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Dalle Langhe all’interpretazione dell’Apocalisse giovannea

· In memoria di Eugenio Corsini ·

Narratore, poeta, docente di letteratura cristiana antica e di letteratura greca, traduttore di Origene e autore di interpretazioni estremamente innovative dell’Apocalisse: è stato tutte queste cose insieme Eugenio Corsini, morto novantatreenne a Rivoli (Torino) il 22 marzo scorso. Nato a Niella Belbo il 19 luglio 1924, amico di Beppe Fenoglio, dopo il liceo ad Alba Corsini si era laureato a Torino con padre Michele Pellegrino, il futuro cardinale, di cui era stato il principale allievo, ereditandone la cattedra. I suoi studi hanno spaziato dall’antichità — Aristofane, Aristotele, Origene, e Agostino — alla letteratura contemporaneanea, con contributi su Cesare Pavese e l’amico Fenoglio. Tra i suoi libri di maggiore successo, entrambi editi dalla editrice Sei di Torino, Apocalisse prima e dopo (1980) e Apocalisse di Gesù Cristo secondo Giovanni (2002): secondo Corsini, più che essere un libro apocalittico, l’Apocalisse è il libro che racconta la «rivelazione di Gesù Cristo». Per ricordare lo studioso appena scomparso, riproponiamo stralci di uno dei saggi pubblicati nel quaderno n. 23 dell’Accademia delle Scienze di Torino intitolato Eugenio Corsini. Incontro di studio per i 90 anni (2015).

«Beatus di Saint-Sever» manoscritto del «Commentario dell’Apocalisse» del beato di Liébana (v. 1060)

Eugenio non si è mai rinchiuso in un autore, in un tema, in un tempo: li avrebbe sentiti come una prigione. Penso, allora, ai tanti discorsi di Eugenio che hanno come argomento le Langhe, sempre vere e sempre mitiche, non quelle di Pavese però, con gli dèi e le dee che su quelle colline sono discesi a conversare con gli uomini e a condividere i loro riti divini e atroci, ma quelle povere e selvatiche, senza mitologia, con le canzoni lente e notturne, di amore e di morte, di vino diffuso e di disperata allegria. Sono le sue Langhe prima che diventassero di moda fino a essere onorate dall’Unesco come patrimonio dell’umanità: per Eugenio soprattutto, anzi esclusivamente, quelle più alte e impervie, solitarie, selvatiche, che (al suo dire) non sono mai state raggiunte e depredate dai Romani perché troppo misere. 

È naturalmente, anche questo, un mito: ma è stato necessario per lui per spiegare e giustificare davanti a quei luoghi amati la nascita in lui dell’altro amore, quello della parola scritta, del messaggio e della bellezza degli scrittori cristiani antichi e di Dante e degli altri autori italiani, classici e del nostro tempo. Le cantorie che Eugenio ha fatto rinascere sulle Langhe qualche decennio fa coinvolgendo anche gli amici di città e dell’università erano la faccia popolare di quella verità e di quella bellezza della Parola che offrono le letterature di ogni tempo.
Ed ecco, al punto decisivo della sua attività di docente e di scrittore, l’opera che più gli è cara e che ha suscitato tante riserve e negazioni insieme con approvazioni e plausi (ma in misura e quantità minori): l’interpretazione dell’Apocalisse giovannea. Eugenio ha anzitutto voluto unire le due ricerche a lui care: la letteratura (si badi bene: si parla di letteratura come «invenzione» da interpretare, nell’ambito della scrittura cristiana come specifica espressione della parola) e il greco.
L’ambizione ardua di Eugenio è stata quella di leggere e interpretare l’Apocalisse come un’opera letteraria con il più rigoroso codice di invenzione, di narrazione, di animazione retorica con una sequenza enorme di metafore e di ossimori, di fantasiosa creatività, e contemporaneamente, come è un libro «sacro», il modello anzi per le future proliferazioni delle forme e dei generi della letteratura cristiana. Di qui l’impegno di Eugenio nell’offrire la doppia interpretazione del testo giovanneo: la specificità letteraria del racconto, delle visioni, della lingua, degli strumenti retorici e il messaggio religioso.
La novità del lavoro di Eugenio è proprio in questa doppia «lettura» di un testo della tradizione cristiana quasi trascurato o lasciato da parte con qualche fastidio sia per i dubbi della datazione, sia per l’argomento tanto oscuro e i difficili e spesso incoerenti o contraddittori tentativi di spiegazioni delle allegorie e delle immagini, come soprattutto è accaduto dopo l’intervento dissacrante del razionalismo classicheggiante dell’età umanistica (senza più pensare, anche in età moderna e attuale, a quanto l’ Apocalisse deve alla Commedia dantesca e anche ai Triumphi del Petrarca e all’Amorosa visione del Boccaccio).

di Giorgio Bárberi Squarotti

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22 agosto 2019

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