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Dove la convivenza è una realtà

· Musulmani, ebrei e cristiani in Marocco ·

In questi giorni, in cui il fondamentalismo islamico mostra la sua faccia più feroce inneggiando continuamente alla guerra religiosa, l’islam moderato sembra a molti, più che altro, una speranza astratta, senza fondamento, che forse neppure esiste veramente. È un grave errore: l’islam moderato, aperto alla tolleranza religiosa e al rispetto dei diritti dell’uomo è una realtà, come mostra l’esempio del Marocco, dove addirittura concretamente informa la vita del Paese.

Certo, qui la convivenza civile fra le religioni ha una lunga tradizione, non è stata inventata ieri, sull’onda di una tolleranza scoperta dalla modernità. Qui vivono infatti comunità ebraiche che fanno risalire la loro ascendenza a quelle della diaspora provocata dalla distruzione del tempio di Gerusalemme nell’anno 70. E questa presenza si è considerevolmente irrobustita alla fine del XV secolo, quando nel 1492 ebrei e musulmani vennero cacciati — a meno che non si convertissero al cristianesimo — dalla Spagna dove vivevano da secoli in armonia.

In quell’occasione arrivarono insieme in Marocco, e insieme in questa terra hanno ricreato la civiltà andalusa. Dando origine a una convivenza che non prevedeva intrecci, ma cammini paralleli, con incidenti di percorso, certo, ma in fondo ben accetta da tutti. Non è un caso che il re del Marocco porti il titolo di Principe dei Credenti, termine che comprende anche ebrei e cristiani.

Questo sguardo ampio, aperto alle altre religioni, viene sottolineato anche dall’architettura della bellissima moschea di Casablanca, la più grande del mondo islamico dopo quella della Mecca. Costruita una trentina di anni fa dal padre dell’attuale sovrano, al suo interno somiglia a una cattedrale cristiana e dispone di matronei progettati sul modello di quelli delle sinagoghe. In modo che proprio nel cuore dell’islam marocchino anche alcuni elementi architettonici ricordino che esso coesiste e convive pacificamente con le altre due religioni.

Ma c’è di più. Oggi il Marocco è l’unico Paese arabo dove esiste un museo ebraico, quello di Casablanca, e dove un esponente dell’ebraismo, il presidente delle comunità radicate in Marocco, già ministro, è ora ambasciatore itinerante del sovrano. Qui, accanto alle numerose moschee, non sfigurano grandi chiese cristiane e sinagoghe, e nell’università di Al Akhawayn — una delle più importanti del mondo arabo, fondata dal re del Marocco e dal re dell’Arabia Saudita — si tengono seminari storici sulla Shoah.

Un gruppo di giovani musulmani ed ebrei per promuovere l’amicizia reciproca ha poi costituito un’associazione che si è posta tra i suoi primi obiettivi da una parte quello di far riconoscere la realtà della Shoah agli arabi, dall’altra quello di far dichiarare Giusto tra le Nazioni il nonno dell’attuale sovrano, Mohammed v. A lui si deve, infatti, la difesa degli ebrei marocchini quando durante la seconda guerra mondiale il Governo di Vichy — che esercitava sul Marocco una sorta di protettorato coloniale — li voleva perseguitare e deportare, come stava accadendo in Francia. In questa stessa ottica, infine, nel Paese vengono preparati imam che sono molto richiesti per la loro buona cultura e la loro moderazione.

Una solida base storica, quindi, sostiene la scelta lungimirante del Marocco di porsi come modello di convivenza fra le religioni, come possibilità di un islam moderato, che funziona bene ed è sostenuto dalla popolazione, accettato dallo stesso partito islamico. In sostanza, il contrario delle derive estremiste provocate dal recente fenomeno terrorista, che innanzi tutto danneggiano lo stesso islam, provocando migliaia di vittime.

di Lucetta Scaraffia

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24 agosto 2019

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