia più clamoroso e più doloroso per chi nell’Europa ha creduto e fortemente vuol credere ancora.

Vediamo che proprio i Paesi che più recentemente sono entrati nell’Unione, e che più hanno tratto beneficio dai trasferimenti finanziari dei vecchi membri, ora respingono i ricollocamenti di migranti ed erigono barriere giuridiche e anche fisiche che sono la negazione assoluta dello spirito che determinò l’avvio dei processi di integrazione. Sono questi sviluppi estremamente negativi, suscettibili di produrre conseguenze di lungo termine, e che, determinati dalla ricerca di consenso politico interno da parte di cittadini spaventati e disorientati da fenomeni migratori diversi da quelli che abbiamo conosciuto finora, non possono non ripercuotersi sul funzionamento stesso delle istituzioni europee e sulla reciproca fiducia tra i capi di Stato e di governo. L’Europa e la concezione europea dei diritti dell’uomo, così come uscita dalle tragedie del secolo scorso, sembrano un treno che a tutta velocità sta andando verso un invalicabile muro.
Le difficoltà, le preoccupazioni e le psicosi europee determinate dai flussi incontrollati che giungono in Europa da Africa e Medio oriente hanno d’altra parte avuto un effetto di contagio molto palese: il rifiuto dei migranti è diventato uno dei cavalli di battaglia di Donald Trump, che nel suo programma elettorale ha la costruzione di una barriera tra Stati Uniti e Messico, mentre tanti altri flussi e tante altre tragedie, sempre caratterizzate dal rifiuto dell’altro e del diverso, avvengono ogni giorno nell’Estremo oriente e in parti del mondo a cui dedichiamo un’attenzione ben inferiore a quella che la prossimità ci costringe a dare al Mediterraneo.
L’immigrazione è dunque oggi crescentemente percepita come una minaccia e come un pericolo in gran parte del pianeta, anche in Paesi che con l’immigrazione sono nati e con l’immigrazione sono divenuti grandi e prosperi. Eppure le statistiche ci mostrano che, a livello globale, la percentuale della popolazione mondiale on the move è rimasta del tre per cento nell’ultimo secolo, anche se l’aumento della popolazione globale ha obbiettivamente aumentato il numero dei migranti. Cos’è cambiato, nella realtà e nella nostra percezione?
Un insieme di fattori, in cui quello del nuovo terrorismo fondamentalista gioca certo un ruolo, così come la cristianofobia germogliata in tanti Paesi un tempo esempio di convivenza e gli elementi di un riscoperto clash of civilizations hanno contribuito a determinare una forte e aspra reazione, spesso cavalcata dai movimenti euroscettici e antisistema. A questa hanno contribuito anche i risultati di una stagnazione dell’economia e di un paradossale aumento nella distribuzione della ricchezza che fa sentire a rischio le classi medie in tanti Paesi europei e negli Stati Uniti e le spinge verso forme di populismo estremo, di cui possiamo forse comprendere le ragioni, ma non certo condividere le proposte.
Credo che, a questo punto, sia necessario ancora una volta tornare agli elementi di fondo della questione. Accogliere i richiedenti asilo è un dovere cristiano e morale, ma anche un obbligo giuridico in base alla Convenzione di Ginevra del 1951 che definisce il diritto d’asilo e lo status di rifugiato. Accogliere i migranti economici non è un dovere giuridico e ogni decisione in merito è rimessa alle coscienze e alle decisioni politiche degli Stati. Questa distinzione tra chi fugge da guerre e da persecuzioni razziali o politiche ha costituito per decenni il fondamento reale del dibattito in materia di immigrazione ed effettivamente ha solide basi nel diritto internazionale vigente.
Eppure oggi vediamo che centinaia di migliaia di migranti, a cui non possiamo riconoscere lo status di rifugiati, accetta fatiche, incognite, rischi gravissimi per venire in un’Europa ricca e ancor oggi percepita come tollerante e solidale. Le migliaia di morti in mare, di cui ricordiamo solo il nome di Aylan e di pochissimi altri, ci impongono di porci una prima domanda: oggi, nel 2016, ha ancora senso la precisa e razionale distinzione tra richiedenti asilo, tra coloro dunque che fuggono da persecuzioni specifiche nei loro confronti, e migranti economici che si spostano per cercare una vita migliore, senza lo spettro della fame e con prospettive di progresso per sé e per i propri figli? O si è invece delineata una figura nuova di migranti, quelli in cui il disagio causato da un vivere in Paesi senza speranza e senza futuro nella nuova globalizzazione è così forte da spingerli ad affrontare rischi che pensavamo fossero propri solo della guerra e dei più traumatici eventi che hanno colpito l’umanità? Alcuni leader europei questo cambio di approccio concettuale l’hanno già fatto, ma non tutti ne hanno sino in fondo tratto conseguenze coerenti.
Un approccio che ha il merito di presentare una risposta, o un tentativo di risposta articolata e di riconoscere, sulla scia delle affermazioni di Kerry qualche mese fa, che i flussi dall’Africa costituiranno un elemento strutturale, e non solo un’emergenza, nel corso dei prossimi decenni è costituito dal Migration Compact presentato ad aprile dal governo italiano. La risposta del presidente Juncker riconosce peraltro la sensatezza dell’approccio italiano e afferma che decisioni nel senso suggerito sono già state prese sin dal summit alla Valletta del novembre 2015, con lo stanziamento di 1,8 miliardi di euro per l’Eu-Africa Trust Fund, di cui 350 milioni sono già stati impegnati per progetti diretti a creare posti di lavoro, per ottimizzare la gestione dei flussi e la sicurezza. Saranno misure sufficienti, per volume di stanziamenti e per incisività politica? Ma, soprattutto, l’opinione pubblica se n’è accorta? 

di Antonio Zanardi Landi

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25 agosto 2019

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