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Dove andrai tu, andrò anch’io

La storia di Ruth e Noemi, suocera e nuora, diventate sorelle

«Suocera e nuora nella stessa casa sono come due mule selvatiche nella stessa stalla», sosteneva lo scrittore italiano Giovanni Verga, cogliendo un’opinione sperimentata. Pur con tutte le sfumature e possibili gradazioni del caso, le difficoltà di relazione tra la madre del figlio e la moglie del figlio, infatti, sono evidenti agli occhi di tutti. Le eccezioni rappresentano una boccata d’aria. Preziose, nella loro rarità.

Personalmente conosciamo solo due meravigliosi casi. In uno, la suocera prese con forza le parti della nuora quando, una ventina d’anni fa, il figlio lasciò la moglie con una bimba piccola per un’altra donna. La nuora, per di più, era straniera. Ma la suocera non ebbe dubbi: suo figlio era solo un bambino cresciuto in rughe e altezza; essere uomo, invece, era tutta un’altra faccenda (e la nuora le ricordò che comunque doveva volergli bene: era pur sempre suo figlio). La madre che difende i suoi cuccioli, anche se non li ha partoriti.

O il cucciolo che difende la madre, anche se non è stato da lei partorito: conosciamo anche la storia di una donna — madre di un figlio disabile e con il marito fuggito lontano — che quando la suocera restò vedova e incapace di vivere da sola, se la prese in casa. E se la tenne fino all’ultimo giorno.

Queste quattro donne, vere e preziose, hanno fusa nella loro storia una delle narrazioni bibliche più belle e incredibili, quella che narra il mistero dell’amore incondizionato, l’amicizia che dà senza che nulla le venga chiesto, capace di fruttificare anche laddove non umanamente “necessario”.

Al tempo dei Giudici, una grande carestia obbliga un uomo di Betlemme, Elimelech, a emigrare nella terra di Moab, con la moglie Noemi e i due figli Maclon e Chilion. Lì si stabiliscono, ma poco dopo Elimelech muore. I figli si sposano con due donne locali, Orpa e Ruth, ma dopo circa dieci anni anch’essi muoiono. Noemi, è chiaro, ha perso tutto e alle nuore, ancora giovani, dice: «Tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti e con me! Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare riposo in casa di un marito».

Le giovani si oppongono, ma Noemi insiste: Orpa, baciatola, sebbene a malincuore, parte, ma Ruth è irremovibile: «Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio; dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta. Il Signore mi punisca come vuole, se altra cosa che la morte mi separerà da te». Vistala così decisa, Noemi accetta e le due donne fanno il viaggio di ritorno insieme verso Israele. È il solo racconto biblico che abbia al suo centro suocera e nuora.

Riflettendo sulla storia, la scelta di Ruth ha veramente dell’incredibile. Esempio di eroica fedeltà e di pietà, la sua decisione implica l’abbandono del proprio popolo e l’adesione a un popolo straniero, dove l’estraneità (ieri come oggi) è per solito sinonimo di ostilità.

Eroina coraggiosa della perseveranza, Ruth — il cui nome significa «l’amica» — compie a ritroso con Noemi («la mia graziosa, la mia dolcezza») un viaggio non suo. Lascia i genitori e tutto ciò che possiede a Moab, compiendo un voto di amore e di fede: non è infatti mossa da voci profetiche, né (come avviene per altri “itineranti” personaggi biblici) è stata invitata da un messaggero di Dio. Semplicemente, sente di avere una missione.

È come se il legame tra queste due donne fosse connaturato alle loro reciproche vicende: entrambe sono rimaste vedove, entrambe sono sospinte dal desiderio di sopravvivere alle avversità e dal sogno della maternità. L’alleanza tra loro è spontanea, siglata dalle celebri parole di Ruth: «Dove tu andrai andrò anch’io, dove tu dimorerai dimorerò anch’io, il tuo popolo sarà il mio popolo, il tuo Dio sarà il mio Dio». Il libro di Ruth da secoli è per eccellenza visto come il libro dell’accoglienza e della generosità. Il libro della famiglia fondata sulla fedeltà.

La sua umanità e la sua semplicità hanno generato un grande fascino. Nel 1829, ad esempio, Nicolò Tommaseo le dedicò un poemetto in rima, seguito da due novelle, La nuora buona (incentrata su Ruth e Noemi) e La carità rispettosa (Ruth e Booz), uscite nel 1867. Più di recente, la scrittrice Dacia Maraini (nell’introduzione al volume Rut e Ester , 2001) ha sottolineato la singolarità di un legame così stretto tra suocera e nuora soprattutto all’interno di una società «gerarchicamente prestabilita», in cui la gelosia nei confronti dei figli era mossa dal fatto che per le donne la maternità rappresentava il solo modo di avere un ruolo determinante nella famiglia. Qui invece le due donne, private dei mariti, si sostengono. Il loro «strano colloquio» sposta al centro della scena l’amicizia di Ruth con Noemi, e così — sempre secondo Dacia Maraini — la sua scelta di seguirla in terra d’Israele appare come la sola possibile risposta al mondo patriarcale.

Ruth, del resto, è una capostipite: viene citata anche da Matteo in apertura del suo Vangelo come la straniera che ha dato le origini al seme di Davide e quindi a Cristo ( Matteo 1, 5). A tal punto che Erri De Luca (1999) ne ha sottolineato la «forza di avvinghiarsi a rampicante intorno alla base del Nuovo Testamento» (Ruth è legata all’avvento di Cristo anche da un nodo geografico, la città di Betlemme, in ebraico Bet Lehen, «casa di pane», dove Ruth segue la suocera Noemi e dove genererà Obed).

Da Ruth, la straniera, dipenderanno le future generazioni di ebrei e cristiani.

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15 dicembre 2019

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