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Dormire in chiesa

· Da Jonathan Swift ai nostri giorni ·

«Il primo giorno della settimana ci eravamo riuniti a spezzare il pane, e Paolo, che doveva partire il giorno dopo, conversava con loro e prolungò il discorso fino a mezzanotte. C’era un buon numero di lampade nella stanza al piano superiore dove eravamo riuniti. Ora, un ragazzo di nome Èutico, seduto alla finestra, mentre Paolo continuava a conversare senza sosta, fu preso da un sonno profondo; sopraffatto dal sonno, cadde giù dal terzo piano e venne raccolto morto. Paolo allora scese, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: “Non vi turbate; è vivo!”. Poi salì, spezzò il pane, mangiò e, dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì. Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati». 

Una scena dei «Simpson», la serie tv a cartoni animati  disegnata da Matt Groening

Questo curioso episodio, occorso secondo gli Atti degli Apostoli (20, 7-12) mentre Paolo si trovava a predicare nella Troade, è posto dallo scrittore irlandese Jonathan Swift come esergo di un suo irriverente sermone ora pubblicato in traduzione italiana con il titolo Predica sul dormire in chiesa (a cura di Adriano Zanacchi, Bologna, edb, 2016, pagine 46, euro 5,50). Se nel corso dei secoli il passo è stato variamente riutilizzato dai critici della predicazione religiosa, Swift, che fu pastore della Chiesa anglicana e decano della cattedrale di St. Patrick a Dublino, se ne serve per condannare duramente il vizio, piuttosto diffuso tra i suoi contemporanei, di ritenere soporifere le omelie dei predicatori. Le critiche e l’indifferenza verso i sermoni rappresentano infatti per Swift una delle cause dirette della decadenza religiosa, della diffusione dell’ateismo e dell’ignoranza dei principi della fede anche da parte dei credenti.

Nel suo discorso — pronunciato in una data imprecisata dopo il 1713 ma pubblicato postumo nel 1776 — Swift distingue anzitutto due grandi categorie tra i “cattivi cristiani”: quanti non frequentano le chiese e quanti, invece, pur recandovisi, tengono un comportamento poco consono al luogo in cui si trovano. I primi sono soliti accampare ogni genere di scusa pur di sfuggire al servizio liturgico: vi è chi diserta le funzioni per semplice disprezzo della fede; chi è convinto che l’aria della chiesa sia particolarmente malsana; chi, sopraffatto dalla pigrizia, crede di poter trascorrere l’intera domenica gozzovigliando; chi, al contrario, ha così tanti impegni da non riuscire a trovare un momento libero per la messa.

Il problema è che latita proprio chi avrebbe più bisogno di ascoltare le omelie per via della propria vita peccaminosa. Dopo aver trattato delle scuse addotte dagli assenti, Swift passa a elencare in modo meticoloso i comportamenti maleducati dei presenti: alcuni non fanno che chiacchierare tutto il tempo con i loro vicini, il più delle volte sparlando e spettegolando del prossimo, altri hanno la mente occupata da preoccupazioni mondane, altri ancora stanno sempre in agguato per poter criticare e mettere in ridicolo tutto ciò che ascoltano.

Che fare di fronte a questo stato di cose? Tre sono i rimedi invocati da Swift. Il primo sta nel riflettere attentamente su quale sia il vero scopo della predicazione: il predicatore non deve divertire l’uditorio o intrattenerlo, ma deve edificarlo, ricordando i doveri e gli ideali di vita che è tenuto a seguire un buon cristiano. Il secondo rimedio sta nel considerare che la bravura e la capacità nel saper parlare e nel tenere desta l’attenzione varia naturalmente da predicatore a predicatore e non si può imputare certo delle colpe a chi possiede tali qualità in misura minore rispetto ad altri. È strano anzi che, mentre in quasi tutte le forme di discorso gli ascoltatori si accontentano del buon senso e della ragionevolezza dell’oratore, si pretenda invece così tanto dai sermoni e da chi li pronuncia. Il terzo e ultimo rimedio sta nel riflettere sul fatto che quando le critiche non si fondano su motivi ragionevoli sono inutili e controproducenti.

A distanza di quasi tre secoli dal sermone di Swift, la predicazione rimane ancora una questione aperta in ambito liturgico. Non è un caso che Papa Francesco abbia dedicato una larga parte dell’Evangelii Gaudium — la sua prima esortazione apostolica — all’omelia e alla sua preparazione, esortando i ministri a essere brevi e a utilizzare un linguaggio il più possibile semplice e chiaro. 

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28 maggio 2018

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