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Dove ogni volto
è una storia

· Con i volontari alla mensa di Colle Oppio ·

La Caritas si regge sul volontariato. Una moltitudine di uomini e donne, giovani e adulti, che sono il motore propulsore dei vari servizi. Nella gioia che li anima, esprimono un’energia straordinaria. Massimiliano è uno di loro. Ogni storia ha un suo inizio e alcuni perché.

«L’impegno in Caritas inizia alla fine del 2015; dopo il corso di preparazione. La scintilla si innesca nell’estate dello stesso anno. Qualcosa di inatteso avviene in famiglia, coinvolge uno dei miei fratelli, la sua vita si sgretola, anche le certezze più solide vengono meno e siamo chiamati a inventare una nuova formula che consenta alla nostra rete familiare di rimanere in piedi; scopriamo altre parole, bisogni differenti. È stato vero per noi, può esserlo anche per altri. Allora, cerco in città enti e organizzazioni che aiutino il prossimo a superare le difficoltà. E, tra gli altri, trovo la Caritas; l’organizzazione è ampia, ramificata, qualcosa che fa al caso mio ci sarà. E infatti ci sono la mensa “Giovanni Paolo II” al Colle Oppio e l’ostello “Don Luigi Di Liegro” di via Marsala».

La mensa della Caritas è un’altra dimensione della realtà, varcare quella soglia significa entrare anche in un’altra dimensione della mente, dell’animo. E c’è sempre qualcosa che colpisce i nostri sensi, li sorprende.

«L’odore. La mensa ha un odore suo, inconfondibile e penetrante. Lo sento sempre e mi rimane addosso per ore. Mescolanza di odori: pietanze, sudore in estate, abiti umidi in inverno. La mensa è rumore; suoni esotici di lingue lontane e i dialetti d’Italia. La mensa è luogo di drenaggio nella variegata complessità del disagio nella nostra città; un rifugio in cui si può mangiare, ma anche usare i servizi, caricare la batteria del cellulare. Riposare, rimanendo seduti a tavola anche quando il vassoio è vuoto, senza fretta. Riposare e parlare quando c’è qualcuno disposto ad ascoltare».

E dunque i volontari, tanto anonimi quanto presenti, a gruppi o singoli, che si alternano nelle varie mansioni (dall’accoglienza, alla catena di distribuzione del cibo, al lavaggio dei vassoi, al servizio in sala), giorno dopo giorno.

«Gli ospiti sono consapevoli che i volontari costituiscono la forza motrice che ogni giorno avvia la macchina e la fa andare avanti dalle 17.15 fino alle 19.45 e oltre, includendo anche la pulizia della linea self-service. A volte gli ospiti si chiedono il motivo per cui persone comuni, che potrebbero usare il tempo libero in modo divertente e leggero, decidano di calarsi in un ruolo tanto lontano dalla loro quotidianità. Perché? Cosa ci sostiene? Ciascuno di noi ha una risposta a questo quesito o anche nessuna risposta, perché le opere talvolta non sono mosse dai motivi ma dai bisogni. Per la Caritas il volontario è il complemento imprescindibile nell’adempimento dei servizi. Ai volontari è delegato il compito di amplificare la capacità di azione e ascolto dell’intera struttura, una mansione delicata da svolgere con cautela e perseveranza, in stretta sinergia con gli operatori, nella cui esperienza è importante specchiarsi in continuazione».

È praticamente impossibile che i due mondi, quello dei volontari e quello degli utenti, non si incontrino, non si mescolino. La mensa del resto è anche una sorta di incredibile acceleratore della sensibilità.

«Credo esistano infinite sfumature nei rapporti tra le persone e il contesto mensa non si sottrae. La frequenza del servizio fa la differenza. Personalmente ho scelto di essere presenza costante, ogni settimana, di sabato. La consuetudine consolida la familiarità; poi arrivano le parole, all’inizio circostanziali, ma in tanti casi si va oltre e si innesca il processo antico e sempre nuovo che consente a due persone di conoscersi attraverso le rispettive esperienze di vita. Non credo nei trasferimenti unilaterali, ascolto e parola funzionano bene quando raggiungono il giusto equilibrio. Ascolto le vite altrui, non nego il racconto della mia».

Chi svolge volontariato alla Caritas sa che non verrà ricompensato con la moneta corrente. Qui l’elemento di scambio più prezioso è la gratuità. Ma esattamente, di che si tratta?

«È il volto di Dio. La Sua mano sempre tesa per accarezzare, mai per giudicare. Il perdono incondizionato con cui il padre accoglie il figlio lacero che ha dissipato la vita; senza chiedere nulla né esigere spiegazioni, nella gratuità non c’è passato né futuro: ma solo ora e adesso».

Dunque, Massimiliano, strappi il tempo ai tuoi affetti, al tuo lavoro, alle tue occupazioni e vieni alla mensa a lavorare per queste persone. Ma in una società sempre più cinica, ingrata, in cui la povertà è nettamente in aumento, ti chiedi mai se ne vale davvero la pena? «Trascorro in questo luogo gran parte del mio tempo libero. Qualcosa in me è cambiato da quando vengo qui, si è attivato un processo di crescita troppo a lungo negato. La mensa e l’ostello hanno contribuito a risvegliare il senso della responsabilità che per anni ho evitato, preferendo le retrovie all’esposizione diretta. Un condizionamento che ha influito su ogni aspetto della mia vita; affettiva e professionale. Un volontario efficace non può e non deve negarsi, ha il dovere di assumersi il peso della responsabilità che il servizio impone e svolgerlo nel migliore dei modi in relazione stretta con questo mondo sconcertante nel quale ci muoviamo. Povertà, solitudine, malattia, fuga da paesi lontani alla ricerca di nuove prospettiva di vita. Le azioni semplici non risolvono i grandi problemi, ma sono il baluardo per non cedere alla brutalità dei dati e della cronaca. Sì, ne vale sempre la pena».

Qui, ogni volto è una storia. Ogni storia è un’esistenza complessa, ricca, travagliata da sfumature dolorose. È davvero difficile rimanere indifferenti. Tutta questa vita si imprime nella memoria indelebile. A volte sono solo episodi, oppure persone che hanno il profilo di una sofferenza silenziosa, che ci scava nel cuore.

«Roberta ha frequentato la mensa per qualche tempo, da tanto non la vedo più. Lo sguardo triste, sfuggente. Poche parole scambiate con cortesia, senza mai andare oltre. Roberta è una persona bloccata a metà di qualcosa. Lo raccontano i suoi occhi e il suo corpo che non è ancora di donna ma non è più di uomo. Durante il transito l’evoluzione che sperava si è fermata; nell’aspetto e nella mente. La guardo e vorrei conoscerne la storia, capirne le curve misteriose. Ma Roberta si siede mangia e scappa via».

di Nicola Bultrini

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24 agosto 2019

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