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Dove le “sorelle di Dio”
curano le ferite del popolo

· A Temara un centro rurale di servizi sociali gestito dalle Figlie della carità di San Vincenzo ·

A Temara suor Gloria, suor Magdalena e suor Maria sono semplicemente chiamate rhibat: in arabo, le “sorelle di Dio”. Un appellativo affettuoso che si sono guadagnate sul campo in tanti anni di presenza umile e nascosta accanto ai poveri e ai bisognosi del Marocco. Pochi sanno dove sia Temara, cittadina di circa 300.000 abitanti a sud di Rabat, la placida capitale dai cieli azzurri, accarezzata dal vento e dalle onde dell’oceano Atlantico. Ma tra qualche giorno molti lo sapranno.

Perché qui domenica mattina, 31 marzo, verrà Papa Francesco. Sarà una visita privata durante il viaggio apostolico in Marocco. Un avvenimento molto atteso dalla società marocchina, che guarda con emozione all’incontro tra il Pontefice e il re Mohammed vi sulla spianata antistante la torre di Hassan ii, per le forti implicazioni che esso avrà sui temi del dialogo con l’islam, le migrazioni, le povertà.

In questa periferia a 20 chilometri da Rabat le tre suore spagnole della congregazione delle Figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli curano con amore le ferite del popolo marocchino più emarginato. Ferite vere: il “Centre rural des service sociaux” è infatti specializzato nella cura delle ustioni di bambini e adulti. Un incidente molto frequente in queste zone perché si usa accendere fuochi in terra, per cucinare all’esterno delle case. Ma anche ferite dell’anima, perché vengono assistiti pazienti con problemi psichiatrici e neurologici, di cui il 70 per cento sono minori.

Il centro è un posto lindo e ordinato. Appena si entra, sulla destra c’è un colorato parco giochi per bambini. Le casette dove si svolgono le varie attività sono bianche e verdi, il giardino è curato. Si respira un’aria buona, di serenità, anche se all’esterno la gente di Temara vive in condizioni di grande precarietà. All’interno c’è un’aula per il sostegno scolastico a 150 bambini dai 3 ai 15 anni, dove possono mangiare gratis a colazione, pranzo e merenda. Le famiglie più bisognose e le mamme con neonati ricevono latte, pannolini e buste di alimenti.

Ci sono corsi di alfabetizzazione in arabo e laboratori di cucito per 70 donne: l’analfabetismo è così diffuso che molte non sanno nemmeno calcolare i resti quando fanno la spesa al mercato. Tutte queste iniziative sociali sono al servizio dei marocchini in condizione di povertà ed emarginazione. Non a caso all’ingresso del centro sventola alta e fiera la bandiera rossa del Marocco. L’opera guidata dalle tre suorine gentili è una testimonianza cristiana in terra d’islam, fondata sul più profondo rispetto reciproco.

La visita del Papa sarà quindi molto simbolica dal punto di vista del dialogo e della convivenza pacifica tra cristiani e musulmani. Da queste parti c’è tanta disoccupazione. La gente cerca di guadagnare pochi diram al giorno vendendo verdure al mercato, con il commercio informale o piccoli lavori nell’edilizia. Lo stipendio medio mensile, senza contratti formalizzati, è di 2.000 diram al mese, circa 200 euro. Per questo tanti giovani emigrano ancora verso la pericolosa “rotta marocchina”, sognando la Spagna e l’Europa.

Le tre religiose — una catalana, una andalusa e una originaria delle Canarie — sono qui da tanti anni. Da quando il dispensario per i poveri fondato da un gesuita francese e medico, padre Couturier, passò nelle mani della loro congregazione vincenziana con sede a Parigi e una buona presenza in Marocco. Nel paese magrebino sono sette comunità, una ventina di suore. «Le condizioni di chi viveva in questa zona erano disumane», racconta la superiora, suor Gloria Carrilero, di Barcellona, qui dal ‘90. «Tanta gente si ustionava gravemente e non aveva i mezzi per curarsi. Padre Couturier curava con pomate e fasciature apposite. Noi abbiamo mantenuto la tradizione. Ancora oggi vengono ogni giorno una ventina di persone, soprattutto donne e bambini. Se sono ustioni gravi le mandiamo in ospedale, altrimenti ci pensano le nostre infermiere».

Nella verde sala dell’infermeria le tre religiose spagnole sorridono e ridono con gusto, parlando nella loro lingua. Ricordano la telefonata dell’arcivescovo di Rabat, il salesiano Cristóbal López Romero, che le informava sulla visita di Papa Francesco. «Non ci potevamo credere, anche adesso ci sembra un sogno», dicono. Viviamo molto appartate, ben integrate nella società ma nessuno si accorge di noi — spiega suor Magdalena Mateo, l’andalusa —. Siamo le uniche cristiane in questa zona. Ci sembra impossibile che il Papa possa venire a trovare proprio noi!».

Suor Maria Quintana racconta tanti aneddoti della vita serena e dell’amicizia con la gente del posto. I marocchini percepiscono che la loro generosa disponibilità non ha altri fini. Ed esse si sentono accettate, protette, aiutate, rispettate. «Ci dicono: noi sappiamo che lo fate per Dio, per Allah. Sanno che siamo consacrate, che viviamo solamente di offerte. Ci considerano amiche e sorelle».

La conferma viene da Meriem, infermiera musulmana, madre di una figlia e nonna di tre nipoti. Lavora da tanti anni al centro. Si descrivono come “una famiglia”. «Loro rispettano la nostra religione e noi la loro — precisa Meriem —. Preghiamo lo stesso Dio, abbiamo gli stessi valori e possiamo vivere insieme in pace». Per questo, aggiunge, «sono contentissima di incontrare il Papa. Per me è come un profeta: so che è la più importante autorità per i cattolici e lo considero alla pari del nostro profeta».

Perciò al centro di Temara il Pontefice sarà accolto «a braccia aperte e con semplicità. Non ci saranno discorsi ufficiali, né saranno presenti autorità. Diremo ciò che sentiremo al momento», puntualizza la superiora. In realtà i preparativi per una bella accoglienza sono già in corso: 150 bambini intoneranno in arabo e spagnolo un canto di benvenuto. Poi il Papa incontrerà i pazienti psichiatrici, gli ustionati, le mamme. Forse gli faranno vedere la piccola cappella, dove una volta a settimana viene un francescano da Rabat per celebrare la messa. «La sua visita sarà un ricordo indimenticabile per noi. Vogliamo dirgli che lo aspettiamo con tantissima gioia».

da Rabat Patrizia Caiffa

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18 agosto 2019

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