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​Dopo vent’anni riapre
a Oumhajir-Humera
il confine tra Etiopia
ed Eritrea

Il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il presidente eritreo Isaias Afwerki hanno preso parte nella giornata di ieri all’apertura ufficiale del valico di confine di Oumhajir-Humera fra i due paesi, che era chiuso da oltre venti anni. Si tratta di un nuovo capitolo nel processo di pacificazione fra i due paesi africani, dopo il disgelo iniziato la scorsa estate.

Il valico mette in comunicazione l’Eritrea con la regione etiopica del Tigré. Secondo il ministro eritreo dell’informazione Yemane Gebremeskel la sua riapertura è in linea con l’articolo 3 della dichiarazione di pace e amicizia firmata dai due paesi il 9 luglio 2018. In tale dichiarazione viene sottolineata l’importanza della ripresa dei trasporti, le comunicazioni e il commercio fra i due paesi. Altri valichi sono stati riaperti negli ultimi mesi.


Nuovo gesto distensivo tra Etiopia ed Eritrea

Il valico della pace

Papa Francesco, nel tracciare la sua visione della situazione internazionale per il 2018 in occasione del tradizionale discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, non ha mancato di sottolineare, tra «alcuni significativi segnali di pace, lo storico accordo tra Etiopia ed Eritrea, che pone fine a vent’anni di conflitto e ripristina le relazioni diplomatiche fra i due paesi».

Quella firma, l’estate scorsa, ha segnato un momento di svolta per i due paesi del Corno d’Africa dopo una delle più lunghe guerre nel continente africano; un conflitto che ha causato ben 80.000 morti. Le parole sono state accompagnate dai fatti e da allora si sono moltiplicati i gesti di riconciliazione e di collaborazione tra Asmara e Addis Abeba: la riapertura delle rappresentanze diplomatiche, il ripristino dei collegamenti aerei, delle comunicazioni telefoniche e degli scambi commerciali.

Un altro grande passo è stato compiuto ieri con l’apertura ufficiale del valico di confine di Oumhajir-Humera — chiuso da oltre vent’anni — che mette in comunicazione l’Eritrea con la regione etiopica del Tigré. Già a settembre erano stati riaperti due altri valichi terrestri situati tra le città di Bure, in Etiopia e Debay Sima, in Eritrea, e tra Zalambessa e Sera, valichi tuttavia nuovamente chiusi a dicembre, senza spiegazioni ufficiali.

La riapertura di questo nuovo valico tra Eritrea ed Etiopia ha un forte significato perché uno dei motivi del conflitto verteva proprio sul tracciato della frontiera tra i due paesi. Nel 2002, la Commissione per la delimitazione dei confini dell’Onu aveva terminato la sua indagine e il suo arbitrato, assegnando i contesi territori di Badme all’Eritrea. Una risoluzione tuttavia allora respinta dal governo etiope, che non ritirò il suo esercito dalla città. Ma quando il comitato esecutivo del partito del primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato il 5 maggio scorso la decisione di «applicare l’accordo di Algeri del 2002 e le conclusioni della commissione per la delimitazione dei confini», è finalmente caduto il tabù legato a Badme, piccola città al confine dei due paesi dove la guerra era iniziata nel maggio 1998.

L’apertura del valico di confine di Oumhajir-Humera dovrebbe consentire di rafforzare le relazioni internazionali da ambo i lati e facilitare gli scambi transfrontalieri. Le più alte cariche dei due paesi, il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed e il presidente dell’Eritrea Isaias Afwerki, avevano già preso la decisione di accrescere il volume degli scambi commerciali bilaterali tra Assab, il grande porto dell’Eritrea, e Addis-Abeba, con riflessi immediati per le rispettive economie.

Dunque, un evento di importanza non solo simbolica, quello della riapertura di un valico terrestre, che ha anche un impatto reale sulla vita degli abitanti di questi «due paesi vicini, che condividono tanti aspetti della loro storia, cultura e religione», sottolineava quest’estate monsignor Luigi Bianco, nunzio apostolico in Etiopia, commentando l’inizio di «una nuova era di pace e amicizia» sancita dai governi di Addis Abeba e Asmara con la dichiarazione congiunta del 9 luglio. «Naturalmente — aggiungeva — la popolazione ha accolto le notizie di pace con gioia e speranza di un futuro migliore». «Di fronte a molte sfide, difficoltà e povertà — assicurava il nunzio — si aprono promettenti prospettive di collaborazione per favorire lo sviluppo sociale ed economico».

di Charles de Pechpeyrou

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16 giugno 2019

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