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Dove gli uomini
da soli non arrivano

· ​Un modello di formazione universitaria ·

L’appuntamento è fissato nel primo pomeriggio, in un giorno di esami e di pioggia. Ambienti universitari silenziosi, immersi nel verde del parco in cui ha preso forma un sogno: La Nostra Famiglia. Siamo a Bosisio Parini, in provincia di Lecco, dove poco più di cinquant’anni fa l’arcivescovo Giovanni Battista Montini poneva la prima pietra di quello che sarebbe diventato un polo di riabilitazione, di ricerca e di cura tra i più avanzati d’Europa. «Il bene deve esser fatto bene e il primo bene sia la formazione di quelli che devono fare il bene», diceva il fondatore, beato Luigi Monza. Così, alla presa in carico di ogni genere di disabilità psicofisica dei bambini, fin dall’inizio si è accompagnata una grande scommessa educativa. Ne scrivo ora che in Parlamento la proposta di legge 2656, firmata da Vanna Iori, col proposito di disciplinare le professioni di educatore e pedagogista, mette a repentaglio il cuore della formazione universitaria che in mezzo secolo qui ha preso forma. Due donne mi attendono: Carla Andreotti, piccola apostola della carità, oggi direttore centrale del settore sviluppo e formazione e Maria Cristina Panzeri, docente e direttore delle attività professionalizzanti nel corso di laurea in educazione professionale dell’Università degli studi di Milano, sede di Bosisio Parini. La conversazione inizia nei corridoi, dove gli ambienti stessi descrivono un equilibrio inconsueto tra rigore accademico e atmosfera domestica. Un modello che mai si sarebbe elaborato a tavolino: «La carità unita all’intelligenza produce genialità», osservava qui, nel 2013, il cardinale Scola. «Un’opera come questa è paradigma di come dev’essere una società civile e indica il compito di chi ci governa. L’istituzione deve governare, non gestire: valorizzare tutto ciò che nella società si produce di bene». Arrivano anche da lontano i novanta studenti di educazione professionale, il corso di laurea su cui concentriamo l’attenzione. Ad esso si affiancano quelli in terapia della neuropsicomotricità dell’età evolutiva e in logopedia, uno sportello lavoro, un centro di formazione professionale specializzato nella formazione degli operatori di servizi alla persona, oltre a corsi di istruzione superiore, master e specializzazioni post-laurea. «Soprattutto l’obbligo di frequenza e l’alto livello di motivazione — osserva Panzeri — creano fin dal primo anno un autentico percorso di gruppo, quel reciproco mettersi in gioco, tra colleghi e con i docenti, che fa la differenza rispetto ad altri contesti accademici». I numeri le danno ragione: abbandoni pari a zero, percentuali irrilevanti di fuori corso, ottime votazioni in uscita, prima occupazione nei giorni successivi alla laurea. «Provenienze ideali e biografiche diverse, non di rado travagliate: spesso sono le fatiche incontrate nella giovinezza, sia in famiglia sia negli studi, a sospingere su questa strada. Così, l’accompagnamento di ogni studente è l’elemento di forza di una formazione che mira al prendersi cura professionalmente di altri. Vediamo i nostri giovani crescere: nello spazio di tre anni ci regalano incredibili sorprese, trasformazioni che lasciano i docenti pieni di stupore». 

di Sergio Massironi

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20 agosto 2019

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