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Dove rinasce
l’umanità

· A Casal Bruciato non solo ostilità verso la famiglia rom - Cronache romane ·

Il gazebo di CasaPound a via Satta non c’è più, però c’è ancora un picchetto davanti all’ingresso. La famiglia Omerovic, che Papa Francesco ha incontrato nella sagrestia della Basilica di San Giovanni in Laterano, ha ancora difficoltà nelle attività quotidiane più semplici, uscire a far due passi, fare la spesa. La reazione degli Omerovic è di saldezza esemplare, ma la loro situazione continua a essere invivibile.

Nei giorni passati ero sconcertata che si fosse permesso ai neofascisti di CasaPound di tenere un gazebo davanti a un portone condominiale e di aggredire, con la complicità di alcuni abitanti del quartiere, una famiglia che cercava solo di entrare nell’appartamento che le era stato legittimamente assegnato. Il 7 maggio cercavo notizie in rete, leggevo i giornali on-line con frenesia, ma tutti gli articoli o i video raccontavano di un condominio, addirittura di un quartiere, che si sollevava con inaudita aggressività per impedire l’arrivo di un padre, di una madre e dei loro dodici figli. Per quanto in questi mesi la cronaca ci abbia abituato a queste esplosioni di rabbia — nel 2017 ne ricordo una contro una famiglia italo-etiope al Trullo, di recente è successo a Torre Maura — poi andando a vedere, si scoprivano situazioni più complesse; da un lato forme di disagio che venivano da lontano, da anni di incuria delle periferie, che si addensavano attorno ai picchetti di CasaPound o di Forza Nuova, i quali ne indicavano la via di sfogo, le vittime designate; dall’altra, forme di solidarietà, di serena e coraggiosa presenza accanto a chi si ritrovava in difficoltà.

Dai media che avevo a disposizione, però, sembrava che Casal Bruciato fosse in mano a CasaPound, così mi sono appellata agli amici che conoscevo attivi sul fronte della solidarietà e finalmente è venuto fuori che a Casal Bruciato si era raccolta un po’ di gente, che portava solidarietà alla famiglia Omerovic, e che invitava a essere lì, a via Satta, il giorno dopo, alle 16 puntuali.

L’8 di maggio sono andata. Non guido la macchina, così ho preso il 544 a via Collatina. A via di Casal Bruciato, l’autobus ci ha fatto scendere, bisognava andare a piedi, la strada era bloccata. Accanto a me, attraversavano la grande via di Casal Bruciato, in quell’area con strade grandi alberi e palazzi alti, che per quante persone ci camminino, dà un’idea di vuoto, due donne: una robusta aveva un accento dell’Europa dell’est, l’altra era più giovane. La donna robusta diceva all’altra che la strada era bloccata per il presidio contro i rom, cosa che, diceva, si capisce, con questi, intendeva quelli che comandano, che lasciano le case agli zingari. L’altra annuiva. Uno scambio di battute che per loro era ovvio, di senso comune. Lo promuoveva la signora dell’est come viatico per un senso di comunanza, per costruire un noi contro qualcun altro.

Parlare di rom e sinti non è semplice, la diffidenza, l’astio allignano dove non te lo aspetti, capita persino di trovarne fra persone che non hanno altre forme di sospetto, nessun razzismo. A cosa servono, ho sentito qualcuno domandarsi. Il disprezzo per i rom è una postura talmente diffusa, da poter essere considerata un serbatoio di consenso. La separazione e la sottrazione di diritti che i rom e i sinti hanno subito nel tempo, è una delle cause più gravi del processo di disumanizzazione che li riguarda. Un serpente che si morde la coda.

Mentre camminavamo affiancate per via di Casal Bruciato non ho avuto l’energia di intervenire, ho allungato il passo. Non era difficile individuare la strada, vigili tendevano nastri gialli. Poco più avanti, oltre i giardini in cui giocavano tranquilli i bambini, camionette e poliziotti tenevano separate due aree. Attorno al civico 7 di via Satta le camionette facevano capannello, da lì sbucavano alcune bandiere di CasaPound con la tartaruga. Da quella parte non mi era permesso di passare. La strada che separa il palazzo da quello che lo fronteggia era bloccata dalle camionette, era lì il presidio che dovevo raggiungere.

L’atmosfera era quella di un assembramento della sinistra radicale, si susseguivano gli interventi, chi finiva passava il megafono a qualcun altro. Ho riconosciuto dei volontari del Baobab che assistono gli immigrati con cibo, vestiario e attività ricreative e culturali dalle parti della Tiburtina, femministe del Centro antiviolenza, Lucha&siesta minacciato di sgombero, uomini e donne dell’Anpi, c’erano attivisti di Casal Bruciato, ma anche persone che non avrei pensato di trovare, un’amica traduttrice, un buon numero di insegnanti, giornalisti, chi venuto per lavoro e chi no. C’era una bandiera No Tav, c’era Non una di meno, l’Associazione Nazione Rom e così via. La presenza di Orfini e dei militanti del Pd, mi hanno raccontato, aveva creato tensione, ma ora quella tensione si era in qualche modo stemperata. L’impressione era che chiunque prendesse la parola, si rivolgesse ai balconi, alle finestre chiuse e a quelle aperte, ai balconi ostili, ce n’erano, che facevano suonare trombette di carnevale o interloquivano facendo il verso polemicamente. Ma chiunque parlasse teneva conto soprattutto di un balcone, quello da cui si sporgevano gli Omerovic, un uomo e una donna che salutavano e guardavano giù, sembrava, con un po’ di sollievo. «Ti fa sentire di essere nel posto giusto», mi diceva un’amica, una vicina di casa venuta anche lei spinta dalla mia stessa angoscia.

In questi giorni, a dispetto degli insulti, dell’aggressività, della pulsione alla violenza che si era raccolta attorno al gazebo di CasaPound, è successo qualcosa, per via della presenza del presidio di sostegno, di quei saluti reciproci, dei contatti, del sostegno concreto, per via dell’intervento di Virginia Raggi, che parlando agli Omerovic ha ribadito il loro diritto, per via dell’invito di Papa Francesco e poi dell’incontro con lui, agli Omerovic è stata data la possibilità di mostrare un punto di vista, uno sguardo, di prendere la parola in pubblico: ti puoi identificare in chi ti guarda, la disumanizzazione si allontana.

Ieri mia madre è tornata in via Satta, mi ha raccontato che c’erano ancora persone ostili, ma si ponevano problemi diversi, più concreti: la casa non è abbastanza grande per tutti loro, c’è un bagno solo. Si era fatto più difficile soltanto insultare.

di Carola Susani

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17 ottobre 2019

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